Alle radici del conflitto tra Arabia Saudita e Iran. Intervista a Marina Calculli

Lo scenario mediorientale si fa sempre più caldo. Il conflitto tra Arabia Saudita e Iran, dopo che il regime di Riad ha giustiziato il leader sciita Nimr  al-Nimr, getta quell’area del mondo ancor più nel caos. Quali sono le cause di questo conflitto? Quali saranno le conseguenze per l’intero M.O. e per il mondo occidentale? Ne parliamo con la studiosa Marina Calculli, Ricercatrice Fulbright presso l’Institute for Middle Eastern Studies della George Washington University a Washington DC (Usa).

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Il conflitto, secolare, all’interno dell’Islam tra Sciiti e Sunniti conosce un nuovo e drammatico episodio con l’esecuzione, da parte saudita, dello Sheik Nimr al-Nimr (Sciita). Perché il regime di Riad temeva il religioso sciita? Quello che appare è che al-Nimr non fosse uno sciita settario, anzi aveva condannato il regime di Assad (sciita), quali sono allora le ragioni profonde di questa esecuzione?
È  vero che c’è stata una dinamica settaria, ma quella che è in atto in questi giorni non è l’ultima puntata di un conflitto secolare. Sarebbe errato vederci odi ancestrali in questa faccenda. Si tratta piuttosto della politica di potenza delle due potenze regionali che si contendono l’egemonia sul Levante arabo e trovano utile mobilitare le piazze politicamente, socialmente e militarmente cavalcando queste divisioni settarie. C’è una duplice motivazione alla condanna a morte di Nimr al-Nimr. La prima è domestica: la casa regnante percepisce i fervori di un malcontento popolare soggiacente, anche dovuto al fatto che con il prezzo del petrolio così basso, cresce l’incertezza assieme alla disparità socio-economica. Inoltre, l’Arabia Saudita non ha solo un problema storico con la regione as-sharkiyya, ovvero orientale, dove vive la minoranza sciita da sempre marginalizzata. C’è anche il problema dei simpatizzanti dell’ISIS. Infine, c’è il problema dei numerosi attivisti per i diritti umani nel paese.  Dunque il regime ha voluto dare un messaggio per dissuadere qualsiasi forma di dissidenza e critica interna e poi l’ha buttata sul problema degli sciiti che, nella versione del potere, sarebbero tutti finanziati dall’Iran, così da creare paura del nemico estero in casa presso i sunniti e divaricare lo scontro sociale in un’ottica di divide et impera. C’è poi anche una motivazione internazionale: l’Arabia Saudita vede un Iran non più marginalizzato come prima dalla comunità internazionale e questo cambia gli equilibri anche regionali. Tra pochi giorni saranno levate le prime sanzioni contro Teheran che aprono uno scenario nuovo per l’Iran. L’Arabia Saudita cerca ancora di far saltare l’accordo e ripristinare lo status quo precedente.

Riad accusava al-Nimr di essere un “agente iraniano”. Quale era il suo rapporto con il regime degli ayatollah iraniani?
Nimr era ovviamente uno cheikh sciita e in quanto tale aveva studiato in Iran e si era formato lì. Ma aveva più volte ribadito in sermoni peraltro disponibili online che il legame degli sciiti sauditi con l’Iran era un’invenzione dell’Arabia Saudita per non affrontare i veri problemi, ovvero le rivendicazioni sociali, politiche ed economiche della popolazione di As-sharkiyya. In uno dei suoi discorsi, peraltro, Nimr disse che il potere saudita parlava di un “paese straniero”, senza neppure avere il coraggio di chiamare l’Iran con il suo nome. E sarcasticamente diceva al potere: “Perché allora non andate a far guerra a questo paese straniero invece di arrestarci, torturarci, ammazzarci qui, se il problema è questo paese?”. Si tratta di un escamotage sarcastico per esporre il pretesto politico, la narrazione settaria, le bugie che hanno forgiato il potere in Arabia Saudita.

