Alla scoperta dei mestieri (quasi) perduti: Pietro Ricci, maestro d’ascia

PORTO VENEREPietro Ricci ha 90 anni, vive da sempre a Le Grazie e da sempre in mezzo a barche, legno e ferri di un mestiere che rischia di essere perduto: Pietro è un maestro d’ascia, come lo era suo nonno e anche il nonno di sua moglie. Il padre, invece, faceva le vele. “L’odore del legno e quello delle vele che sanno di sole e di sale, il salmastro ce l’ho nelle vene“, racconta, mentre ci mostra il suo piccolo museo, una stanza dove, appesi alle pareti, sono esposti oggetti tanto affascinanti quanto incomprensibili per noi profani. Oggetti del 1700 e moderni, lui conserva tutto perché -dice sorridendo- “ciò che è nuovo oggi tra 90 anni sarà vecchio“.

Nel suo piccolo regno conserva libri che hanno 100 anni, scovati nelle bancarelle dell’usato, un vecchio fiasco, la pece e il pennello e tutto ci parla di un mondo che non c’è più, perché ci racconta che oggi ” i ragazzi sì, sono bravi e lavorano bene, ma usano troppa colla“; lui, invece, tutti gli incastri di legno li faceva a mano. Le asce, i magli e tutti gli oggetti che si usano per lavorare il legno non sono tutti uguali: ogni operaio ha i suoi, calibrati sulla sua forza. Pietro sa disegnare e realizzare barche, ha intagliato le sedie sulle quali ci fa accomodare mentre ci mostra un progetto del 1910 per un’imbarcazione di cui ha anche il modellino. Ci racconta di quando ha insegnato il mestiere dei cantieri del Muggiano e delle iniziative (come le mostre) in cui viene regolarmente coinvolto e confessa anche il desiderio di avere uno spazio maggiore nel quale esporre tutti i suoi attrezzi, in parte ereditati dal nonno, in parte donati dai compaesani. “Ogni pezzo ha una sua storia” dice. E lui è disposto a raccontarla, mista a episodi della sua vita privata. Ci racconta di come il suo piccolo museo ne ha ispirato uno a Viareggio e cita a memoria tre terzine dell’Inferno, in cui Dante parla dell’Arsenale di Venezia, dal quale era rimasto affascinato.

Sarebbe bello se Pietro avesse uno spazio in cui esporre i suoi tesori, raccontare di come si lavorava una volta. Sarebbe bello fare un salto indietro nel tempo, tra quell’odore di legno, sole, vele e mare. Anche questa è cultura e andrebbe valorizzata.

[…]

Quale ne l’arzanà de’ Viniziani 
bolle l’inverno la tenace pece 
a rimpalmare i legni lor non sani,                                   

ché navicar non ponno – in quella vece 
chi fa suo legno novo e chi ristoppa 
le coste a quel che più viaggi fece;                                

chi ribatte da proda e chi da poppa; 
altri fa remi e altri volge sarte; 
chi terzeruolo e artimon rintoppa

[…]

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto XXI, versi 7-15)

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