Spezia calcio: Ora guardiamo avanti (di Marcello Delfino)

Inutile piangere sul latte versato.

E’ accaduto quello che non doveva accadere ma nel calcio, si sa, tutto può succedere.

Dicono che sia proprio questo il fascino di questo sport, ma certo lo si apprezza di più quando l’impresa la facciamo noi piuttosto che quando la facciamo fare agli altri, ai nostri danni.

Poco utile anche rivendicare di avere visto con largo anticipo l’inopportunità di chiudere anzitempo un progetto che, comunque, aveva ridato agli sportivi una squadra di cui erano riusciti ad innamorarsi.

Anche se è proprio da qui che dobbiamo ripartire.

Come diceva giustamente un ex aquilotto commentando l’esito deludente del tanto atteso appuntamento con la storia, del calcio naturalmente, una squadra prima delle qualità tecniche deve avere un’anima.

Ecco, questa squadra ha perso l’anima, quel senso di gruppo, di amicizia, di solidarietà al suo interno e nel rapporto con l’ambiente tutto, sportivi per primi.

Quello spirito  colto al volo da una tifoseria appassionata come la nostra e che faceva sì che, anche al termine di una partita finita male, la squadra uscisse comunque fra gli applausi, applausi di gratitudine, di comprensione, di affetto.

Qui non si tratta di riscrivere “Il libro cuore”, ma di convenire che, senza queste caratteristiche, senza l’anima, i risultati difficilmente arrivano.

Ma ora serve guardare avanti, serve ricreare le condizioni morali e tecniche per riprendere un cammino che ci riporti verso posizioni di classifica più tranquillizzanti e più adeguate ai valori che lo Spezia comunque può vantare.

Il nostro Presidente, spero non abbia smesso di sorridere, ha deciso di lasciare per motivi che non sembrano legati alle vicende sportive.

A noi si impone di rispettare le questioni private senza fare inutili forzature per allungare convivenze che sembra non abbiano più ragione di esistere.

Va colta certo l’opportunità per ricreare un clima più disteso, spogliato da proclami e conseguenti aspettative che, anche nel caso del quarto di finale di Coppa, hanno purtroppo avuto quegli effetti negativi che i più accorti temevano.

Un romanista come me non ha potuto non associare la sofferenza di lunedì sera a quella vissuta il 30 maggio 1984 allorché la Roma perse in casa, ai rigori, la finale di Coppa Campioni, allora si chiamava così, contro il Liverpool, una partita che, per il fatto solo che si sarebbe  giocata in casa, si era già vinta prima ancora di disputarla.

Ahimè nel calcio non funziona così.

Forse sarebbe opportuno fare riavvicinare Miskovic alla società, nei modi che il Patron riterrà più congeniali ai diversi impegni, anche solo per il fatto che in un momento delicato come questo serve la massima unità di intenti e la massima fiducia fra proprietà, società, area tecnica.

Abbiamo apprezzato la serietà, la sobrietà, il rigore del dirigente croato, qualità di chi si è calato nel mondo del calcio senza farsi ammaliare da tentazioni di notorietà e spettacolarità.

Lasciamo lavorare in tutta tranquillità l’allenatore che potrà fare le scelte col solo obiettivo del bene della squadra e suo, senza condizionamenti di provenienza societaria.

Era veramente incomprensibile ai più, lunedì sera, vedere una squadra allo sbando che annaspava in campo, con gli attaccanti che rincorrevano gli improbabili rinvii dei difensori, mentre a bordo campo si scaldavano, in attesa di una chiamata, Juande Catellani e Kvrzic.

Guardiamo avanti, con serietà, senza improvvisazioni, lasciando il calcio agli uomini di calcio, gli urologi si concentrino sulle prostate e gli architetti su come ristrutturare l’esistente visto che di cemento ne abbiamo già consumato anche troppo.

Cerchiamo di ridare alla squadra quello spirito battagliero e generoso di cui ci eravamo innamorati.

Ora più che mai, quando si lotta con lo sguardo rivolto al basso piuttosto che all’alto, servono umiltà, determinazione, cattiveria, spirito di squadra.

Si cerchi il difensore che serve ripensando seriamente il reparto difensivo che con le distrazioni e le ripetute dimenticanze ha fin qui profondamente deluso. Sarà utile cercare un giocatore esperto che sappia essere vero riferimento della difesa.

A centrocampo bisognerebbe utilizzare anche chi sa costruire, correre dietro agli avversari non è sufficiente se a fianco non hai qualcuno a cui dare la palla che sappia trasformare il tuo sacrificio in proposta di gioco.

E in attacco forse fra Calaiò e Nenè ne basta uno senza dover rinunciare a quell’apporto di mente, di piede e di cuore che sa dare Catellani.

Guardiamo avanti con serietà perchè forse ora ci aspetta il momento più difficile di questi anni di serie B, comunque pieni di soddisfazioni.

P.S. Non se ne avrà il Presidente Grazzini se faccio cenno, scherzosamente, a come l’ironia della sorte abbia voluto  giocare con lui. Sempre pronto a mostrare la lucentezza della sua dentatura distribuendo a destra e a manca accattivanti sorrisi, non avrebbe mai immaginato che l’attaccante dell’Alessandria che ci ha castigati si chiamasse, guarda caso, Bocalon. Allegria !

(Marcello Delfino)

Spezia coreografia

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