“Amy” di Asif Kapadia, una recensione

Il documentario-film che racconta la vita di Amy è proiettato in tutto le sale ed ha commosso giovani ed adulti spezzini rappresentando il quadro non solo delle giovani artiste vittime della tossicodipendenza e dell’alcolismo al pari del successo, ma anche delle appena donne esuli da un’adolescenza difficile ancora paurose nell’affrontare le dure prove dell’esistenza. Il regista ha definito il lavoro come il frutto della responsabilità sociale sulla morte di una cantante giovanissima dall’anima antica che prima di morire non ha esitato a mostrare il suo stato di salute psicofisica dinnanzi al pubblico durante i suoi ultimi concerti. Amy rappresenta il disagio post-adolescenziale di tutte coloro che hanno subito l’abbandono dal padre in tenera età e con il crescere attraversano uno stadio conflittuale nella relazione con la madre, imputando a quest’ultima le colpe della figura paterna e marito che lascia il tetto coniugale. Il malessere dell’artista al pari di molte giovani che vivono tale conflitto se pur talentuose, sfogano questo stato di forte tensione emotiva con l’alcol e le droghe fino all’eccesso, divenendo anoressiche e nascondendo molte paure nel prendere in mano le decisioni più importanti, manifestando eccentricità, perfezionismo, orgoglio rifiutando gli aiuti esterni sino all’ultimo e nel contempo anelando gli altri affinché assumano in qualche modo il controllo della propria vita. Una fuga nella ricerca di affetti saldi e autentica approvazione che riguarda non solo la celebre cantante la quale in più occasioni ha rifiutato la riabilitazione ma anche, tutte coloro che in preda a continui shock emotivi ferite nel profondo dalla rottura delle relazioni affettive, tendono all’isolamento forzato abusando di droga ed alcol fino allo stremo. Amy sfruttata dal marito ha pagato questo prezzo. Una voce inconfondibile, la sua, ed un look che ancora oggi fa tendenza e quell’istinto autodistruttivo che la accomuna ad alcuni dei più grandi artisti di tutti i tempi.


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A quattro anni dalla sua prematura scomparsa Amy Winehouse, che il 14 settembre avrebbe compiuto 32 anni, torna a straziarci il cuore con la sua musica e una straordinaria vitalità nel bel documentario che il regista britannico Asif Kapadia ‘Senna’ ha deciso di dedicarle. ‘Amy – The Girl Behind the Name‘ che è nelle sale pare non essere stato gradito da Mitch Winehouse, il padre della regina del soul, che ha imputato al filmmaker e ai suoi collaboratori la volontà di farlo apparire come un padre assente.

In occasione della première al Festival di Cannes, il regista Asif Kapadia ha difeso le proprie scelte artistiche e rivendicato l’onestà con cui ha scelto di raccontare la dimensione pubblica della vita della popstar. C’è chi sostiene che questo film vada evitato come la peste perché ci ricorda come la musica dovrebbe essere e non è più, perché ci ricorda che può esistere un’artista interessata solo all’arte e aver paura del successo, sdegnarlo, addirittura disprezzarlo. Va detto in verità che il documentario sono due ore e passa d’incredibile ricchezza, con una quantità insospettabile di filmati privati, sfacciati, sinceri, di amici e collaboratori che descrivono la fragile, tenera, devastata personalità di Amy. Nel filmato la voce soul di quest’epoca sa manifestarsi in tutti i modi, in ogni situazione possibile pubblica e privata; ci sono le sue emozioni infantili, gli scherzi, le smorfie, i crolli, la droga, l’alcol il suo amore forsennato e distruttivo per Blake Fielder-Civil, l’unico uomo che ha sposato e col quale ha vissuto l’abisso della perdizione. E come se non bastasse c’è la musica, ci sono le sue canzoni e questo film aiuta a capire quanto fossero rigorosamente e tragicamente autobiografiche, verso dopo verso, e allora ovviamente diventano ancora più forti, più intense. Come poter reggere l’emozione straziante di un pezzo meraviglioso come ‘Love is a Losing Game’ dopo averlo calato in mezzo ai suoi fantasmi di vita tra dissoluti amori, dipendenze varie, resurrezioni. Come reggere l’ironia di Rehab dopo averla vista sfatta e straziata da abusi di ogni tipo? Con questo corollario di aspetti il film documentario lancia un messaggio sociale e per questo merita di essere proiettato e visto.

 (Silvia Paternostro)

Amy” è ancora in programmazione al Cinema Il Nuovo fino al 20 settembre (articolo).

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