Ore decisive per la Turchia. Oggi le elezioni politiche

L’elezioni politiche seguono le precedenti del maggio scorso dove il partito di maggioranza di Erdoğan non è riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta mentre il partito HDP ha ottenuto il sorprendente risultato di superare la soglia di sbarramento al 10%. Siamo a poche ore da un passaggio fondamentale per la politica e anche per la storia della Turchia e di tutto il Medio Oriente. Riporto l’intervista rilasciata dall’amico Michelangelo Servegnini, regista e  musicista,  pubblicata recentemente sul suo blog: www.kapdkjumb.it . L’intervista è stata rilasciata lo scorso 18 settembre quando la strage di Ankara non era ancora stata compiuta.

D: Qual è il ruolo che ha avuto l’occidente nel conflitto tra armeni e turchi? E’ giusto parlare di genocidio? Qual è la rilevanza politica che si nasconde dietro questa strategia? Qual è il rapporto oggi tra la Turchia e la comunità armena?
R: Il ruolo dell‘Occidente nel conflitto tra Armeni e Turchi è rilevante, per quanto io credo che gli atroci episodi legati alla repressione contro gli Armeni siano diventati oggetto di speculazione da parte dell‘Occidente soprattutto in seguito ai fatti accaduti. Speculazione su questi fatti che per altro prosegue anche oggi. Mi pare evidente che quando Francia, Stati Uniti e anche il Vaticano parlano di „genocidio armeno” lo facciano in maniera strumentale. Il che non significa negare o meno i fatti. Ma l‘approccio delle dichiarazioni è spesso sospetto, indicando una non meglio precisata responsabilità nazionale della Turchia che a mio avviso andrebbe analizzata attentamente nel merito.
La diatriba se fare uso della parola „genocidio” o meno, personalmente non mi appassiona. Penso che la risposta spetti solo agli storici e purtroppo il clima avvelenato intorno a questa questione non permette definitivamente di consegnare questi fatti ad una narrazione storica universalmente valida. Tuttavia la mia personale idea, ricavata dalle fonti disponibili a cui ho attinto e dai racconti di persone direttamente coinvolte per genealogia a quel periodo storico, è che se non si è trattato di un genocidio, è stato comunque qualcosa di molto simile.
Tuttavia purtroppo tutto questo non ha valore all‘interno di un dibattito strumentale. Penso che in questa vicenda entri pesantemente in gioco la visione che 2 mondi hanno uno dell‘altro, mi riferisco all‘Occidente e al Medio Oriente. L‘essere Cristiani proietta sugli Armeni una identificazione da parte dell‘Occidente che è comunque senza fondamento. Come spesso ricordato da Hrant Dink (scrittore e giornalista armeno ucciso a Istanbul nel 2007), gli Armeni sono un popolo anatolico come tutti gli altri, per quanto di fede cristiana. La vicenda pertanto va inquadrata in una dimensione storico-politica delle ragioni che causarono il conflitto. L‘Impero Ottomano ormai da decenni attraversava una crisi strutturale non solo economica sulla quale molte potenze avevano messo gli occhi. Del resto, dopo la caduta del Regno delle 2 Sicilie, faceva comodo a molti che l‘ultimo grande impero che si affacciava sul Mediterraneo cadesse. Tra le grandi potenze di allora vi era la Russia (che comunque non consideriamo Occidente), storica rivale dell‘Impero Ottomano, che puntava ad annettersi nuovi territori, sia per puro espansionismo ma anche per spostare sempre più in là il confine per questioni di sicurezza. Gli Armeni erano il pretesto giusto, inquanto cristiani. Sulla questione armena i Russi pertanto hanno giocato la loro partita a destabilizzare l‘Impero Ottomano appoggiando un nazionalismo armeno che ha poi innescato il conflitto. Al