Questa esecuzione porterà ad ulteriori tensioni nello scenario, già complicato, del Medio Oriente. Pensa che tra Iran e Arabia Saudita si arriverà alla guerra , se non apertamente, ovvero ad una guerra per procura, dove i contendenti potranno mettere a segno colpi, attraverso alleati, per mettere in grave difficoltà il nemico? Insomma l’instabilità della zona aumenterà sempre di più?
Ci sono già diverse guerre per procura, fronti caldissimi, in Medio Oriente. La Siria e lo Yemen sono casi eccellenti in cui si vede come l’ostinazione per il potere – tanto da parte saudita quanto iraniana – non solo crea tragedie di proporzioni inaudite, ma rischia di ritorcersi contro i poteri stessi. Da queste guerre è nato l’ISIS, in Yemen sta proliferando al-Qaeda: quanto il potere saudita potrà giocare con questi gruppi senza essere travolta essa stessa dalla sula forza dirompente? Lo stesso in parte vale per l’Iran, che sta dal suo canto esacerbando la crisi, sostenendo a tutti i costi Bashar al-Assad in Siria, una mossa che procrastina la fine delle ostilità in quanto la maggior parte degli attori, anche quelli disposti a trattare con Damasco, non potranno mai accettare di sedersi al tavolo con un leader responsabile – proprio in quanto leader – della morte di 250.000 persone. Ci sono altri poteri emersi dal conflitto che guardano al loro sostegno popolare, costituitosi durante la guerra e largamente anti-Assad. L’ossessione iraniana suAssad ha di fatto cristallizzato lo stallo e le tensioni di questi giorni certamente allontanano ancora di più la pace.

Il regime di Riad ha fatto del settarismo religioso un uso politico per riaffermare il suo potere sul mondo sunnita. Giustificando così la repressione al suo interno, e la guerra nello Yemen. Si pone così per il mondo occidentale la questione dell’alleanza con l’Arabia saudita. Fino ad ora l’occidente ha continuato a fare affari con la monarchia saudita, pensa si arriverà ad un chiarimento con il regime dei Saud?
È  l’alleanza più ipocrita dell’Occidente. Ma questo non deve stupire: le alleanze si fanno per interesse politico, economico e strategico sempre. Quello che sta crollando in questo periodo è semmai la narrazione di copertura di questa alleanza, ovvero il tentativo di dipingere l’Arabia Saudita come un paese moderato. E’ importante semmai capire anche come tutti gli attori del sistema internazionale strumentalizzano narrazioni “emozionali”, “identitarie” o a marca “religiosa”. Quella degli sciiti contro i sunniti e’ una guerra che in realtà si gioca tra potenze e su un piano strategico. Quella tra Oriente e Occidente, o Cristianità e Islam, ha motivazioni analoghe. Bisognerebbe guardare alle alleanze o alle rivalità strategiche non come a opposizioni o comunioni identitarie, ma come un complesso di interessi in cui l’identità raramente gioca un ruolo fondamentale, se non nella sua strumentalizzazione. Credo che l’alleanza tra USA e Arabia Saudita ne sia la prova più esemplare.

Il prezzo del petrolio, sempre più basso, ha prodotto conseguenze economiche e sociali nei paesi produttori di greggio. Quale regime è più vulnerabile tra Teheran e Riad?
Certamente l’Arabia Saudita la cui economia dipende quasi totalmente dalle esportazioni di greggio. Teheran ha invece una economia storicamente assai più diversificata, ha un apparato industriale nazionale molto sviluppato. E’ quello che ha salvato l’Iran dal collasso nel periodo delle sanzioni. Inoltre l’Iran ha una popolazione colta e specializzata, mentre l’Arabia Saudita dipende in larga parte dalla manodopera specializzata straniera.

Quali conseguenze avrà, questo conflitto tra Iran e Arabia Saudita, nella guerra all’ Isis?
L’ISIS approfitta dello sfaldamento degli stati. È lì che emerge l’ISIS. Dove non c’è più governance, emerge l’ISIS in altri termini. Dunque il procrastinare di questo stallo ovviamente è una buona notizia per l’ISIS. Mentre una transizione in Siria, per esempio, creerebbe comunque un’alternativa per buona parte di quella popolazione che non può prestare più lealtà a Bashar al-Assad e si trova schiacciata da ISIS.

Ultima domanda: Quale partita può giocare, in positivo, l’Europa in questo conflitto?
Non credo che l’Europa sia in grado di giocare una grande partita in un momento storico in cui persino gli Stati Uniti hanno poche carte in mano. Ci sono troppi interessi contrastanti tra alleati e potenziali alleati. L’Iran si prospetta come un nuovo paradiso di investimenti e business e i governi europei vogliono che l’accordo ingrani. Dall’’altro lato non si può far saltare l’alleanza con le monarchie del Golfo, inclusa l’Arabia Saudita, perché c’e’ una struttura di interdipendenza finanziaria e commerciale da mantenere.

Intervista originale su http://confini.blog.rainews.it

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