Un festival per La Spezia: una riflessione di Paolo Logli

ROMA – Il prossimo 5 Marzo La Spezia avrà finalmente un suo festival dei corti cinematografici: il “La Spezia short movie”, che nasce da un’idea di Daniele Ceccarini e Roberta Mucci. Io ne farò parte in qualità di Presidente della Giuria, e sento il dovere di scrivere due cose in merito.

Partendo, come sempre, da molto lontano. Non me ne vogliate, sono fatto così.

Ho lavorato, per anni, come supervisore della sceneggiatura di soap operas televisive. Ho scritto Ricominciare, Cuori Rubati, Sottocasa. Potrei citare altri lavori, sceneggiature di film premiati in festival internazionali o biglietti d’oro per il record di incassi in film ultra-commerciali. Lo dico, senza false modestie, per arrivare a quel che mi sta a cuore: che la sostanza del lavoro di raccontare storie – lavoro artigianale, non si stupisca nessuno, esattamente come costruire tavolini – la sostanza, dico, sta nell’avere imparato una tecnica, un modo di fare le cose, le astuzie del mestiere, insomma.

In qualità di supervisore alla sceneggiatura nella soap opera, oltre ad un compito di garantire la continuità sia della storia che della psicologia dei personaggi, avevo anche quello di revisionare ed editare i dialoghi che una squadra di 15/20 dialoghisti stendeva ogni settimana. Tra le tante cose che ho fatto, quello è stato uno dei lavori che mi ha dato maggior soddisfazione umana e professionale.

Periodicamente, infatti, avevo la possibilità di confrontarmi coi miei dialogisti, e mi sentivo un po’ come il coach di una squadra di rugby e a volte mi toccava davvero il compito di rimotivare la truppa dopo, per esempio, un flop negli ascolti, che ci poteva stare. Avete presente “Any given Sunday”? Ecco, così. Riunivo la mia comitiva di giovani aspiranti sceneggiatori, tutti quanti alle prime esperienze e tutti vogliosi di misurarsi con il prodotto, tutti frementi di voglia di fare cose importanti e un po’ meno vogliosi di essere corretti, e raccontavo loro perché avevo fatto certe scelte, tagliato al tal scena, modificato il tal dialogo.

Retorica a questo punto imporrebbe di dire che sono io quello che ha imparato di più da quei giorni.

Non so se sia andata proprio così, ma so che da quelle soap, da quel gioco di squadra in cui ci si scambiava esperienze, tecnica, trucchi, sono venuti fuori molti buoni sceneggiatori, ed anche qualche regista di quelli che ora fanno film importanti e a volte concorrono agli Oscar.

Tutto questo giro di parole serve per dire che è importante, per chi si affacci al mestiere fantastico e pazzesco del racconta-storie, trovare un ambito dove sottoporre il proprio lavoro ad un giudizio, non tanto qualcuno autorevole per titolo accademico o per investitura divina, ma di certo tale per avere già sgranocchiato, e a volte digerito, tutti i mille dilemmi con cui ci si misura quando si decide di raccontare una storia.

Tutto questo per dire che è importante, creare degli ambiti in cui i giovani – nella fattispecie i giovani filmaker – possano testare e verificare la propria vocazione, misurarsi con un’immagine professionale e vedere se gli calza, cogliere la difficoltà troppo spesso prosaica di questo lavoro, capirne le dinamiche, i riti, i linguaggi. Ed anche scoprire che è un mestiere che pretende molto, moltissimo. Molto di più del fatto di sognare un giorno di percorrere un red carpet.

C’è bisogno, a La Spezia come in qualsiasi altra parte del paese, di momenti in cui si possa parlare coi giovani, spiegare loro il senso e il prezzo del mestiere del cinema, indirizzarli, consigliarli, incoraggiarli. C’è bisogno che l’elaborazione culturale diventi tradizione nel senso più forte del termine: cioè passaggio di consegne, di sapienze, di valori.

Ce n’è bisogno, in un mondo del cinema in cui dettano legge ormai in maniera quasi esclusiva le logiche ed i numeri del mercato.

Tutto questo per dire che quando mi è stato proposto di fare il presidente di Giuria al La Spezia Short Movie ho accettato con entusiasmo perché sono felice ed orgoglioso che la mia città apra un luogo in cui i giovani possano trovarsi, confrontarsi, parlare di cinema, rafforzare una vocazione salda o anche abbandonare, in qualche caso, un’illusione.

Sono felice a maggior ragione perché si tratta di un Festival che nasce dal basso, come si usa dire di questi tempi, e cioè dall’impegno di persone che hanno deciso di sobbarcarsi una parte della elaborazione culturale di una città – La Spezia – che ha tanto, troppo bisogno di stimoli che la facciano sentire viva (e quale città non ce li ha?), persone che hanno deciso di abbandonare il mugugno e di provarci, spesso senza, e a volte nonostante, le istituzioni cittadine.

Tutto questo per dire che a volte basta coagulare un gruppo di lavoro intorno alla voglia di fare, e si può fare forse non qualsiasi cosa, ma molto sì.

Ma certo che gli steccati sono tanti, lo venite a dire a noi, che siamo sopravvissuti 30 anni nel mondo del cinema romano? Ma certo che spesso si ha la sensazione che tutto venga deciso e succeda da un’altra parte, in un altro salotto, in una segreteria, in un androne del potere.

E probabilmente spesso è davvero così.

Però può anche succedere che una volta o l’altra – come nella famosa favola – qualcuno si alzi e dica “L’imperatore è nudo!” e magari, guarda un po’, la gente controlla meglio e si rende conto che è vero, è nudo sul serio.

Ho fatto un giro di parole che non è poi così tanto fumoso, per dire che nessuno vuol nascondersi dietro un dito e ignorare le lacune nella politica culturale in questo paese e per traslato di molte città tra cui La Spezia, ed è vero che logiche assurde e convenienze incomprensibili spesso sembrano derubarci degli spazi che vorremmo. Ed è anche vero che a volte ce li rubano sul serio.

Ma questo non significa che non si possa, come topini, rosicchiando rosicchiando, creare avvenimenti, fatti che si vedono, che rimangono in mente.

Questa è la seconda esperienza come presidente di Giuria in un festival dei corti, e sono certo che darò il massimo e farò il massimo esattamente come la volta scorsa.

Ma stavolta con una motivazione in più.

Ritrovo infatti in questa giuria Silvano Andreini, presidente dell’Associazione Culturale Film Club Pietro Germi che gestisce a La Spezia il cinema Il Nuovo, Marco Ferrari, presidente della Mediateca Regionale Ligure, Massimo Olcese, Matteo Taranto, Lenina Ungari, Fabrizio Viotti.

Ma anche due amici, che per cercare un loro spazio nel mondo dello spettacolo e dell’elaborazione culturale sono dovuti andare via, come me. Ma credo che sia importante, e un segno dei tempi, anche il fatto che intorno ad una iniziativa come questa le energie disperse fuori da La Spezia siano capaci di mettersi a disposizione, come cavalli di ritorno, mettendo a disposizione nome (come è il caso per esempio di Dario Vergassola), titoli accademici (come per il professor Roberto Danese), esperienza e voglia di fare.

A dimostrare che a volte basta chiedere, per avere una risposta.

Paolo Logli

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