Un ricordo di Alberto Albonetti: un amico (di Pier Giorgio Cavallini)

LA SPEZIA- Ho conosciuto Alberto Albonetti quando era il bibliotecario della Camera di Commercio. Ne ho subito apprezzato l’arguzia, tinta talvolta di sarcasmo. Anche la sua penna di giornalista non era male, anzi, era una delle più sorvegliate dal punto di vista della buona lingua (al di là dei contenuti, sintetici ma sempre centrati sull’argomento, non senza una sana vena polemica). Mi pregio che la mia stima fosse da lui ricambiata: “sei uno che quando parla e scrive si capisce che cosa sta dicendo” … e in un mondo di ciarlatani non è poco. Da anni era invalsa tra noi l’abitudine d’incontrarci al sabato mattina nel mio ufficio. Anche sabato mattina l’ho aspettato (non avevo ancora letto le notizie del giorno precedente). Si parlava un po’ di tutto: letteratura, linguistica, toponomastica (la sua passione), “spigolature” culturali locali, ovvero “taglia e cuci” addosso ai personaggi più di spicco del panorama culturale e politico spezzino, nella cui conoscenza Alberto era particolarmente ferrato. Io, più che altro, stavo a sentire, salvo intervenire – quando richiesto – su una particolare questione, in genere linguistica, più specificatamente dialettale. Negli ultimi anni si era interessato parecchio anche al dialetto spezzino e ai dialetti lunigianesi in generale, tant’è che avevamo in progetto la redazione di un dizionario a quattro mani, peraltro già avviato. L’unico punto su cui la divergenza tra noi era insanabile era la trascrizione delle esse in spezzino: Albonetti aborriva la zeta per la sonora e la doppia esse per la sorda, propugnando in loro vece, rispettivamente, la esse col puntino sottoscritto e la esse semplice. Purtroppo l’iniziativa s’interruppe per problemi di salute di Alberto. Improvvisamente, un sabato non lo vidi più comparire all’incontro di rito, e venni successivamente a sapere che aveva avuto seri problemi di carattere neurologico, dai quali, peraltro, si riprese brillantemente … ed eccolo, un bel giorno, riapparire alla porta del mio ufficio, sempre sferzante ed arguto. “È un fesso“, nel suo lessico e nel suo idioletto, riferito ad un personaggio di spicco, locale e non, era un giudizio, tutto sommato, benevolo. Recentemente gli avevo suggerito di rimetter mano ai suoi studî toponomastici, cosa che, purtroppo, ha fatto con il suo solito zelo, ridando fiato alla sua passione di escursionista. Ne parlava con fervore e trasporto nel corso dei nostri incontri finesettimanali. Aveva raccolto molto materiale, istituito confronti con lavori consimili, avevamo discusso di metodologie. Le cose, poi, sono andate come sono andate. Nonostante la durezza delle circostanze e dell’evento in sé, va detto che non è dato a tutti trapassare nel proprio ambiente preferito. Questa è una consolazione. E, nel ricordo – vivi e graditi – il suo viso aperto, la sua ironia, un parlare pacato e una botta di “fesso” ai danni del malcapitato di turno, che ancora aleggiano davanti alla mia scrivania.

Pier Giorgio Cavallini – La Spezia, 11 novembre 2015

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