Noam Chomsky. Quando il consumatore da vittima diventa imputato.

In merito all’articolo di domenica 1° novembre “Le compagnie telefoniche e i servizi a pagamento…tempi duri per i distratti”, riceviamo e pubblichiamo da Vinicio Ceccarini.

Leggo l’articolo di Claudia Bertanza“Le compagnie telefoniche e i servizi a pagamento…tempi duri per i distratti” e dico con chiarezza che questa volta non sono d’accordo e le tesi sostenute mi preoccupano non poco.
La giornalista scrive “Qualche mese fa la mia compagnia telefonica, attraverso un sms, mi ha informato che mi avrebbero iscritto a un servizio aggiuntivo a pagamento: se non avessi voluto, avrei dovuto dire no. E io,mea culpa, me lo sono dimenticato e non ho disdetto il servizio che non avevo mai attivato. Mea culpa, appunto, perché sono stata distratta. E come me sicuramente molti altri utenti, che si troveranno ora addebiti in bolletta o sulla ricaricabile per servizi che non volevano e che non hanno mai richiesto.” e conclude “Tecnicamente la compagnia telefonica non è in torto: ha offerto (imposto, va beh) un servizio a cui io avrei dovuto dire di no e, siccome non l’ho fatto, ora il servizio me lo tengo oppure lo disattivo (cosa che ovviamente ho fatto)”.
Questa riflessione è allarmante sul piano giuridico e delle conseguenze esistenziali: una persona vive tranquillamente la propria vita, una grande compagnia gli manda servizi a pagamento e gli precisa “se non lo vuoi me lo devi dire, altrimenti paghi”. Ma ci rendiamo conto delle conseguenze di questo ragionamento? Questa persona deve interrompere le proprie occupazioni e dedicare il proprio tempo, l’unico che potrà vivere, a dire di no a una cosa che non ha mai chiesto e se non lo fa deve addirittura pagare il servizio perché non l’ha rifiutato in tempo.
E se riceve 100 offerte al giorno quanto tempo dedicare a questo attività. Ma che razza di ragionamento è questo? Come cavolo ti permetti di darmi i tuoi servizi? Quando mai te ne ho fatto richiesta? Così se mi arriva a casa un quintale di banane e non le rimando indietro, me le devo mangiare tutte? Dio mio, che mal di pancia! E se invece mi arriva una tonnellata di concime se non lo mando indietro dove lo metto? E ancora se mi arrivano 10 kg di cioccolata e magari ho il diabete, posso pensare che sia un regalo o un tentativo di uccidermi? Se la mangio la devo pure pagare? Come si fa a resistere alla cioccolata alle nocciole? Una tortura psicoalimentare delle più feroci.

Dovrei passare il mio tempo a leggere SMS del cavolo. Basta, difendiamoci! Il consumatore avrà pure qualche diritto. Nel caso in questione,si tratta di piccole spese che nessuno poi contesta con cause giudiziarie, perché le spese di una causa sono tali che conviene pagare 5/10 euro e chiudere la vicenda. A mio avviso, si tratta di comportamenti invasivi della sfera personale. Con che diritto mi dai una cosa e poi mi dici che se non la rifiuto entro un certo tempo te la devo pagare? Ma chi ti ha chiesto qualcosa?Perché devi importunarmi (eufemismo)? Qualcosa non mi torna. Semmai, è più logico sul piano giuridico affermare che il consumatore deve manifestare espressamente la volontà di acquistare quel prodotto (leggete “La manifestazione di volontà nel negozio giuridico in “Istituzioni di diritto romano” di Cesare Sanfilippo) . Nel caso di specie, la teoria del consenso-assenso è inapplicabile. Esiste una normativa a tutela del consumatore e la mia interpretazione, è che tali comportamenti non sono previsti. A ben vedere, le grandi società applicano quella che Noam Chomsky definisce “processo di colpevolizzazione il soggetto subalterno”, creando complessi di colpa che non hanno ragione di essere, come conferma l’articolo della giornalista che ho contestato.

Forse le associazioni a tutela del consumatore dovrebbero pensarci.

(Vinicio Ceccarini)

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