contrario, allo stesso tempo, l‘Impero Germanico, usando una strategia opposta, aveva stretto patti di sostegno ed amicizia con l‘Impero Ottomano, scambiando alla luce del sole tecnologia e servizi in cambio di una maggiore influenza. In quegli anni le imprese tedesche stavano costruendo la ferrovia Berlino-Baghdad. L‘Impero Germanico intendeva accedere alle ricchezze dell‘Anatolia e del Medio Oriente, nonché al Mediterraneo. E questa notizia mise in allarme tutte le altre potenze, la Russia da una parte, la Francia e il Regno Unito dall‘altra, che a loro volta fomentarono il nazionalismo arabo in funzione anti-ottomana (il famoso Lawrence d‘Arabia). La differenza tra le 2 vicende temo sia stata il fatto che gli Armeni fossero un popolo dell‘Anatolia, quindi percepito come parte portante dell‘Impero e non una provincia data per persa, come lo era il Medio Oriente. La comunità armena a Istanbul era tra le più ricche e più potenti. L‘effetto destabilizzatore fu pertanto molto profondo e scatenò non solo il risentimento dei cittadini, ma spinse anche i generali dell‘esercito a ipotizzare l‘evacuazione, che poi spesso si è trasformata in eliminazione, di milioni di persone. Non esistono inoltre che io sappia fonti certe che spieghino esaurientemente quali siano e se ci siano responsabilità dei generali tedeschi operanti in Anatolia in quegli anni, ma al tempo spesso credo che sia una domanda legittima da porsi visto i rapporti tra i 2 eserciti al tempo e sapendo per certo che reparti dell‘esercito germanico fossero di stanza in Anatolia. Che ci sia poi un legame, perlomeno morale, tra lo sterminio degli Armeni e l‘Olocausto, se ne è parlato affermando quanto Hitler avesse un precedente impunito a sua disposizione al momento di varare il suo piano criminale. Ma potrebbe essere non il solo legame tra i due episodi. Pertanto, ammesso che sia giusto definirlo „genocidio”, credo che però se si approfondiscono le cause senza pregiudizi né approcci strumentali, vediamo quanto le responsabilità debbano essere suddivise tra diversi soggetti.
Per questi motivi quando sento discorsi sul „genocidio” armeno che hanno come scopo l‘attacco in sé alla società turca e alla Turchia come Paese, non posso non considerarli strumentali. La comunità armena in Turchia oggi, sebbene non nei numeri dell‘epoca dell‘Impero Ottomano, è una comunità integrata. Senz‘altro tuttora percepita con sospetto dai nazionalisti e anche da qualche fanatico religioso, va tuttavia ricordato il contributo che continua a dare nel dibattito politico soprattutto a sinistra, essendo uno dei fattori chiave di quel processo che ha portato alla nascita dell‘HDP, che non è più un partito curdo ma il partito dei popoli della Turchia. Molti infatti hanno fatto notare come l‘atmosfera di fratellanza ed unità respirata a Gezi durante i giorni della protesta assomigliasse molto a quella che si respira tutti gli anni a gennaio nell‘anniversario dell‘omicidio di Hrant Dink, quando si radunano decine di migliaia di persone e marciano fino al luogo dell‘omicidio, all‘interno di una definizione che rende tutti i presenti cittadini prima ancora delle differenze etniche, religiose o sociali che possono portare con sé. Penso quindi che sia evidente il filo che parte dallo scrittore ed intellettuale armeno Hrant Dink, passa per la sollevazione del parco di Gezi e arriva fino al 13% conquistato alle ultime elezioni politiche lo scorso maggio.
D: Cosa rappresenta il conflitto su base etnica dei curdi nell’equilibrio medioorentale? Cosa si nasconde dietro la solidarietà dell’Occidente al popolo curdo? C’è il rischio di creare nuovi squilibri in una realtà tanto complessa?
