Buon Natale da LaSpeziaOggi

Canto di Natale (Racconto di Claudia Bertanza, ispirato alla novella “A Christmas Carol” di Charles Dickens).

Era una pallida domenica di fine autunno: nelle folate di gelida tramontana già si annunciava l’inverno; l’odore delle caldarroste riempiva le strade e la città scintillava di luci natalizie. Alice passeggiava per la città alla ricerca dei regali natalizi per gli amici, sforzandosi di trovare idee nuove, particolari, volendo sfuggire alla banalità.Nel corso degli anni aveva regalato un po’ di tutto: oggetti utili, soprammobili un po’ pacchiani ma simpatici, doni equosolidali; aveva acquistato libri, cd, dvd, scatole di cioccolatini dai mille gusti e quasi sempre aveva azzeccato.
Aveva buon gusto, sapeva cogliere nel segno.
Quell’anno, però, era senza idee: il Natale l’aveva colta di sorpresa; aveva fatto caldo fino a tardo autunno e lei non si sentiva proprio pronta ad affrontare l’atmosfera di fine anno. Un’orchestrina ambulante suonava motivetti natalizi, alcune ragazze dall’aria stanca e infreddolita distribuivano volantini che reclamizzavano costosissimi cenoni di Capodanno e un tizio vestito da Babbo Natale faceva risuonare quella risata che a lei risultava particolarmente odiosa. Le vetrine rilucevano di ghirlande rosse, blu, oro, argento; in un negozio di giocattoli neve finta cadeva da un cielo di cartapesta sulla capanna in sgargiante plastica di un terribile presepe che troneggiava in una vetrina ricolma di bambole tecnologiche, mini computer e altre diavolerie. Alice, disgustata, voltò la testa; non era religiosa, ma per lei il presepe era quello della nonna, con la capanna in legno, le statuine in gesso dipinto a mano, il muschio e la neve fatta con in batuffoli di cotone, che amava disporre con cura. Il suo albero, invece, era un trionfo di colori: la ragazza conservava alcuni ornamenti da anni e a ogni Natale ne comprava di nuovi. Ignorando la moda che voleva alberi semplici e monocromatici, lei appendeva palline e ghirlande blu, gialle, viola, rosse, miniature di Babbo Natale, oggettini in legno, persino una Befana sulla scopa.

L’odore di caldarroste si faceva sempre più forte e Alice decise di acquistarne un cartoccio: la signora che le vendeva era anziana, minuta, con corti capelli grigi, guance arrossate e occhi piccoli, celesti e buoni.
Le ricordava sua nonna e le sorrise sinceramente: la vecchietta, con le mani leggermente tremanti, le diede il cartoccio di castagne, quindi le chiese: ”Hai problemi con i regali di Natale, cara?” Alice rimase sbalordita, poi pensò che la signora potesse aver tirato a indovinare, visto il periodo, così annuì. “Cerca in quel negozio, cara, e vedrai che lì troverai quello che fa per te.” Disse ancora la signora, indicando una bottega dall’aria antica che era proprio alle sue spalle. Alice  non aveva mai visto il negozio e  avrebbe voluto ribattere qualcosa, ma una signora frettolosa, che si trascinava dietro un bambino scalciante e urlante, chiese bruscamente delle caldarroste e lei fu costretta a salutare la vecchietta e allontanarsi. Mangiando le castagne, che le scaldavano piacevolmente le dita e la stuzzicavano col loro profumo, la ragazza si avvicinò al negozio e guardò dentro. La vetrina, piccola e con la vetrata leggermente appannata, era semplice e disadorna: la parete era rivestita di una carta da parati che rappresentava un cielo stellato; al centro vi era un presepe, che strappò ad Alice un’espressione di meraviglia, perché era proprio quello dei suoi sogni: la capanna era in legno, sormontata da una stella cometa in cartone colorato e le statuine erano in gesso, screpolate in alcuni punti. Qua e là erano sparpagliati alcuni batuffoli di cotone.
Richiuse il cartoccio di castagne, riponendolo in borsa e decise di entrare.
La porta cigolò leggermente: la bottega odorava di legno e di cannella, un caminetto scoppiettava allegramente e un gatto grigio, sdraiato accanto al fuoco, la degnò appena di un flebile miagolio di benvenuto, prima di accucciarsi nuovamente a sonnecchiare. L’ambiente era piccolo e accogliente, la luce soffusa: in fondo alla stanza si trovava il bancone, in legno chiaro e dalla forma tondeggiante. Dietro, un uomo pelato stava scrivendo qualcosa su un vecchio registro; quando alzò la testa per salutare Alice, egli sorrise e i suoi occhi scuri si illuminarono.

