A Berlino 250 mila in piazza contro il Trattato TTIP. Qualcuno sa di cosa stiamo parlando?

protesta-trattato-ttipBERLINO – Centinaia di migliaia di persone ieri hanno manifestato a Berlino contro il Transatlantic Trade and Investment Partnership, l’accordo di libero scambio che l’Unione Europea sta negoziando con gli Stati Uniti. Secondo gli organizzatori di “Stop Ttip e Ceta” – il secondo è l’accordo che la Ue ha recentemente con il Canada, il Comprehensive Economic and Trade Agreement – sono stati 250mila i partecipanti, arrivati con 600 autobus da tutto il Paese, mentre la polizia – come da tradizione italica – ha parlato di 100mila dimostranti.

Si è trattato della manifestazione finora più imponente tenuta contro l’accordo i cui negoziati vanno a rilento a Bruxelles, proprio a seguito delle preoccupazioni e dubbi espresse da critici, in particolare organizzazioni dei consumatori e gruppi ambientalisti, sugli effetti che potrà avere la creazione della più grande zona di libero scambio del mondo, che interesserà 800 milioni di consumatori.

Abbiamo bisogno di salvaguardie sociali ed ecologiche alla globalizzazione, ma il Ttip e Ceta vanno nella direzione sbagliata” si legge sul sito degli organizzatori della manifestazione di oggi. “Hanno tratto la lezione sbagliata dalla crisi finanziaria, rafforzando le corporation internazionali ed indebolendo la piccola e media impresa, anche in agricoltura”.

Iniziati nel giugno del 2013, i negoziati del Ttip stanno andando avanti più lentamente del previsto. Il nuovo round è previsto alla fine di ottobre a Miami in Florida. Gli Stati Uniti sono riusciti questa settimana a chiudere, dopo sei anni di negoziati, la Trans-Pacific Partnership, il Tpp, l’accordo commerciale con altri 11 paesi dell’Area Asia Pacifico.

La manifestazione di ieri rientrava nella settimana mondiale di protesta, gli “International days of action”, si concluderà il prossimo 17 ottobre. L’obiettivo è chiedere che si blocchino i negoziati per il Ttip e che Consiglio e Parlamento europei non ratifichino il Ceta, l’accordo con il Canada recentemente negoziato.

I tedeschi finora sono stati i più strenui oppositori del trattato ma alcuni fatti recenti potrebbero indurre il governo tedesco a cambiare idea.

Vi ricordate lo scandalo Volkswagen?

Una vicenda che ha avuto ampio risalto in tutte le principali testate mondiali (la casa di Wolfsburg avrebbe taroccato i test sulle emissioni inquinanti, che risultavano entro i limiti normativi ma non li erano. )

Per questo lEPA, l’Agenzia ambientale statunitense, vorrebbe multare Volkswagen con una maxi-sanzione da18 miliardi di dollari.

Lo scorso anno, però lo stesso ente americano (EPA) per un difetto di fabbricazione che sarebbe costato la vita a ben a 174 persone, fu molto meno inflessibile con l’americana General Motors (casa madre della Fiat, che “governa” anche il settore dell’informazione nostrano) che pagò, “solo” 900 milioni di dollari.

Perchè questa sproporzione?

Secondo Irene Piccolo per Osservatorio Mashrek (“Si chiama Volkswagen, si legge TTIP) http://www.osservatoriomashrek.com/si-chiama-volkswagen-si-legge-ttip/ il motivo è semplice: una sanzione di tale entità – che potrebbe anche portare il colosso tedesco al fallimento – sarebbe un colpo basso, da parte americana, ai danni della Germania proprio per la sua ferma opposizione alla firma del TTIP.

In Italia (e anche nel resto d’Europa) si è parlato molto poco di questo trattato, e dunque vediamone alcuni aspetti: intanto c’è da dire che aprirebbe le nostre porte a un mercato senza regole di tutela per i consumatori, in mano alle multinazionali che, oltre a far scomparire del tutto le nostre piccole aziende, finirebbero per inondare il mercato di prodotti che, con il nostro standard attuale, non verrebbero neppure ammessi nel Paese.

Infatti – prosegue la Piccolo – «le due normative sono diverse: quella europea è molto restrittiva, quella americana molto meno. Ciò porta al risultato che un prodotto americano, che non rispetterebbe gli standard elevati comunitari (pensate alla carne piena di ormoni), avendo però ottenuto il placet dagli USA, può arrivare tranquillamente nei nostri supermercati e nelle nostre tavole. Idem i farmaci.
Non a caso, sia la TTIP che la TPP vengono chiamate il “Piano B della Monsanto”. La Monsanto è una delle majors della produzione ortofrutticola, una multinazionale produttrice di mezzi tecnici per l’agricoltura, ormai nota nel settore della produzione di sementi transgeniche … E a quanto pare, come molti altri, vuole trovare maggiori opportunità per i suoi prodotti. Qui da noi.»

Così, dalle campagne antifumo sui pacchetti di sigarette, alla tutela dei prodotti agricoli (formaggio fatto col latte in polvere, vino liofilizzato, ecc) all’ingresso incontrollato degli OGM, alla salvaguardia del paesaggio, fino a molti altri settori, saremmo totalmente in balìa delle lobby e, nessuno meglio di noi italiani sa quanto questo sia pericoloso.

« Divertente – prosegue la Piccolo – poi è leggere come gli USA, che bacchettino la Volkswagen per le emissioni inquinanti, pretendano – attraverso i rappresentanti delle loro compagnie aeree – che a queste ultime non vengano applicate le regole europee per il controllo delle emissioni nell’aria (regole, ovviamente, più stringenti di quelle americane).
Altrettanto interessante è l’esportazione del gas. La maggior parte di voi saprà già come negli Stati Uniti imperversi il fenomeno dello shale gas, vale a dire del gas prodotto da rocce scistose (per esemplificare, rocce che come una spugna hanno assorbito il gas al loro interno e che – attraverso la somministrazione, prevalentemente, di sostanze chimiche con una procedura chiamata fracking – rilasciano il gas che avevano assorbito, che viene indirizzato in un condotto e raccolto per poi essere commercializzato).

Dunque, essendo un fenomeno in voga, le multinazionali vorrebbero approfittarne ed esportare più gas possibile. Ma negli USA vige una disciplina secondo cui si può esportare solo per determinate quantità e solo dopo aver ottenuto l’approvazione del dipartimento USA dell’energia. Unica eccezione? Quanto detto non vale se l’esportazione è destinata a Paesi che hanno siglato con gli Stati Uniti un accordo di libero scambio.
Quindi anche le multinazionali dell’energia hanno il loro tornaconto. Cui si aggiunge, inoltre, l’interesse quasi morboso che stanno sviluppando verso i “giacimenti” europei di gas di scisti (una bella bolla è proprio sotto Parigi!).»

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