“Fascista da morire”. Storia di un cecchino nella Firenze del ’44

Nell’agosto del 1944 Firenze è caldissima, perché il sole estivo batte dove divampa la guerra. Ci sono gli alleati e i partigiani, ma c’è anche chi “dalla parte sbagliata” è deciso a dare la vita pur di rallentare gli angloamericani. Come Mario, che già sa cosa vuole fare: salirà su un tetto e sparerà contro gli alleati, sarà un franco tiratore, un cecchino. La storia di Mario, e con essa quella di un periodo storico tuttora dibattuto e denso di contraddizioni, è al centro di Fascista da morire (pp. 204, euro 13), romanzo di Mario Bernardo Guardi pubblicato dall’editore Mauro Pagliai nella collana «Le Ragioni dell’Occidente».

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Mario Bernardi Guardi
Da sempre impegnato in un attento scavo nella letteratura e nella cultura politica tra le due guerre, Mario Bernardi Guardi ha pubblicato in volume saggi su Borges, Nietzsche, Jünger, il mondo della Mitteleuropa, oltre a collaborare con le pagine culturali di riviste e quotidiani nazionali.

Fascista da morire
Protagonista del suo romanzo è un giovane allievo di Berto Ricci – il poeta, matematico e fondatore del periodico «L’Universale» – che vuole sparare in nome di quel che resta del fascismo. Ad animarlo, il ricordo di Berto e della sua lezione di vita, la complicità morale con gli amici che si sono fatti ammazzare, l’amore per una ragazza più sognata che conosciuta. Mentre la storia si dipana, sullo sfondo di una Firenze ferita dal conflitto, si succedono personaggi di fantasia e altri realmente esistiti e spesso protagonisti dell’epoca, come Alessandro Pavolini, Ardengo Soffici, Curzio Malaparte. O Romano Bilenchi, con cui Mario ha uno strano vincolo di amicizia: lo scrittore, in passato fascista e ora comunista e comandante partigiano, cerca infatti di dissuadere il giovane cecchino dai bellicosi propositi e gli dà molti buoni consigli per farlo rinsavire. Ma forse Mario gli va bene così com’è, divorato da una tragica passione che ha bisogno di bruciare: “Noi siano gli ultimi che si resiste e si spara. Ci garba chiamarci franchi tiratori ma gli altri ci chiamano cecchini come i soldati di Cecco Beppe, che nell’altra guerra tiravano addosso ai nostri quando meno se l’aspettavano. Noi si tira solo a chi merita di morire: e son tanti”.

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