“Buona sera, signorina. Benvenuta.” “Buonasera, mi ha mandato la signora delle caldarroste… sa, devo fare i regali di Natale e non ho idee… a dire il vero non so cosa vendiate in questo negozio, non…” Alice lasciò la frase a metà e l’uomo sorrise ancora, dicendole che lì avrebbe trovato quello che cercava. Alice passò quasi un’ora nella botteguccia, conversando piacevolmente con il signor Arturo, (così si era presentato il proprietario del negozio), facendo amicizia col gatto e completando i suoi acquisti. Quando fu il momento di pagare Alice si rese conto che non ricordava nemmeno cosa avesse comprato, un po’ perché la conversazione col signor Arturo l’aveva completamente assorbita, un po’ perché l’odore forte della cannella la frastornava. Pagò e, mentre stava per uscire, Arturo le mise in mano un altro pacchetto, dicendole che quello era per lei, omaggio del negozio: si raccomandò che non lo aprisse prima di Natale e le augurò buone feste. Alice salutò, ricambiò gli auguri, fece un’ultima carezza al gatto e uscì dal negozio. L’aria frizzante di dicembre la riportò alla vita reale: cercò con lo sguardo la vecchina delle caldarroste ma intorno al fornelletto c’erano troppe persone e la signora, così piccola e minuta, scompariva in quel mare di teste e cappotti. Nei giorni seguenti distribuì i doni agli amici, dicendo loro di aprirli solo a Natale, ripose il suo pacchetto sotto l’albero e non pensò più alla vecchina, al gatto, al signor Arturo. Giunse la sera del 24 e lei andò a letto presto, stanca e un po’ immalinconita. A mezzanotte, però, lo scampanio della vicina chiesa che annunciava la Messa di mezzanotte la svegliò.

È Natale, pensò.
Si rigirò nel letto, cercando di riacciuffare il sonno perduto, di recuperare i brandelli dello splendido sogno di cui era protagonista, ma fu tutto inutile. Alla fine decise di alzarsi e aprire i regali degli amici: erano molto belli come al solito, Alice ne fu lieta e accese il telefonino, per ringraziare in tempo reale. Due o tre persone le risposero subito, ringraziandola a loro volta per  regali che lei non ricordava di aver comprato. Fu a quel punto che le tornò in mente il regalo del signor Arturo. Le tremavano leggermente le mani, mentre, con cura, toglieva la carta color panna, decorata con agrifogli: si trovò tra le mani una scatola quadrata, di cartone. Tolse il coperchio e dalla confezione uscì un raggio di luce accecante, che le fece chiudere gli occhi: quando li riaprì, davanti a lei c’era un vecchio dall’espressione dolce, con la barba bianca.
Egli si presentò come il Natale del passato e improvvisamente Alice si sentì trascinata nel racconto di Dickens; voleva rispondere che non credeva a queste cose, ma il vecchio la prese per mano e lei si ritrovò nella vecchia casa della nonna, che non era più con lei da tanti anni. La tavola era apparecchiata con la tovaglia e le stoviglie delle grandi occasioni (stoviglie color nostalgia… i versi di una vecchia canzone di Guccini le salirono alla mente); i suoi genitori, vestiti a festa come gli zii, sorridevano e chiacchieravano, guardando lei e i suoi cuginetti che tenevano tra le braccia i doni appena ricevuti. La nonna, vestita semplicemente, faceva come al solito avanti e indietro dalla sala alla cucina, preoccupata che tutti mangiassero abbastanza e che in tavola non mancasse nulla. A Alice si riempirono gli occhi di lacrime ed ebbe voglia di dire alla piccola se stessa di aiutare la nonna, di alleviarle la fatica, di dimostrarle maggiormente il suo affetto, ma all’improvviso tutto sfumò.

