Canzoni di rabbia e d’amore: Pierangelo Bertoli

Ad ottobre saranno già tredici anni che quella maledetta sedia a rotelle è vuota. Denunciava con rabbia e coraggio le ipocrisie e i mali della società, Pierangelo Bertoli, ma sapeva anche raccontare l’amore. I suoi pensieri ne hanno fatta di strada, quella strada che non ha mai potuto percorrere con le proprie gambe essendo stato colpito dalla poliomielite a soli dieci mesi di vita. Nacque nel pieno dell’ultima guerra, a Sassuolo, da una famiglia operaia, in quell’Emilia sana e solidale che solo in seguito diventerà opulenta. In casa non avevano neppure la radio e la passione di Pierangelo per la musica poté svilupparsi grazie al fratello che suonava con il proprio complesso in cantina. Aveva in mente i testi e riuscì a tradurli in musica solo quando alcuni amici gli prestarono una chitarra e di lì a poco iniziò ad esibirsi nelle feste paesane e a quelle di partito. Già, di partito perché Bertoli era militante della sinistra extraparlamentare e con altri musicisti fondò il Canzoniere Nazionale del Vento Rosso per la casa editrice Servire il Popolo. Molto legato alla propria terra, compose tante canzoni in dialetto sassolese collaborando anche con i due concittadini Caterina Caselli e Nek. Forse non tutti sanno che fu determinante per far conoscere un ancora acerbo Ligabue, il rocker emiliano, infatti, a Bertoli deve molto per la fase iniziale di carriera. Con il Canzoniere incise il primo album che venne stampato anche nell’allora Germania Ovest a cura del Partito Comunista Tedesco e ciò comportò una tournee nelle maggiori città teutoniche. A parte il circuito politico e locale, la prima notorietà nazionale giunse con l’album “Eppure soffia” il cui brano omonimo, incentrato sull’ecologia, veniva passato spesso nelle radio private (siamo nel ’76): “E l’acqua si riempie di schiuma, il cielo di fumi. La chimica lebbra distrugge la vita nei fiumi. Uccelli che volano a stento, malati di morte. Il freddo interesse, alla vita ha sbarrato le porte. Eppure il vento soffia ancora, spruzza l’acqua alle navi sulla prora…”.

Dopo un album composto solo di canzoni dialettali, nel ’79 esce “A muso duro”, lavoro che porta dei buoni riscontri a livello di vendite soprattutto grazie al brano che dà il titolo al 33 giri : “Ho sempre odiato i porci ed i ruffiani e quelli che rubavano un salario, i falsi che si fanno una carriera con certe prestazioni fuori orario. Canterò le mie canzoni per la strada ed affronterò la vita a muso duro, un guerriero senza patria e senza spada con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro…”. Questo brano, che meriterebbe di essere trascritto per intero, è un’articolata invettiva verso l’esterno ma anche una chiara rivendicazione del proprio modo di essere che ricorda, nello svolgimento, “L’avvelenata” del corregionale Guccini. E’ una fase importante nella vita di Bertoli perché oltre ad acquisire una maggiore notorietà, conosce Bruna che diventerà sua moglie e gli darà tre figli, uno di questi, Alberto, seguirà le orme del padre e ne tiene vivo tutt’oggi il ricordo. Iniziano gli anni ottanta e Bertoli contribuisce a far conoscere una certa Fiorella Mannoia che duetta con lui nel brano “Pescatore”, pubblica diversi album che lo proiettano di diritto nel novero dei cantautori e da qui in poi non verrà più considerato un cantante folk. Colpito dalle vicende di cronaca riguardo la repressione in Polonia, abbandona le idee estremiste in favore di una visione piu’ libertaria e progressista rifiutando altresì la proposta di candidarsi per il PSI Craxiano che in quel periodo reclutava a mani basse nel mondo dello spettacolo (un anticipo degli anni a venire…).

Il decennio si chiude con un calo delle vendite, ma iniziano gli anni novanta e Pierangelo Bertoli vince il Telegatto per il famoso spot a favore della Lega per l’emancipazione dell’handicappato dove interpreta se stesso nell’atto di non riuscire ad accedere ad una cabina telefonica per poter chiamare la Polizia a seguito di un incidente. Questa fiammata di notorietà prelude al Sanremo ’91 dove spopola con il brano della band dialettale sarda dei Tazenda traducendo in italiano il brano “Disamparados” che diventa la celeberrima “Spunta la luna dal monte”. Questa canzone bellissima e di facile presa viene anche ricordata perché da Nord a Sud tutti si cimentavano a canticchiarla in un esilarante e maldestro sardo maccheronico, sardi esclusi, ovviamente. Passati i fasti del Festival, Bertoli viene progressivamente messo da parte, partecipa a varie iniziative per beneficenza e Pippo Baudo boccerà la canzone pacifista contro la guerra in Afghanistan escludendolo dalla rassegna sanremese del 2002. Il 1° Maggio di quell’anno si esibisce in piazza a Potenza e cinque mesi dopo si spegne per le complicanze cardiache in seguito al tumore ai polmoni contro il quale stava combattendo. Un uomo schietto, indurito dalle prove della vita, un uomo buono e meraviglioso, messo in un angolo frettolosamente. La sua vena sentimentale è tutta nel brano “Gennaio” : “Giorni di gennaio, quando il tempo si è fermato e la natura sembra non svegliarsi mai ed anch’io, come lei, vorrei dormire per non pensare più… ti cercherò sospesa nella mia ragione, verrò tra i ricordi che ho di te, per ritrovarti ancora mia…”.

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