Decesso Nevari, la CGIL chiede l’hospice in città. E se bastasse solo un po’ di umanità?

LA SPEZIA– Nei giorni scorsi la nostra città è stata toccata dal decesso di Giuliano Nevari, titolare della storica Libreria Ricci. La sua morte ha colpito molto, perché Nevari era molto conosciuto e amato, a Spezia. Qualche giorno dopo la scomparsa, la moglie, Lucrezia Ricci, ha scritto una lettera al quotidiano “Il Secolo XIX“, nella quale denuncia la condotta disumana del personale ospedaliero nelle ultime ore di vita del marito, al quale hanno rifiutato la sedazione profonda, che era stata richiesta e approvata legalmente.
Nevari, scrive la moglie, ha sofferto per sette lunghe ore prima di morire, in preda a dolori strazianti.

La lettera della signora Ricci ha ovviamente scatenato le critiche all’operato del personale ospedaliero. “È mai possibile” si chiedono in tanti “morire in questo modo, nel terzo millennio?“, puntando il dito contro la scarsa umanità del reparto di Medicina dell’Ospedale Sant’Andrea. Perché un paziente deve soffrire così tanto? E, con lui, la sua famiglia se decide di stargli accanto fino alla fine?

La CGIL, in un comunicato diffuso, ritorna a puntare sulla necessità della presenza di un hospice in città: una struttura con personale preparato a casi simili.
Noi non entriamo nel merito della discussione hospice sì-hospice no. Più che la competenza e la preparazione, però, in un caso del genere dovrebbe prevalere l’umanità. Il caso di Nevari è finito sui giornali, ma sui social network, nei commenti a questa notizia, si leggono tante (troppe) storie simili. Il paziente in punto di morte ha diritto a essere tutelato, ha diritto a veder salvaguardata la sua dignità, ha bisogno di avere accanto a sé un personale medico preparato sì, ma dal punto di vista umano. E l’umanità non la dà il fatto di lavorare in un hospice.

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