Cultura e intercultura sul Golfo dei Poeti. Una riflessione di Roberto Danese

Pochi giorni fa stavo passeggiando nella storia, nella mia storia, che poi è quella di tanti altri: la storia della città che ha dato le coordinate alla mia vita, una città che sfuma i suoi contorni fra il ricordo e la nostalgia, una città che mi sta tornando prepotentemente addosso, dopo anni di semplici consuetudini affettuose. Ero andato alla stazione ad accogliere una mia allieva e ora giovane collega che veniva da Vernazza (altro luogo totemico) e camminavo con lei tra via Fiume e via Prione per arrivare in piazza Verdi al Liceo ‘Costa’, dove avremmo tenuto una piccola lezione. Era lo stesso percorso che ho fatto innumerevoli volte negli anni Settanta per andare a scuola; le stesse strade, gli stessi palazzi, la stessa méta. Mentre aspettavo il treno, che era un po’ in ritardo, ho fatto due passi vicino alla stazione, tra via Paleocapa e piazza Saint Bon, le coordinate che abbracciano uno dei rimpianti culturali e ancestrali più grandi: il Teatro Monteverdi. Via Paleocapa è ora l’ingresso di un parcheggio sotterraneo, solo occasionalmente l’àdito alla stazione; Piazza Saint Bon è un’ampia piattaforma con radi alberi, ma io riesco ancora a vederci l’ombreggiatura di una vegetazione ben più fitta, il chioschetto sull’angolo, dove con Paolo ci eravamo fermati ad abbordare Francesco e Gianni del Banco … temporibus illis.

Ho sovrapposto a quell’apparizione la cartolina di oggi: al posto del bar Gambrinus, quello degli ultras aquilotti, c’è un ristobar cinese; vicino alla farmacia, che prima stava oltre via Bixio, dove ora c’è un ottico, c’è un minimarket colorato da allegra gente ispanica; più avanti, al posto della pasticceria vedo un ristorante giapponese e più oltre ancora un kebab, che si affianca placido ad un ristorante tipico delle nostre parti e a uno spezzinissimo muscolaio.

Quando arriva la mia allieva, che di Spezia si porta addosso solo una “spolveratina”, le racconto il processo generato su quei luoghi dagli agenti mutageni del tempo e delle culture. Sì, perché di culture e di cultura si tratta, quella cultura a cui l’aria che si respira per le strade della mia città sembra essere sempre più indifferente, se non ostile.

Mi piace ricordare su via Fiume i due luoghi dove mio nonno prima e mio padre poi hanno impiantato il negozio di colori e vernici, ma mi piace anche guardare quello che c’è ora con curiosità e con un’idea prospettica che armonizzi il passato e un presente in divenire. Passando da via Prione a piazza S. Agostino incontro infatti una città diversa, multiforme, multietnica e a suo modo ancora viva, nonostante la fuga di alcuni figli che hanno smesso di essere suoi, non di amarla. Arrivato a piazza Verdi, ai margini del cantiere che sta rimodellando molte nostre memorie, mi accosto al palazzo delle Poste e racconto a Giorgia del mosaico futurista che vive nelle sue viscere: mi viene in mente che molti spezzini non lo sanno che c’è, che dovremmo far qualcosa per riconsegnarlo a loro insieme all’arte e alla storia che si porta dietro; penso al premio Misiberonico che celebravamo sui traghetti corsicani ormeggiati al molo; penso che è passato, che è solo un bel ricordo, ma che comunque era qualcosa che, bene o male, si faceva a Spezia e che sarebbe importante che, mutatis mutandis, qualcosa succedesse ancora, qualcosa di diverso, magari di meglio, qualcosa che uccida la sonnolenza acquiescente che ho visto quest’estate fra la gente che affollava la Festa della Marineria.

Arrivo al Liceo e trovo colleghi che vivono con entusiasmo e creatività il loro essere educatori, un entusiasmo che mi commuove più delle ombre di antica giovinezza che aleggiano per quei corridoi: forse non è un caso che il ‘Costa’, in clamorosa controtendenza sul dato nazionale, continui ad attirare iscritti. Però l’entusiamo si mescida a disincanto e scoramento, alla consapevolezza che l’amore per le culture, che loro stanno trasmettendo a ragazzi anche più svegli e intelligenti di quanto eravamo noi, non sarà riconosciuto e coltivato da nessuno, non germoglierà perché seminato su un territorio dello spirito da troppo tempo isterilito.

Spezia è una città che forse merita più di quanto non abbia avuto in tutti questi anni e che d’altro canto forse non merita l’impegno di tanti che hanno cercato di cambiare le cose.

Tornando a casa passo per corso Cavour, elegante retrosalotto cittadino ormai negato al traffico, per poi arrivare a piazza Brin, dove mi assale di nuovo un mix di ricordi e di attualità. Anche qui negozi etnici, ragazzi dominicani che affollano le panchine nuove e il chioschetto che ha soppiantato quello dove da bambino andavo a prendere i bomboloni appena fritti ripieni di gelato o di panna (segno dei tempi che cambiano: oggi il vecchino del chioschetto verrebbe subito arrestato per terrorismo alimentare); sullo sfondo la chiesa di Nostra Signora della Salute, un finto barocco che sa molto di esotico, come gli idiomi che mi echeggiano intorno (ci sta benissimo con il contesto attuale; e poi non è forse vero che Giorgio Simonelli nel suo Marinai donne e guai del ’58 l’ha trasformata nella Sagrada Familia un po’ moresca e casereccia della sua Barcellona immaginaria?).