R: La questione curda è complessa a cominciare dal fatto che i Curdi sono sparsi in 4 diversi Paesi ognuno dei quali ha dinamiche interne molto diverse. Purtroppo vedo nella questione curda il rischio che si ripeta un effetto „Armenia”. Le dinamiche sono spesso simili. Per prima cosa tra l‘Anatolia e il Medio Oriente fare discorsi su base etnica significa (come lo fu anche per la Jugoslavia) gettare benzina sul fuoco e creare solo casini. Non perché ci siano odi atavici particolari; a questo tipo di spiegazioni non credo mai. Apro una parentesi: lo dimostra il percorso comune di Curdi e Armeni nella costituzione dell‘HDP, quando i reparti dell‘esercito che di fatto oppressero gli Armeni erano composti essenzialmente da soldati curdi e le città principali del cosiddetto Kurdistan turco erano città in prevalenza armene in passato, a cominciare da quella oggi più numerosa: Diyarbakır. Oggi giorno, almeno tra gli Armeni rimasti in Turchia e i Curdi della Turchia non c‘è più nessun risentimento, anzi sono frequenti gli episodi di richieste di perdono pubbliche da parte di questi ultimi. Tuttavia mi sembra evidente che alcune potenze stiano giocando con i Curdi una partita molto simile a quella avvenuta un secolo fa per gli Armeni. I Curdi dell‘Iraq sono fedeli partner degli Stati Uniti da oltre un decennio. Se da un lato gli Stati Uniti hanno posto le basi per una totale autonomia della regione, che ha concesso loro il privilegio di negoziare il loro petrolio senza rendere conto a Baghdad, dall‘altra gli Stati Uniti ne hanno ricavato una fedele adesione alla propria agenda politica e militare nella regione. Con l‘assedio di Kobane poi si è fatto un salto di qualità, perché il rischio di essere spazzati via ha spinto i partiti curdi locali principali, tradizionalmente di sinistra, ad accettare l‘offerta avvelenata degli Stati Uniti. Anche se la retorica filo-curda cosiddetta rivoluzionaria in Europa tende a minimizzare se non ad omettere questo particolare, la riconquista dei territori del nord della Siria da parte dello YPG sull‘Isis è stata possibile grazie a un decisivo intervento dell‘aviazione americana e attraverso l‘intercessione di Masud Barzani, presidente del Kurdistan iracheno, fedele alleato degli Stati Uniti. Un simile patto è impensabile che sia stato possibile senza l‘avallo del PKK, data l‘influenza che esercita sulla politica dei Curdi siriani e i rapporti non ostili che intrattiene con Barzani, che consente loro di organizzarsi nei monti del Kurdistan iracheno. Se l‘Europa non ha dato molto peso a queste dinamiche, ai nazionalisti turchi non è sfuggito constatare quanto in termini perlomeno militari ci sia un allineamento tra Curdi iracheni, Curdi siriani, PKK (che significa potenzialmente una buona parte dei Curdi turchi) e gli Stati Uniti. E questo, oggi come un secolo fa, sta alimentando le fobie e i sospetti dell‘establishment turco, non solo dell‘AKP di Erdoğan, ma anche degli altri partiti presenti in parlamento ad eccezione dell‘HDP, a cominciare dai nazionalisti del MHP ma anche la base del più moderato CHP.
Quanto all‘HDP è interessante notare quanto le dichiarazioni dei politici curdi siano spesso di segno opposto rispetto alle dichiarazioni del PKK. Se da un lato le dichiarazioni dei leader del PKK e soprattutto le loro azioni contro l‘esercito turco sembrano provocazioni tese ad alzare il livello del conflitto, dall‘altro il partito dell‘HDP promuove marce per la pace e fa appello alla calma. Del resto, dopo aver superato la soglia di sbarramento al 10% per la prima volta alle scorse elezioni, grazie alla fusione con le altre forze progressiste del Paese, hanno tutto da perdere dal precipitare degli eventi che potrebbe portare a misure eccezionali in chiave anti-democratica. Tuttavia, questa tra HDP e PKK, è una dialettica che fino a questo punto non ha prodotto un vero e proprio conflitto interno alla comunità curda della Turchia, ma spesso coabita persino nelle coscienze delle persone, in bilico fra le due posizioni.
Mi sembra non fuori luogo far notare come in questo dualismo oscilli la stessa identità dei Curdi della Turchia, milioni dei quali oggi non abitano più l‘Anatolia profonda, ma da generazioni si sono spostati in cerca di lavoro nelle grandi città dell‘ovest del paese, come Istanbul, Ankara e Smirne, diventando parte integrante del Paese al punto che le nuove generazioni a stento parlano il Curdo. Parlare con questi giovani di Kurdistan è come parlare di una terra mitica e lontana. Rivendicano il diritto a essere Curdi, ma si sentono cittadini come tutti gli altri. Un po‘ come oggi i discendenti dei meridionali che 50 o più anni fa emigrarono nelle città del nord Italia per cercare lavoro. Questi Curdi, da un conflitto aperto, non hanno proprio nulla da guadagnare.
