La giusta cura per lo Spezia

LA SPEZIA – Gli uomini non sono robot, negli esseri umani il corpo risponde con i suoi arti agli stimoli nervosi che vengono dal cervello.
Quando è vuota la testa sono inermi anche i muscoli.
Si potrebbe riassumere così la diagnosi, assai più complessa in verità, di una malattia che non dà segni di miglioramento, anzi, sembra peggiorare, come quando il malato non guarisce anche perché non trova soprattutto la forza psicologica di reagire.
Le medicine che fino ad oggi sono state prescritte credo siano quasi tutte inadatte, tanto è vero che le cose non sono cambiate, se mai, sono cambiate in peggio.
Anche il ritiro forzoso voluto, da una dirigenza che si mostra sempre più inadeguata, sembra andare nella direzione opposta che rischia di avere effetti contrari rispetto a quelli sperati a fronte della diagnosi.
Qui non abbiamo a che fare con quelli che da noi chiamiamo “lavativi”, supponenti svogliati, “svernatori” come ne abbiamo visti tanti negli anni recenti e passati.
È così vero che, a parte Trapani dove la delusione si è sommata all’eroismo non ripagato della trasferta, il pubblico non riesce a non applaudire la squadra alla fine di ogni partita, qualunque sia il risultato.
Ed il pubblico spezzino, esigente e competente, non è certo tenero con chi non lo merita.
E allora forse era meglio mandare la squadra qualche giorno in ferie per farla staccare da un ambiente che oggi rappresenta più occasione di delusione che di entusiamo.
Ed anche l’affetto del pubblico è così generoso che, involontariamente, scarica sulle gambe dei ragazzi ulteriori responsabilità per la voglia che essi hanno di ricambiarlo e di tornare al più presto a gioire insieme.
Anche questo aut-aut in ordine al prossimo appuntamento con il Cagliari farebbe sorridere se non rischiasse di essere veramente foriero di ulteriori danni: – bisogna vincere ! –
Se bastasse volerlo, vincerebbero tutti.
Più serio sarebbe sforzarsi di trovare le motivazioni giuste, utili a creare il clima migliore per raggiungere il risultato ed invertire un crinale che incomincia davvero a preoccupare.
E il clima, nel nostro caso, non lo si crea certo né con le minacce, sportive s’intende, né ricaricando il peso delle responsabilità ricordando che molto è stato investito e molto ci si aspetta.
Ma in che mondo vivono? In quale parte del mondo, nel calcio, ma non solo, automaticamente vince chi spende di più?
Se fosse così non ci sarebbe neppure il totocalcio, basterebbe guardare i bilanci delle società e si saprebbe prima chi vince e chi perde.
A proposito, esiste ancora il totocalcio? Quello con le schedine che riempiva i bar sport al sabato sera, dove ti giocavi le speranze per una vita migliore, dove si rafforzavano i vincoli di frequentazioni ed amicizie con lo studio di sistemi sempre più complicati, che ti ricordava che sabato si stava avvicinando quando il barbiere asciugava la schiuma che toglieva dal tuo viso deponendola appunto sulle schedine scadute.
Ma per tornare alle aquile, naturalmente spero di sbagliare tutto.
Spero che la cura praticata dia i suoi frutti e che il Cagliari sia domato con la gioia di tutti.
Certo non credo che, in caso di ennesima delusione, qualcuno possa pensare di risolvere la questione liquidando come al solito l’allenatore.
Se di autocritica ci sarà bisogno dovrà riguardare tutti, società in testa.
Riguardo alle notizie che si inseguono e ci inseguono in ordine alla proprietà della società, come dicevo la settimana scorsa, sarà bene fare chiarezza.
Gli sportivi ne hanno diritto.

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