Insomma, sono aggredito dal tempo passato e presente, da storie antiche e nuove, facce ed etnie diverse che popolano i miei luoghi dell’anima. So bene che gli spezzini (o quelli che si credono tali) quardano con sospetto e forse anche timore questa evoluzione della loro città, ma so anche bene che più che un rischio questa può essere un’occasione.

Spezia è da anni una città morente, dove l’economia langue, una città che si spopola perché, come diceva Antonio Salines in una bella intervista su La Spezia oggi, non ha creduto e non ha investito nelle sue menti migliori.

Oggi Spezia è tuttavia una realtà che ha una storia consolidata, ben custodita dagli intellettuali che generosamente lavorano per lei, ma è anche un sistema urbano che sta crescendo e si sta modificando grazie soprattutto all’immigrazione, che ha portato nuove famiglie, nuove comunità e anche nuovi modi di pensare, di far musica, di raccontare storie, di vedere il mondo. I have a dream: che queste forze diventino stimoli e diventino movimento, che la nostra cultura e le nuove culture che stiamo incontrando per le strade spezzine si confrontino per formare un nuovo tessuto sociale che rilanci la città, che a cominciare dai nostri politici si capisca che questo si può fare solo investendo in operazioni culturali che caratterizzino il nostro territorio. Continuiamo a celebrare il nostro passato. Si può e si deve fare in tutti i modi: io non rinuncerei mai alla mesciua e alla farinata, che sono le mie madeleines (in famiglia si racconta ancora di come il mio trisavolo, sacrestano di Marinasco, scese in città per aprire in corso Cavour uno dei primi negozi di farinata, che dalla sua antica professione si chiamò e continuò a chiamarsi dopo molte gestioni Il Sacrista). Però dobbiamo coniugare la mesciua con un cous cous magari impreziosito dai muscoli di Portovenere.  E dalla tavola si può passare alla musica, alla narrativa, alla poesia, all’arte, al cinema. Il progetto di riaccendere il dialogo con tutti gli spezzini che stanno facendo cultura in giro per il mondo semplicemente mi entusiasma e non solo perché mi porta a riacquisire vecchie relazioni che credevo perdute, ma soprattutto perché inocula nelle vene della città il germe di esperienze diverse, così come succede ad altri livelli con l’immigrazione. Ho l’impressione che dovremmo finire di lamentarci per il deserto culturale spezzino e che sarebbe meglio che tutti ci rimboccassimo le maniche per restituire valori in modo intelligente a una città che ci ha dato tanto, senza sterili laudationes temporis acti, ma con spinte nuove che aprano veramente le porte del Golfo a qualcosa di importante e di unico. E qui è fondamentale il dialogo tanto costruttivo quanto severamente critico con la politica, con la gente di tutti i tipi e di tutti i colori, con gli artisti e gli intellettuali, riportando al centro di tutto l’imprescindibilità dell’immaginazione (come diceva il mio antico e prezioso amico Renzo Fregoso: pe’ andae per mae / basta a paòla barca / de papéo).

Cominciamo con La Spezia Short Movie, un festival di corti, dove ci riuniamo da tante parti d’Italia per provare a dare alla nostra città un evento fuori dagli schemi e dalle routines, un evento che, come il Misiberonico di qualche decennio fa, attiri sulle nostre rive artisti e uomini di cultura da tutto il mondo, ma non facciamone una bandiera della spezzinità pensante e brillante.

Come dicevo sopra, molte delle cose che ci preoccupano e ci inquietano possono trasformarsi in occasioni. Dunque perché non pensare a trasformare gradualmente il Festival anche in un dialogo culturale connettivo tra le diverse realtà di una città che cambia? Perché nella prossima edizione non dedicare una sezione al documentarismo sulla multietnia e sull’ibridazione delle culture in seguito all’immigrazione, invitando a chiacchierare con noi anche i magrebini, i centrafricani, i cingalesi, i cinesi, i dominicani, i rumeni che a Spezia ci vivono accanto, ma divisi da barriere culturali quanto mai nocive? E insieme magari trovare i finanziamenti per fare un film di livello, che so, sullo Spezia FC (e come non potrei augurarmelo io, figlio di una mezzala del glorioso Spezia anni Cinquanta)? Potremmo avere bellissime sorprese e potremmo forse anche riuscire a dimostrare agli scettici che investire in cultura alla fine fa vivere meglio tutti.

Quando tornerò a Spezia rifarò come sempre quella passeggiata e davanti alla facciata del Monteverdi mi verranno in mente ancora ricordi malinconici, ma spero proprio che riuscirò a sentirmi anche felice di fronte alle rovine di ciò che è stato, se esse saranno servite in qualche modo a spingerci verso una dimensione culturale autentica, scandalosamente bella e nuova, ma comunque nostra.


Roberto M. Danese

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