Successo per lo spettacolo de Gli omini, nuova compagnia di teatro giovane, a Pontedera

Nati nel 2006 questa compagnia dal nome buffo (Gli omini) sono già sono il classico “caso” nel teatro italiano: immediato successo di pubblico (meritatissimo) e di critica (Retecritica gli  ha attribuito il premio 2015 pochi giorni fa); uno spettacolo che ci piacerebbe vedere alla Spezia, insomma lo suggeriamo all’assessore Basile e alla truppa indefinita di organizzatori teatrali cittadini.

Gli omini li abbiamo visti in azione con questo strepitoso La famiglia campione nel cuore del luogo della ricerca teatrale italiana, quella “storica”: a Pontedera, al Centro per la sperimentazione e la ricerca che ospitò il maestro Jerzy Grotowski. E così questo spazio poco distante dalla Spezia e che è diventato Teatro Nazionale con la denominazione di Teatro della Toscana grazie al conferimento voluto dal MIBACT (mentre Genova è retrocessa e con lei tutta la Liguria) ospiterà Tomi Janezic (il regista sloveno in nomination per il prestigioso Golden Mask), César Brie, Toni Servillo, Virgilio Sieno, Peter Brook, il progetto Dostoevskij del brasiliano Cacà Carvalho, Latella e i Motus. Ma hanno trovato porte aperte anche i giovanissimi che si affacciano ora con una drammaturgia e una scrittura scenica di tutto rispetto come Gli Omini. Un vero teatro d’arte quello che si fa e viene prodotto a Pontedera, assicura il direttore artistico Roberto Bacci. D’altra parte la memoria è importante.

Foto Dario Garofalo
Foto Dario Garofalo

Dunque questo La famiglia campione ( di e con Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi, Luca Zacchini) è uno spaccato di vita di una famiglia come tante. Sono in tre in scena a rappresentare tre generazioni (nonni, figli e nipoti), e relative idiosincrasie, manie, tic, modi di dire e di pensare. Persone qualunque, che non hanno nulla di eccezionale. Infatti non accade nulla di eclatante.

Non ci sono elenchi di torti da loro subìti, né i protagonisti fanno della loro debolezza un punto di forza con cui condurre un’esistenza più lucida e vincente, nessuna  sproporzionata e clamorosa violenza contro l’apatia del quotidiano, non reagiscono affatto, lasciandosi piuttosto trascinare dallo scorrere degli eventi.  Ricco di humour che ci permette di ridere di loro e quindi anche di noi stessi, ritroviamo nei bravissimi attori una genuinità di recitazione, una naturalezza costruita ad arte che quasi commuove.

Pur sforzandoci di cercare dei modelli, degli artisti, delle forme di drammaturgia vicini a loro, non ci viene in mente nulla; sembrano personaggi beckettiani nel loro fallimento ma di fatto non li sono, gli attori mettono in scena situazioni anche esilaranti dal puro accento e cadenza toscana come a loro tempo facevano i Giancattivi, ma non è esattamente la stessa cosa. Appunto, questi Omini e le loro creature “campioni”, non sono simili a nessuno. Ed è la loro fortuna. Stampano sul palcoscenico situazioni talmente irreali da sembrare reali, ci sbattono in faccia personaggi ai margini ma che destano nella loro anonima follia, una simpatia istintiva e immediata, sembrano maschere di una “commedia umana” esilarante che  in virtù dell’aggettivo “umana”, merita una comprensione ben più profonda della nostra distratta compassione. Niente sit com, niente gag, nessuna parodia: la donna si è risposata con un marito che “la sa lunga” ma vegeta alle sue spalle, e i figli avuti dal precedente marito sono degli anonimi, falliti per la società, fannulloni, o forse solo incapaci di essere alienamente “per bene” che continuano a girare a vuoto. La figlia nasconde la sua incapacità di vivere o la sua storia sbagliata,  rinchiudendosi dentro il cesso e la porta chiusa in primo piano incornicia la sua solitudine e la sua incapacità di comunicare. L’importante è che mangi, si assicurano tutti.

Il nonno attende la morte che come avrebbe detto Beckett “è una faccenda che tarda ad arrivare”, ma si diverte a dare massime di inutile saggezza seduto su una panca con gli altri due anziani, a discorrere del nulla. In questo universo terribilmente normale, fuori dal pessimismo del drammaturgo dublinese, un motto d’affetto, il regalo di un gilet a losanghe levato dall’armadio e dato dal marito ritardato al figlio che lascia tutti e va a Dubai in cerca di fortuna, abbandonando il “fortino”, mostra il lato umano di questi “omini”.

Applausi (a non finire).

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