D‘altre parte che l‘ingerenza straniera stia creando squilibri lo posso notare anche qui a Berlino dove mi trovo. Di recente ci sono stati in città episodi di scontri tra Curdi e Turchi. Ad esasperare questi ultimi non ci sono solo i fatti poc‘anzi citati, ma anche il fatto che la Germania sia tra i principali venditori di armi ai Curdi. Questo appoggio degli Stati Uniti e della Germania ai Curdi pertanto, consolidatosi in quest‘ultimo anno, segna una sconfitta dolorosa in politica estera per il partito di Erdogan che si ritrova sempre più isolato a livello internazionale e vittima delle proprie paranoie complottiste. Esattamente la miscela ideale per condurci ai più tristi scenari.
D: E’ giusto identificare in Turchia il popolo curdo con le rivendicazioni del Pkk? Quali conseguenze può avere nell’equilibrio politico turco il risultato del partito filo-curdo HDP, del leader Selahattin Demirtaş che è riuscito a superare il 12%?
R: No, non è giusto. Sarebbe un giudizio grossolano. Per i motivi che citavo prima. Tra l‘altro esiste anche una popolazione curda che si percepisce profondamente islamica e quindi si sente poco rappresentata dal PKK per via della loro matrice marxista e materialista. Di solito questo elettorato ha dato la sua preferenza in passato all‘AKP, partito islamico che soprattutto all‘inizio si proponeva come un partito moderato che puntava a riequilibrare il nazionalismo laico turco legato all‘esercito, per intenderci quello che ha alimentato la guerra degli anni ‘90 tra il PKK e l‘esercito turco. Anche se è del resto vero che la deriva autoritaria del presidente Erdoğan ha convinto molto di questo elettorato ad abbandonare la prospettiva islamico-democratica, almeno momentaneamente, per premiare l‘HDP, partito nuovo, laico ma non anti-religioso, pluralista e non nazionalista e dove la componente curda è ben tutelata costituendone l‘ossatura. Inoltre il conflitto armato è davvero qualcosa verso cui i cittadini tutti della Turchia ormai provano sentimenti in massima parte di rigetto, senza distinzioni. Ad eccezione oggi dell‘AKP, che non secondariamente vede nell‘innalzamento della tensione una possibilità di controllo maggiore sulla società in vista delle elezioni anticipate del prossimo primo di novembre (ma che passate le quali non credo voglia alimentare) e ad eccezione del PKK che in un quadro mediorientale più ampio può essere portato a considerare un coinvolgimento militare di Ankara come un segno di debolezza dal quale trarre profitto, soprattutto se con le spalle relativamente coperte da Barzani e dagli Stati Uniti.
