“Ci si innamora di chi ci si innamora. Punto” (di partenza). Recensione di “Fossi in te io insisterei”

Carlo Gabardini è personaggio noto (e amato) dal pubblico televisivo e teatrale. Soprattutto dal pubblico televisivo e teatrale giovane. E’ autore e attore, come si dice, comico. Ma d’una comicità intelligente, mai sgangherata, una comicità che si carica di messaggi importanti. E’ stato Olmo in Camera Cafè, con Luca e Paolo. Ha firmato spettacoli come Reparto Raiot con Sabina Guzzanti, Il Signor Rossi e la Costituzione con Paolo Rossi, Piloti con Enrico Bertolino e Max Giusti. Ha collaborato con Crozza.

Carlo Gabardini è venuto prepotentemente alla ribalta con una lettera aperta a un ragazzo gay, pubblicata in prima pagina dal quotidiano “la Repubblica” alla fine di ottobre 2013. L’occasione scatenante era il suicidio di un ragazzo per ragioni di esclusione e di omofobia. Spiega Gabardini: “Credo che togliersi la vita perché si viene reputati diversi sia un avvenimento insopportabile, e quindi l’ho scritta nella speranza (probabilmente vana!) che questa morte sia l’ultima per inaccettabili questioni di discriminazione sessuale”. E, nelle ultime tre righe, facendo lui stesso coming-out, scrive: “Io della mia omosessualità non parlo mai perché penso che non sia una notizia. Ma se la non-notizia di essere gay può salvare anche un solo ragazzo dal proposito di suicidio, beh, allora lo dico: ‘io sono gay’” Perché la persona gay non è una persona sbagliata. Anzi, essere gay, dice Gabardini con il suo grande sorriso, “è bellissimo”. L’esclusione e l’omofobia sono comportamenti assurdi, come sarebbe assurdo imporre a tutti di mangiare la marmellata e condannare chi le preferisce la nutella.

Il tema viene ripreso da Gabardini in forma più ampia e sinfonica nel suo recente primo libro, Fossi in te io insisterei, una straordinaria appassionata delicatissima lettera al padre morto, in cui l’autore indaga, intrecciandole, sulle loro due vite, come se fossero uno davanti all’altro “a bere il tè in cucina a notte fonda. A bocce ferme”, come usavano fare. E decide finalmente di fare con lui il coming-out sempre rinviato, perché era venuto il tempo di “riscoprire e urlare al mondo e a se stessi chi si è realmente, e comprendere da dove si viene per poter riprendere la propria esistenza in mano e decidere dove portarla”. L’iniziale coming-out sessuale si dilata così fino a comprendere l’intero percorso della vita. L’autore infatti si dice convinto che il comng-out non dovrebbe essere una esclusiva degli omosessuali, ma di tutti e che non dovrebbe riguardare soltanto le propensioni sessuali, ma tutte le grandi scelte della vita. Perché il dichiarare chi si è e che cosa si desidera riguarda il senso di stare al mondo. “Fare coming-out significa cominciare a vivere”.

In questo senso, il suo primo coming-out l’autore sostiene di averlo fatto quando, a 17 anni, ha dichiarato al padre di non voler fare l’avvocato, come al padre sarebbe piaciuto, ma di frequentare l’Accademia d’arte drammatica. Tutti dovrebbero prendere in mano la loro vita e cominciare a viverla senza preoccupazioni se ciò deluderà le aspettative di qualsiasi altro. Serve – insiste Gabardini – “occuparsi del percorso e pochissimo della meta” e rimanere “con gli occhi spalancati sul mondo, in relazione con l’Altro, col tutto, con se stessi”. Naturalmente questo significa “incastrarsi”. Incastrarsi non è un punto di arrivo, un destino, ma un punto fermo da cui partire per costruire / ricostruire la propria esistenza a partire dalla propria verità. La paura, se di paura si vuol parlare, deve essere quella di non essere coerenti con ciò che si è. L’incastrarsi non è un fatto negativo, ma una realizzazione. E’ quello che un po’ di tempo fa i filosofi esistenzialisti hanno descritto con il termine engagement, cioè l’impegno a vivere ciò che si è, a trasformare gli avvenimenti della vita in esperienze, imponendo l’immagine della propria verità come presenza capace di agire. Il coming-out allora può essere considerato come una epifania, una rivelazione, un orizzonte nuovo, una responsabilità verso se stessi e verso gli altri, un modo come un altro di vivere l’umano, più liberi di prima perché a posto con se stessi.
Alla fine, l’autore azzarda una prospettiva: che ciascuno ha da essere padre di se stesso, rimanendo contemporaneamente anche figlio. “Ci vuole una vita intera per diventare bambini”.

Fossi in te io insisterei è un racconto intenso percorso in tutta la sua durata da una straordinaria lucidità, che mantiene i ritmi, le inflessioni, la leggerezza, il colore del linguaggio parlato, della confidenza faccia a faccia ora ironica ora struggente o, meglio, le due cose insieme.

Carlo Giuseppe Gabardini 
Fossi in te io insisterei.
Lettera a mio padre sulla vita ancora da venire
Mondadori, Milano 2015
p. 248, euro 17.00

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