Analisi sulla Turchia post elezioni di Ennio Remondino. Intervista di Daniele Ceccarini

Esteri/Mondo

A distanza di due settimane dalle elezioni in Turchia, che hanno visto la vittoria del partito di Erdogan con la maggioranza assoluta, abbiamo intervistato il giornalista Ennio Remondino che ci ha rilasciato un’analisi dove ha parlato del risultato elettorale e del futuro della Turchia; del ruolo che può giocare la Turchia in Medio Oriente; del risultato del partito filocurdo di Demirtas che ha superato la soglia del 10% entrando in Parlamento; dell’attentato di Ankara e dell’effetto che ha avuto sulla popolazione turca in relazione alle elezioni; dei rapporti tra Turchia e Unione Europea e di ciò che resta dalla mobilitazione popolare e dei fermenti culturali di Piazza Taksim

1. Si sono da poco svolte le elezioni politiche in Turchia che hanno visto il partito di Erdogan trionfare e ottenere la maggioranza assoluta, pensa che ci sia il rischio di una deriva illiberale e quali conseguenze ci potranno essere in Turchia e nel Medio Oriente?

In Turchia la deriva illiberale credo che sia già in corso da tempo. C’è solo da sperare, che avendo ormai raggiunto parte degli obiettivi che si prefiggeva, Erdogan possa recedere da certi atteggiamenti da sultano ottomano, come ironizza la stampa di opposizione. La Turchia ha problemi di democrazia interna e di struttura istituzionale: lo sbarramento elettorale del 10% per entrare in Parlamento è già, a mio parere una forzatura democratica. Non dimentichiamo che la costituzione in corso è il frutto del colpo di stato del 1980.  Sul Medio Oriente in generale sembra che Erdogan non abbia colto appieno alcuni cambiamenti di scenario, mi riferisco ai comportamenti con la Siria, e al fatto che sono entrati in campo in Medio Oriente nuovi protagonisti, come l’Iran. La partita interna al nel mondo mussulmano tra Sciiti e Sunniti che coinvolge la guerra in Siria e in Iraq e sta cambiando tutte le carte in tavola. Lo scenario è del tutto imprevedibile. Hanno faticato a capirlo gli stessi americani, che ora cercano di rincorrere la situazione attraverso un accordo con la Russia. Le decisioni chiave della guerra in Siria tra Obama e Putin sono nella sostanza concordate. Fanno finta di litigare sul destino di Assad, ma sanno che alla fine ci sarà una mediazione pro tempore e che alla Assad si allontanerà in qualche rifugio protetto che non conosciamo ancora. Sembra che questi scenari non siano capiti o graditi a tutto il mondo sunnita e a Erdogan che stava cercando di instaurare una politica di potere turca in tutta la vecchia area di interesse dell’Impero ottomano.

2. Ritiene che Erdogan potrà avere un ruolo egemonico nel Medio Oriente?

Penso che Erdogan sia ormai un personaggio ritenuto inaffidabile per le sue ‘estrosità’ anche caratteriali. Anche se ha vinto queste elezioni, ritengo sia già iniziata la sua parabola discendente. Tanti, troppi focolai di tensione in tutta la Turchia. L’aver utilizzato una formula turca della strategia della tensione e sollecitato lo scontro con la componente curda della popolazione è stata una scelta spregiudicata ed estremamente pericolosa per il Paese. Non so quanto si potrà frenare la rabbia profonda della popolazione curda nel sud est del Paese, dove sono ben 14 milioni di cittadini. E’ oggettivamente una situazione molto rischiosa. E gli attentati e i massacri che hanno ferito ultimamente la Turchia ci dicono che esistono realtà oscure: la componente dei lupi grigi parafascista, legata alla tradizione ‘ataturchiana’ che ha favorito più colpi di stato in Turchia; la componente in parte violenta dell’indipendentismo curdo, vedi Pkk a dintorni; infine le componenti islamiche dell’Isis, cellule organizzate e strutturate nella stessa Turchia.

3. Il risultato elettorale del partito filocurdo di Demirtas pensa sia una dimostrazione del fatto che i curdi non sono d’accordo con estremizzare la lotta politica e un messaggio al PKK e al suo modo di portare avanti le istanze politiche? 

