E il saponificar m’è dolce di Roberto Di Maio il 5 febbraio al Don Bosco

Il 5 febbraio E il saponificar m’è dolce sarà rappresentato al teatro Don Bosco alle ore 21  abbiamo intervistato il regista Roberto Di Maio.

E IL SAPONIFICAR M’È DOLCE… Un titolo – diciamo così – leopardiano, per poeticamente rappresentare uno dei fatti di cronaca più sconvolgenti accaduti in Italia negli ultimi cento anni – ovvero – quello della saponificatrice di Correggio, al secolo Leonarda Cianciulli.
Ella è stata, nell’immaginario di chi scrive, qualcosa che attiene alla primissima infanzia. Negli anni ’60, i casi di cronaca ricordati dai miei genitori erano essenzialmente tre: “Girolimoni, il mostro di Roma (anni ’20), Cesare Serviatti, il Landru del Tevere – quello delle due valigie piene di parti anatomiche assortite rinvenute alle stazioni di Napoli e La Spezia (anni ’30) e, appunto, Leonarda Cianciulli (anni ’40).”
Manzonianamente potrei adesso affermare: “Pensino ora i miei venticinque spettafotoperarticolo2tori che impressione dovesse fare sull’animo del fanciullo, quello che i suoi cari si raccontavano”.
E, difatti – quando nel marzo del 2014, per caso, assistendo al programma di rai 3, “Il sesto senso”, che stava ricostruendo proprio QUEL caso – ho sentito riaffiorare le medesime emozioni provate da bambino. Ho, quindi, cominciato la ricerca dei materiali sull’argomento (libri, articoli di giornali, film, testi drammaturgici, ecc..) al fine di portare in teatro questa incredibile storia italiana.
Grazie al “contributo” delle personalità citate in calce alla locandina, la Compagnia Teatrale Dipartimentale (C.T.D), dopo aver narrato “a suo modo” l’ultimo, incompiuto, capolavoro dell’autore agrigentino (I GIGANTI DELLA MONTAGNA (da Pirandello) SECONDO DI MAIO), si cimenta adesso in un lavoro ancora più complesso ed articolato dove realtà giudiziaria e psicopatologia criminale sposano, permeandola, la visionarietà del teatro attraverso una contaminazione inusuale di stili e di generi.
Come riuscire a rendere fruibile, scorrevole, al pubblico una vicenda così umanamente (nel testo, a titolo d’esempio, Leonarda si rivolge al Giudice in questo modo: “E a chi ho fatto male? Faustina sognava solo una vita migliore, e gliel’ho data… Francesca me l’ha chiesto in ginocchio, Virginia non ce la faceva più a vivere con tutte le cattiverie che ci facevano quelle bizzoche… Ha piegato la testa che era un invito… E potevo rifiutare?”) disumana nella sua tremenda completezza?
Forse facendo accompagnare gli astanti nei meandri della storia da un narratore/facilitatore alla maniera del Direttore di Scena presente nell’Our Town di Thornton Wilder? Fatto!
Togliendo il massimo possibile di oggetti dallo spazio scenico – sempre da Our Town – in modo da rendere, attraverso la mimica, ancora più surreale e metafisico il contesto (in)definito? Fatto!
Fissare visivamente il risultato emozionale, finale, della pièce attraverso l’estemporanea e continua creazione, in palcoscenico, d’un dipinto compendiante l’intero dramma? Fatto!
Avvolgere il tutto in un pulsante e coinvolgente amalgama di luci, ombre e forti sensazioni? Fatto? No, questo non posso ancora affermarlo!
A questa domanda, gentile, pubblico, potrete rispondere solo voi.
Buona visione.
Roberto Di Maio

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