Pertanto il superamento dello sbarramento al 10% da parte dell‘HDP alle scorse elezioni in maggio ha paradossalmente un potenza destabilizzatrice per l‘egemonia di Erdoğan molto maggiore del PKK, posto che l‘obiettivo di entrambi sia una democratizzazione della Turchia e la difesa dei diritti civili delle minoranze. Se gli obiettivi invece non fossero gli stessi, a medio-lungo termine il PKK potrebbe puntare ad un‘indipendenza del Kuridstan turco, ma a seconda anche degli altri scenari mediorientali e comunque sempre al costo di un bagno di sangue. Perché è vero che fintanto che Erdoğan sarà presidente una normalizzazione della questione curda sarà difficile a questo punto, ma oggi l‘ingresso dell‘HDP in parlamento e la successiva necessità per il partito di Erdoğan di formare una coalizione di governo, mette all‘angolo l‘AKP molto più di quanto possa fare il PKK i cui attacchi al contrario avvicinano l‘AKP e il MHP accomunati da un orgoglio nazionalista ferito. L‘AKP poi non è un partito monolitico e ha già attraversato negli ultimi 2 anni un profondo travaglio interno sfociato con l‘espulsione di tutti i seguaci dell‘imam Fetullah Gülen ancora non totalmente metabolizzata. Un AKP costretto a formare una coalizione in parlamento sarebbe un partito costretto a cercare una dialettica con l‘esterno, nel caso specifico con un partner di governo, e quindi si aprirebbero degli spazi politici al‘interno dell‘AKP al di fuori dello stretto controllo di Erdoğan, che è bene ricordare è oggi Presidente della Repubblica e quindi non si dovrebbe comunque occupare, come da costituzione, delle dinamiche parlamentari. Purtroppo non è così, lo sappiamo. Recentemente Erdoğan ha affermato che la Turchia è di fatto una Repubblica Presidenziale, per quanto non lo sia. L‘obiettivo di cambiare la costituzione e trasformare il Paese in una repubblica presidenziale non è stato raggiunto e dei 3 partiti all‘opposizione non ce n‘è uno che logicamente asseconderebbe questo desiderio folle di Erdoğan. Pertanto una coalizione di governo segnerebbe la sconfitta della politica di Erdoğan, un ridimensionamento della sua influenza all‘interno del partito e l‘apertura di una nuova stagione politica in Turchia tanto attesa da tutti, anche da molti sostenitori dell‘AKP. Questo è il motivo per cui l‘esito elettorale di maggio è stato sostanzialmente rifiutato da Erdoğan che in quanto Presidente ha indetto ora nuove elezioni. Non si capisce perché, a distanza di 6 mesi, l‘HDP debba perdere percentuali, visto che il proprio elettorato si dichiara soddisfatto dell‘operato del partito. Qualora l‘HDP superasse di nuovo lo sbarramento del 10% si ripresenterebbe la stessa situazione di stallo e questa volta Erdoğan avrà più problemi a riconvocare elezioni per la terza volta in un anno sulla base di mera speculazione politica e non nell‘interesse del Paese. A meno che il Paese non precipitasse nel caos e questo fornisse il pretesto per varare misure eccezionali e sostanzialmente sospendere il corso democratico. Ma certo, tutti gli altri non staranno a guardare e credo che se questa fosse la strategia di Erdoğan, per quanto ora rivesta la carica di Presidente della Repubblica, si metterà in un vicolo cieco al termine del quale pagherà cara la sua superbia ma ahimè la farà pagare anche al Paese. Sono convinto che il PKK stia conducendo la propria agenda speculando sulle contraddizioni e sulle difficoltà di Erdoğan. E strategicamente non gli si può dar torto. Ma questo significa far pagare un prezzo altissimo alla popolazione. Direi al contrario che l‘agenda dell‘HDP ha priorità opposte a cominciare dalla pace sociale per il bene di tutti.
D: Attualmente in Turchia qual è la situazione della libertà di espressione per gli artisti e per i giornalisti? In quanto artista che ha lavorato in Turchia pensi che ci sia il rischio di una deriva illiberale?
R: La Turchia è tra i primi Paesi al mondo per numero di giornalisti in carcere. Questo dato stride con l‘immagine di Paese moderno, stabile e in crescita economica che il Governo da anni sta costruendo. E‘ vero, la Turchia non ha mai avuto una storia di particolare attenzione ai diritti civili, ma credo che nell‘affermazione dell‘AKP si debbano trovare i motivi di una rinnovata repressione nei confronti delle voci libere e fuori dal coro. Questo perché non solo l‘azione politica del partito oggi al potere si è sempre affermata attraverso un messaggio ambiguo teso a nascondere le vere velleità autoritarie (e non poteva fare altrimenti dovendo conquistare la maggioranza all‘interno di una dinamica democratica), ma ha anche sempre avuto una gestione del potere di natura clientelare. Questo ha affermato la logica, per altro non nuova, che il consenso alle elezioni autorizzi a gestire il „potere” in maniera indipendente e disinvolta, slegata dalle regole comuni. Pertanto chi racconta l‘altra faccia del potere, quella appunto fatta di clientele e uso personale delle risorse, è di fatto un nemico. Per questo principio centinaia di giornalisti coraggiosi in Turchia sono oggi in carcere.
