Al vertice Dia, Alfano le spara grosse

 Come al solito tante belle parole ma niente fatti. Venerdì scorso il ministro Angelino Alfano, accompagnato dal capo della polizia Alessandro Pansa, è intervenuto nella sede della Direzione investigativa antimafia, per presiedere il vertice organizzato dal direttore della Dia, Nunzio Antonio Ferla.
Durante l’incontro, al quale hanno partecipato i responsabili di tutte le articolazioni centrali e periferiche della Direzione stessa, sono stati illustrati i risultati conseguiti ed è stato effettuato il punto della situazione sulle “progettualità” sviluppate nel 2015 dalla Dia, in base alle direttive emanate dall’Autorità di governo. Le principali linee d’azione hanno riguardato tre settori d’intervento: le infiltrazioni della criminalità negli appalti pubblici, con particolare riguardo alla positiva esperienza maturata con il “metodo Expo”, l’antiriciclaggio, con lo sviluppo di un nuovo sistema di analisi delle segnalazioni di operazioni sospette, e l’aggressione dei patrimoni illeciti, con l’emanazione di una nuova procedura operativa standardizzata in materia di misure di prevenzione. Al termine della riunione, il Ministro Alfano, riconoscendo il ruolo di centralità della DIA nel contrasto alla criminalità organizzata, ha esortato i presenti a proseguire, con sempre maggiore impulso le attività operative della struttura interforze, con particolare attenzione al riciclaggio del denaro di provenienza illecita.

