“Ringrazio Dio e Duchamp”: Enrique Villa-Matas a dOCUMENTA Kassel

 Il titolo di questo romanzo di Henrique Villa-Matas era troppo intrigante per non cominciare a divorarlo: Kassel non invita alla logica (ed. Feltrinelli). Già dire romanzo non sarebbe esatto perché come è noto agli abitué della scrittura del catalano Villa-Matas, anche questo libro rifugge i generi. E siccome si parla di Kassel ovvero della cittadina tedesca che ospita una delle mostre d’arte contemporanea più famose e longeve al mondo, Documenta, arriva a diventare un resoconto surreale delle opere esposte, ma anche un giallo e talvolta persino un diario intimista. Ma è proprio in questa indecisione di generi che sta l’elemento intrigante del libro.  Meta-letteratura dice qualcuno, di certo una costruzione narrativa fatta di ingranaggi e incastri talvolta casuali partendo dallo stato di salute dell’arte contemporanea.

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Enrique Villa-Matas

Nella trama (o pseudo tale) l’autore viene invitato dalla direttrice di Kassel edizione n 13 (niente meno che Carolyn Christov-Bakargiev da poco nominata direttrice del Gam e Rivoli a Torino) a stare due settimane in un ristorante cinese e annotare le sue impressioni e a essere a disposizione del pubblico, insomma a diventare lui stesso un’installazione, un’opera d’arte vivente. E’ la Documenta di Kentridge, di Anri Sala, di Pennone, del Critical art ensemble, di Tino Sehal. Ma siccome nulla è chiaro, anche il racconto di come il famoso scrittore viene precettato alla mostra è stranissimo, misteriose fanciulle, strane telefonate, curatori che sembrano fantasmi inarrivabili. Questo l’incipit:

Quanto più d’avanguardia è un autore, tanto meno può permettersi di essere qualificato come tale. Ma a chi può importare una cosa del genere?

Troppo intrigante dal punto di vista storico il luogo di Documenta per non dare sfogo a excursus legati alla Germania nazista; Kassel era la principale produttrice di armi e perciò fu rasa al suolo dagli Alleati e poi eletta città in cui dal 1955 ogni quattro anni e poi dal 1972 con cadenza quinquennale, la Germania avrebbe recuperato le proprie forze attraverso l’arte. Le opere d’arte offrono uno spunto per parlare di cosa sia l’avanguardia o cosa sia diventata; lo scrittore  si imbatte in installazioni che giudica  con la sua memoria visiva, la sua esperienza, la sua memoria e si commuove e nascono in lui pensieri ben lontani da una critica estetica.

'Limited Art Project' installation by artist Yan Lei in Documenta 13 in Kassel, Germany (© picture alliance/dpa Fotografia)
‘Limited Art Project’ installation by artist Yan Lei in Documenta 13 in Kassel, Germany
(© picture alliance/dpa Fotografia)

Di fronte a una installazione sonora in memoria dell’Olocausto davanti alla quale si erano radunate una trentina di persone scrive: “Finii col rilevare una comunione intensa tra tutti quegli sconosciuti…Era come se tutti pensassimo: noi siamo stati il momento, è questo è il luogo, e ormai sappiamo qual è il nostro problema…QUesto è il tipo di cose che non si vedono mai al telegiornale. Silenziose cospirazioni di persone che sembrano capirsi senza parlare, taciturne ribellioni che in ogni momento hanno luogo nel mondo senza che siano percepite…che ci permettono di tanto in tanto di essere ottimisti rispetto al futuro dell’umanità“.

Nel suo incedere, nel suo osservare in silenzio, nel suo farsi guardare lo scrittore ricorda artisti, passaggi letterari, ma anche paesaggi lontani: “Vedevo che il mondo mi scivolava tra le mani e mi accorgevo che era sgradevole trattenerlo per più tempo con me, volevo scagliarlo in una qualsiasi discarica spaziale, o forse in un Euro-Exy Shop, o in una macellerai della Selva nera, o in un negozio di tappeti a El Paso, o in una lavanderia di Melbourne. Non sapevo cosa farmene del mondo”.

La sua attesa al bar per incontrare l'”altro” in un inaspettato dialogo, sembra strappata direttamente a Beckett e molte delle situazioni in cui lui si imbatte sono come certi racconti surreali di Buzzati o di Kafka.Ma di una cosa è certo, l’arte è viva: “L’Europa era morta ma l’arte del mondo era molto viva, era l’unica finestra aperta che rimaneva a quanti ancora cercavano la salvezza dello spirito”.

Impossibile addentrarsi di più nella foresta di Villa-Matas dove trovano spazio meditazioni, ricordi personali, vite, coincidenze, incastri, intrecci e ricami letterari, tra Borges, Kundera e tortellini alla panna. E facciamo nostra la chiusa del libro: “L’arte in effetti, è qualcosa che mi stava accadendo, accadendo in quel momento stesso. E il mondo di nuovo sembrava inedito, mosso da un impulso invisibile (..) Insomma, “ringraziamo Dio e Duchamp“.

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