Un episodio esemplare è quanto avvenuto nel dicembre 2013, mentre mi trovavo a Istanbul. Da parte della magistratura e della polizia (o meglio da parte di alcuni settori di questi organi allora ancora non completamente sotto il controllo di Erdoğan) è stata messa a segno una retata che ha coinvolto una ventina di persone legate all‘AKP accusate di illeciti tra cui corruzione e appropriazione di denaro pubblico. Proprio nelle ore in cui la retata era in corso, il telefono di Erdogan è stato messo sotto intercettazione (a dire il vero violando la legge turca, questo per capire il tipo di congiure che comunque si muovono nell‘ombra per mettere un argine allo strapotere del Presidente). Le registrazioni qualche mese dopo vengono caricate su Youtube, che puntualmente viene oscurato in Turchia per le settimane successive; tutti i cittadini turchi hanno la possibilità di ascoltarle. In queste intercettazioni Erdoğan, nervoso e preoccupato come si può immaginare, raccomanda in fretta e furia a uno dei suoi figli di spostare una certa somma di denaro da una banca ad un‘altra. A parte la goffa figura che Erdoğan rimedia da questo episodio, le sue stesse parole sembrano la dimostrazione che anch‘egli abbia a che fare con denaro sporco. Il risultato? L‘indagine è bloccata (e la sua ripresa è una delle condizioni chieste da tutti gli altri partiti all‘AKP per partecipare ad una coalizione di Governo), la registrazione è stata rimossa da Youtube e circa 2000 tra ufficiali di polizia e magistrati sono stati rimossi nelle settimane successive.
Nel mio piccolo posso raccontare un altro episodio. Durante le giornate della protesta di Gezi ho girato, insieme a Güvenc Özgür, un documentario dal titolo „Gezi‘nin ritmi – Il ritmo di Gezi”. E‘ la storia di una banda di samba composta da Turchi che sulle barricate al suono dei tamburi anima la protesta. Il documentario è stato ufficialmente presentato in Turchia quasi un anno più tardi all‘Uluslararası İşçi Filmleri Festivali (Film Festival Internazionale dei Lavoratori) di Istanbul, uno dei pochissimi che ha avuto l‘ardire di presentare lavori sulla protesta di Gezi, dato che una direttiva del Governo ne proibiva la diffusione. Ovviamente poi il documentario è stato presentato in tante altre città della Turchia. Ma è interessante il dato che solo una decina sono i documentari realizzati da produzioni turche sulla protesta di Gezi. Se si cerca su Youtube si possono trovare migliaia di video caricati magari dal telefonino da persone che erano in piazza, ma pochi hanno avuto il coraggio in Turchia di presentare ufficialmente lavori sull‘argomento.
La deriva illiberale è pertanto già in corso. Voglio solo ricordare un ultimo episodio: la sede del popolare quotidiano di opposizione „Hurriyet” presa d‘assalto a Istanbul da alcuni teppisti lo scorso mese. Non ho motivo per credere che questa sia stata l‘azione spontanea di un gruppo di cittadini. Oppure il direttore di Zaman, un altro giornale di opposizione, condannato lo scorso giugno a 21 mesi di carcere. Lo sforzo di controllo dell‘opinione pubblica ha ormai assunto in Turchia caratteri orwelliani. Di solito queste sono solo le premesse per la costituzione di un regime. La quasi totalità dei Turchi se n’è accorta, molti tra gli stessi sostenitori di Erdoğan. L‘Europa che aspetta?
D: Quali sono stati gli effetti delle manifestazioni di piazza Taksim? Ci sono state delle consuguenze sulla politica e sulla cultura turca?