Ora la ragazza era di nuovo nel salotto di casa e davanti a lei c’era il Natale del presente: un uomo di mezza età, vestito di scuro, dall’aria burbera, che le mostrò la realtà che stava vivendo. Lei e la madre, sedute da sole al tavolo di sala, a chiacchierare stancamente, commentando che in giro per le strade non c’era proprio nessuno. La madre borbottava che non vedeva l’ora che passasse il Natale e che per lei potevano anche non festeggiare, ma sì, giusto un panettone. In fondo, quello era solo un giorno come un altro, con le strade deserte e la casa silenziosa, con l’albero in un angolo, l’albero decorato solo da lei, perché la madre era solita dire: “Ah, se fosse per me non lo farei nemmeno…”

Anche quell’immagine sfumò rapida. Alice pensò: ora c’è il futuro. Davanti a lei c’era una figura che non riuscì bene a identificare e che la trascinò in una stanza ampia, vuota: c’era una grande parete bianca, nella quale c’erano moltissime porte, tante da non poter essere contate. Alice sbottò: “Che cos’è, uno scherzo?” La figura senza volto le chiese che cosa si aspettasse. “Di conoscere il mio futuro…” Sussurrò.
La figura rise e le disse: “Ma io non lo conosco, il tuo futuro. Sta a te costruirlo, sta a te decidere.” ”Ma allora tutto questo a cosa è servito?” urlò lei. “Tu pensi di non avere opportunità, ti senti intrappolata, credi che non riuscirai a realizzare nessuno dei tuoi sogni e io sono qui per dirti che non è così. Hai tante possibilità, sta a te decidere se sfruttarle o meno.” Alice provò a ribattere, ma un fascio di luce più forte la accecò. Si svegliò, a mattina inoltrata, sul divano, circondata dai regali degli amici. Si alzò e vide che fuori c’era il sole.
Continuava a pensare ai fantasmi del Natale, mentre si preparava per andare a casa della madre; telefonò a Lara, la sua migliore amica, che la ringraziò per la selezione di tisane aromatizzate che le aveva comprato (ma lei non lo ricordava affatto, seppe solo che era proprio quello che la sua amica desiderava). Alice provò a chiederle se non avesse avuto strane sensazioni, sogni particolari… ma Lara la interruppe, dicendole di non stressarla con i soliti discorsi filosofici anche il giorno di Natale e così le due amiche si salutarono. Vagamente delusa, Alice provò a cercare la carta del regalo del signor Arturo, ma sembrava svanita nel nulla. Prima di andare dalla madre decise di passare dal centro, cercando il negozietto, ma trovò solo una banca. Non c’era la vecchietta delle caldarroste: anzi, al suo posto c’era un’edicola un po’ scalcinata, con un giornalaio dall’aria scocciata, che aspettava solo l’ora di pranzo per andare a casa. Alice comprò un giornale e augurò buon Natale all’uomo che le sorrise stancamente: provò a chiedergli di una vecchietta che vendeva caldarroste e di un negozio antico e l’edicolante le disse che erano almeno venti anni che lui era lì. Di una vecchietta che vendeva caldarroste e che corrispondeva alla descrizione di Alice però, si ricordava…e anche del negozio, ma lei non poteva averli visti, era roba di quando lui era bambino, quasi cinquant’anni prima. “Ma cosa vendeva il negozio?” chiesa Alice, con voce tremante.
“Sogni…” rispose l’edicolante, prima di dedicare la sua attenzione a un cliente indeciso. “Ma allora ho sognato.” mormorò Alice e, sentendosi serena e leggera, si avviò verso casa della madre. Alle sue spalle l’edicolante sorrise a una vecchietta minuta, con corti capelli grigi, guance arrossate e occhi piccoli, celesti e buoni.

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