Già lo scorso anno il ministro, intervenendo a Roma alla presentazione del bilancio dei risultati operativi conseguiti dalla Dia nel 2014, affermò: ”Le forze di polizia mandino alla Dia i propri uomini migliori, per proseguire un’azione di contrasto alla criminalità condotta in modo unitario ed efficace”. Li stanno ancora aspettando. Molti degli addetti ai lavori nutrono seri dubbi sul fatto che nel nostro Paese ci sia mai stata la reale volontà di perseguire questa lotta. La discussione sull’argomento negli ambienti investigativi, infatti, va avanti da anni. Molti sono gli interrogativi, frutto di questi confronti. Si vuole realmente investigare sulle dinamiche finanziarie che permettono di far luce sui capitali investiti dagli operatori economici e finanziari sui circuiti nazionali e internazionali, accertandone la provenienza e la destinazione? Che senso ha avere a disposizione ottime leggi in materia finanziaria e uno strumento eccezionale di investigazione quando poi questo non si applica pienamente e concretamente? Cosa lo impedisce, a chi non conviene, chi ne trae benefici da questo lassismo? Ci troveremmo, quindi, innanzi al consueto specchio per le allodole. C’è la legge, la possibilità di contrastare il problema ma non la si applica come si dovrebbe. E’ evidente che la lotta alla criminalità organizzata non può prescindere dall’azione di aggressione ai patrimoni illeciti e soprattutto ai flussi finanziari derivanti dalle illegali attività della mafia in generale (traffico di stupefacenti, armi, appalti pubblici, usura, rifiuti, estorsioni…), prima ancora che essi diventano beni consolidati (immobili, mobili e attività economiche). Oggi la mafia ha cambiato pelle, mettendo da parte i fatti violenti e sanguinari, trasformandosi in organizzazione criminale economico – imprenditoriale – finanziaria. In sintesi ora possiamo definirla: un potere economico allo stato puro, che controlla, attraverso prestanome al di sopra di ogni sospetto – i cosiddetti colletti bianchi – i consigli di amministrazione di multinazionali, holding finanziarie e banche. La mafia come tutti i poteri si rafforza mediante legittimazione, consenso popolare, controllo e ricchezza. Se ciò, come sembrerebbe, dovesse risultare vero, non vi è dubbio che la lotta al crimine organizzato dovrebbe essere indirizzata principalmente al contesto economico – finanziario – imprenditoriale come sosteneva, già negli anni ’80 e ’90, Giovanni Falcone: “segui il denaro e troverai la mafia”. Non a caso proprio lui aveva ideato due strutture: Dna e Dda e la Dia per perseguire tale scopo. Proprio in virtù di questo assunto, possiamo senz’altro affermare che oggi esiste uno strumento legislativo e investigativo capace di fare chiarezza sui flussi finanziari in generale: le segnalazioni delle operazioni finanziarie sospette. Esse costituiscono uno straordinario imput per investigare sui flussi finanziari. Sono decisamente un campanello d’allarme, un grimaldello per avviare indagini di natura finanziaria, con risvolti penali. Insomma il vero antidoto alla lotta al potere economico della criminalità organizzata. La DIA, e lo ha dimostrato in tutti questi anni di operatività con risultati di straordinaria portata – sequestri di beni superiori all’ammontare complessivo di tutte le altre Forze di polizia – è in grado di investigare con successo nel campo economico finanziario ed in particolare in quello delle operazioni finanziarie sospette, quando queste assumono risvolti ottemperati dall’art. 416 bis del Codice penale (associazione di tipo mafioso). Ma per farlo con maggiore incisività e profitto bisognerebbe dotare la struttura di risorse umane e tecnologiche idonee per raggiungere tali scopi. E’ necessario che alla DIA confluisca personale professionalmente preparato in tale settore, mettendo a disposizione degli investigatori mezzi idonei per sviluppare proprio queste indagini. Dovrebbero essere quindi costantemente formati con corsi di aggiornamento ed esperienze lavorative all’estero, per confrontarsi anche con rappresentanti di organizzazioni paritetiche internazionali e esponenti di istituti di credito, soprattutto per ciò che concerne il riciclaggio del denaro sporco a livello internazionale. Non è più sufficiente sequestrare il bene frutto di attività illecite – infatti ci troviamo innanzi a un bene consolidato, sia esso immobile, mobile o impresa – bensì occorre individuare i flussi finanziari che consentono di produrre maggiore ricchezza e i prestanome, consapevoli e/o inconsapevoli, che consento tutto ciò. Solo così si può interrompere la catena che lega l’attività criminale da quella della produzione di ricchezza e, di conseguenza, del potere economico e territoriale, sistema questo che favorisce carriere politiche a tutti i livelli e permette ingerenze e/o collusioni a livello istituzionale. Le operazioni finanziarie sospette sono state introdotte molti anni fa e nonostante i discreti risultati investigativi conseguiti, non hanno ottenuto il successo sperato. Un po’ quello che sarebbe accaduto alla Dia a sentire le chiacchere di qualche magistrato. Tutto questo nonostante il grande impegno profuso in tutti questi anni dagli uomini e le donne che la compongono. Perché questa avversione contro lo strumento voluto da Falcone? L’approfondimento delle operazioni finanziare sospette e la Dia non sono gradite a qualcuno? A Chi? Domande epocali che chissà se mai otterranno risposte. Di certo, alcune le possiamo anche immaginare. Un’altra questione riguarda il ruolo dei magistrati. Raramente quelli che si occupano di queste indagini hanno la competenza necessaria in materia. Sarebbe fondamentale disporre invece di pubblici ministeri specializzati in reati finanziari in ogni Direzione distrettuale antimafia delle procure. Questo consentirebbe di sostenere una pubblica accusa capace si sostenere le ipotesi di reato, anche in fase dibattimentale, senza fare ricorso ad assistenti esterni. In questo modo si eviterebbe di affrontare l’argomento con nozioni insufficienti, accontentandosi di un semplice sequestro preventivo o di una Misura di prevenzione patrimoniale, come invece accade ora. Considerata l’evoluzione della mafia, è fondamentale che i magistrati siano in grado di affrontare queste tematiche. Ecco perché dovrebbero aggiornarsi ed allargare i loro campi di conoscenza, come d’altronde fanno, anche se con scarse risorse e molte difficoltà, gli investigatori. Il ministro Alfano, prima di esortare gli uomini e le donne della Dia a svolgere il loro dovere, cosa del tutto scontata, dovrebbe chiarire se questo è il reale convincimento del governo, considerato che, oltre alle parole, di fatti se ne vedono veramente pochi. La cattura dei “grandi latitanti”, fa audience, ma non risolve il problema. Sono i colletti bianchi delle banche, delle finanziarie, delle fiduciarie, delle imprese, sono i commercialisti e i pezzi delle Istituzioni che devono essere colpiti. Se veramente si vuole fare respirare a questo Paese il profumo della libertà, come diceva Borsellino agli studenti, si impieghino i suoi uomini migliori nella lotta alla criminalità organizzata, dando priorità all’aspetto economico finanziario, non solo con le misure di prevenzione, ma cercando di individuare i flussi finanziari in movimento quotidiano nei circuiti nazionali e internazionali. Si punti, una volta per tutte, sulle operazioni finanziarie sospette, il cuore delle investigazioni antimafia oggi, e solo così si potranno ottenere risultati inimmaginabili, soprattutto nelle regioni del Nord Italia, dove si investono le ricchezze dei malfattori (mafiosi e non) e risiedono i riciclatori e le loro imprese.

Il direttore della Dia, generale Ferla, che proviene dalla Guardia di Finanza, quindi per cultura specializzato all’accertamento di reati di natura economico – finanziaria, sa bene che non basta disporre un provvedimento legislativo per ottenere i risultati ma bisogna fare in modo che esso sia applicato concretamente e in modo tangibile, altrimenti ci prendiamo solo in giro.

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