R: Innanzi tutto vorrei dire che la mobilitazione per Gezi, il parco adiacente piazza Taksim, la più importante di Istanbul, protesta scoppiata negli ultimi giorni del maggio 2013, non è qualcosa che si può organizzare dal niente dal giorno alla notte. Sin dal 2007, quando cominciai a frequentare la città, rimasi colpito dai numeri, dalla vastità di questa metropoli e dalle forme di socializzazione che la gente ha dovuto costruire per rispondere a questo enorme caos. Istanbul, città di 15 milioni di abitanti o forse più, è una metropoli come noi in Europa non conosciamo. Alla progressiva urbanizzazione degli anni ’50, ’60 e poi a seguire, prevalentemente famiglie dell‘Anatolia in cerca di occupazione, la città ora attira anche centinaia di migliaia di studenti, non solo turchi ma anche molti stranieri, che si trasferiscono a Istanbul per studiare nelle prestigiose università della città. Se consideriamo poi che l‘età media in Turchia è di 25 anni, ci possiamo fare un‘idea dell‘enorme massa critica presente, che nel corso dell‘ultimo decennio ha costruito le proprie vie per socializzare, mettere in comune percorsi, creare rete. Istanbul pertanto funziona come una spugna, capace di assorbire acqua in grande quantità senza che si veda e ad un certo, se strizzata, rilasciare uno scroscio. La vivacità e la consapevolezza delle persone, potremmo anche dire, la politicizzazione, anche tra i giovani, forse non sarà maggiore in percentuale rispetto all‘Europa, ma se chiamata a radunarsi in un solo luogo può rapidamente davvero produrre manifestazioni di grande partecipazione. Non solo, con la protesta di Gezi si è verificato un altro fenomeno che fino ad allora, nella storia turca, non era quasi mai capitato. Ossia, la gente cosiddetta „di sinistra” è scesa in piazza spalla a spalla con i sostenitori del CHP e in alcuni casi anche del MHP. I partiti sono stati tenuti al di fuori della protesta dagli stessi organizzatori, ma è chiaro che la provenienza sociale di chi ha partecipato alla protesta attingesse al bacino di una larga faglia trasversale della società, accumunata dall‘opposizione all‘autoritarismo e alla forzata islamizzazione del Paese messe in atto da Erdoğan. La questione legata alle vicende del parco (che si voleva sradicare per ampliare la piazza e far posto ad un enorme centro commerciale) è stata solo la scintilla in un contesto giá fortemente provato ma anche consapevole di quella che era la posta in gioco. Questa improvvisa unione in piazza di differenti settori della società ha prodotto, nel giro di poche ore, una massa di manifestanti che ha colto di sorpresa le forze dell‘ordine che non hanno potuto far altro che ritirarsi dal parco (dopo averlo sgomberato la notte precedente) e lasciare campo libero (già un anno dopo, nell‘anniversario della protesta, perché non si ripetessero episodi simili, la polizia ha però schierato 25 mila agenti contemporaneamente!).
Per questo ritengo la protesta di Gezi sicuramente un passaggio importante nella storia recente della Turchia. Un passaggio che segna il momento in cui tutti i cittadini turchi che non votano AKP hanno sentito l‘urgenza di unire le forze mettendo da parte le divisioni del passato e che comunque restano, ma è soprattutto il risultato di un lavoro sul campo, di un desiderio di cambiamento presente nella società, in particolare in una grande città giovane come Istanbul, che ormai da troppo tempo veniva soffocato da un atteggiamento autoritario ed oscurantista da parte del potere, chiaramente incompatibile con quelle nuove generazioni che ormai da Istanbul, metropoli mondiale, hanno potuto affacciarsi sul mondo.
Se vogliamo, la protesta di Gezi ha fatto sentire urgente la nascita di un percorso politico che puntasse a unire numerosi segmenti della società che pur condividendo situazioni simili non avevano in precedenza saputo trovare una strada comune. Mi riferisco all‘esperienza dell‘HDP e ai settori che la animano: le minoranze, i giovani, i diversi in generale e tutti quei cittadini che non ricadono nell‘idea monolitica di cittadino-suddito imposta da Erdoğan ma nemmeno fanno sconti a quei partiti tradizionali che tuttora portano le responsabilità storiche dei conflitti del passato. Il risultato delle scorse elezioni, il superamento della soglia del 10%, si può considerare quindi un risultato tangibile di quel processo che ha trovato in Gezi una sorta di atto costitutivo, pur partendo da molto più lontano, perlomeno dal popolo di Hrant Dink.
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