Quello di Demirtas è stato sicuramente un successo, anche se qualche analista troppo tifoso cerca di negarlo. Il PKK ha una posizione alternativa a quello del partito progressista filocurdo, ma dovremmo stare attenti a definire in maniera rigida queste posizioni. Dopo la strage di Ankara il Pkk, per fare un esempio, ha dichiarato il cessate il fuoco generale. Gesto di pacificazione a favorire i consensi attorno a Demirtas. Dobbiamo anche ricordare che il PKK è stato molti anni fermo in una dichiarazione unilaterale di cessate il fuoco per favorire il confronto con Ocalan in carcere, testimonianza della disponibilità curda a trattare. Il problema vero è che stanno accadendo sul confine della Turchia eventi nuovi che preoccupano la sicurezza nazionale dal punto di vista turco: lo stato iracheno autonomo ormai da Bagdad e il rischio che tutta la fascia confinante con la Turchia in Siria diventi una seconda entità autonoma curda, un altro piccolo Kuridstan con in mezzo la parte di Turchia abitata dai curdi. Situazioni che per il nazionalismo turco, ma anche per la strategia di sicurezza militare, rappresentano una grave minaccia.

4. Quanto, secondo lei, può avere influito il recente attentato di Ankara sui risultati? 

E’ stata definita da molti colleghi e analisti come la versione turca della “strategia della tensione”. Significativo, ad esempio, l’aumento della partecipazione al voto. Sono calati un po’ i Lupi grigi, ma sostanzialmente gli altri partiti hanno tenuto. È l’Akp di Erdogan l’unico partito che è aumentato. Semplicemente ha recuperato i voti di chi non andava a votare. Nella paura che tutto potesse peggiorare il cittadino disilluso è tornato alle urne votando la continuità e la sicurezza data dal governo. In Turchia oggi si sente molto la crisi economica, ha un 3% di crescita rispetto al 10 % ‘alla cinese’ degli anni scorsi. Una crisi più profonda di quanto appaia.

5. Alla luce di questi risultati, quale dovrà essere l’atteggiamento dell’Unione Europea? 

Oggi tra la Turchia e l’Unione Europea c’è fondamentalmente un rapporto di partnership commerciale. L’Unione Europea aveva chiesto alla Turchia una serie di riforme sul percorso di accesso all’Ue e per anni Ankara e Bruxelles ci avevano provato seriamente. Adesso la Turchia in Ue fa parte di una recita a cui non crede più nessuno, né ad Ankara, né a Bruxelles, né a Berlino. Neppure Roma. E’ una partita, a mio avviso, finita nell’interesse anche della stessa Turchia di Erdogan, che oggi è una potenza mediorientale di area e non particolarmente interessata all’Europa. Poi le nuove diffidenze occidentali verso l’Islam dopo Isis.

6. Pensa che cittadini turchi si siano sentiti traditi dall’Europa? 

Secondo il parere di molti, Erdogan ha utilizzato in un prima fase l’Unione Europea per imporre al paese una serie di riforme dure e difficili da far digerire all’opinione pubblica. Salvo poi ‘scendere dal treno dell’U. E. molto prima di arrivare in stazione.

7. Ad oggi, con questo risultato elettorale, la mobilitazione di piazza Taksim che effetto pensa che abbia avuto? 

La piazza di Istanbul e i fermenti intellettuali avanzatissimi delle grandi città, rispetto alla politica praticata attraverso il consenso popolare in un Paese ancora fortemente arretrato. Hai Istanbul e Ankara, Smirne e Dijarbakir. Il punto è che i grandi agglomerati non hanno poi saputo produrre partiti in grado di raccogliere consensi, che potessero essere definiti autenticamente laici e progressisti. Esistono i cani sciolti di un’intellighenzia diffusa, perché la Turchia è un paese colto, con università eccellenti. Poi c’è l’Anatolia infinita che però è un mondo ‘altro’, una realtà affascinante molto variegata, piena di contraddizioni ma anche di possibilità. Dandole la possibilità di crescere.

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