Festival della mente: Affinati, Canfora, Westerman, Recalcati. Resoconto di Roberto Danese da Sarzana

Secondo resoconto a firma del professor Roberto Danese dal Festival della Mente di Sarzana. Un grazie speciale da parte della redazione di Laspeziaoggi. Il primo articolo ha avuto molto successo ed è stato condiviso e “ritwittato” da moltissimi, quindi diciamo grazie anche al numeroso pubblico connesso. Un bilancio per adesso più che positivo dice Danese ” il Festival cresce dal punto di vista qualitativo nelle scelte di programma, perde qualcosa nella dimensione puramente spettacolare, acquista molto in termini di partecipazione e affezione del pubblico”.  Insomma, obiettivo centrato: il Comune capoluogo imparerà la lezione da Sarzana?

La prima giornata del Festival della Mente è stata come un nuovo inizio. Il tema della responsabilità comincia ad agire in modo fattivo e a guidare gli interventi dei relatori, fin dall’importante lectio inauguralis di Luciano Canfora, uno studioso in grado di connettere in modo intelligente e fruttuoso le riflessioni sulla storia, anche remota, e sul nostro tempo.Canfora-foto

Il tendone di piazza Matteotti è stracolmo di gente, che da un’ora faceva la fila per entrare (è l’unico evento gratis di tutta la manifestazione). Facendomi strada tra la folla arrivo ai piedi del palco, dove trovo Canfora seduto in prima fila, solo tra maggiorenti locali, assessori, assessore, imprenditori, vertici militari e quant’altro. Scambiamo due chiacchiere soprattutto sui tristi destini del giornalismo culturale in Italia, continuamente interrotti da proscinetici personaggi che si accodavano ad omaggiare il sommo filologo, senza probabilmente averne mai letto una riga (ma si sa, dei libri si parla e si scrive molto proprio se non li si sono mai aperti). Dopo tossicchiamenti e borborigmi di saluto emanati da amministratori locali e organizzatori, parte finalmente la kermesse. Canfora è minuto ed esitante, sale lentamente sul palco, poi prende la parola. Mi guardo attorno e vedo che anche la signora accanto, fin qui ondivagante con uno smartphone su variopinti siti culinari, alza il viso e si mette seriamente ad ascoltare. Devo dire un poco della lezione di Luciano Canfora, perché è un esempio importante di come si può parlare a un pubblico eterogeneo senza abdicare alla specificità del proprio ‘esoterico’ lavoro scientifico.

Canfora racconta della straordinaria ascesa politica di quello che sarà Augusto, il primo imperatore di Roma. Uno dice: che ci serve rammemorare eventi di più di duemila anni fa per capire il concetto di responsabilità? Proviamo a dirlo. Canfora non esce mai dall’analisi chiara e attenta delle strategie politiche di Ottaviano, facendoci vedere anche come dai secoli scorsi la sua vicenda è stata letta in un controluce molto attualizzante da intellettuali come Gibbon o Syme, i quali sottolineano molto bene la sua straordinaria capacità di mascherare la limitazione delle libertà politiche con la pacificazione e la restaurazione della repubblica, di esaltare i valori dello stato facendo contemporaneamente salire la cifra del proprio potere personale.

Del resto, ci insegna Canfora, nimia libertas era il sinonimo perifrastico che i Romani utilizzavano per rendere il greco ‘democrazia’, vocabolo sconosciuto alla lingua latina. Il grande studioso barese discetta con dovizia di particolari sulle strategie del giovane rampante fin da quando andò a combattere in Spagna con il grande Cesare per conquistarne i favori politici. Non dice una parola di richiamo ai meccanismi e alle logiche della politica dei nostri giorni, ma il parallelismo con essa, la riflessione sulle discutibili pratiche dei nostri governanti e sulla loro carrieristica devozione al mestiere della politica sono costantemente implicati.

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Lo vedo dalle facce degli astanti, lo sento dai loro commenti sussurrati. Canfora ci parla di Ottaviano e di Cesare, di feroce lotta politica, di guerre sanguinose e inutili organizzate solo per conquistare carisma militare e politico, di odii vatiniani consumati con l’eliminazione dell’avversario tramite la calcolata mistificazione degli eventi (Ottaviano si inventa che l’Egitto minaccia la sicurezza di Roma e scatena una feroce campagna militare solo perché il suo avversario Antonio sta lì con Cleopatra: eliminiamo la regina d’Egitto ed eliminiamo insieme il nostro principale antagonista). Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Ascoltiamo delle vicende di Ottaviano Augusto e fatalmente pensiamo a quello che ci sta succedendo intorno.

Ci accorgiamo di quanto siamo figli degli antichi Romani e di quando le enormi differenze culturali che ci dividono da loro riescono a spiegarci contrastivamente il mondo in cui viviamo. Mi sono soffermato a lungo sulla lezione di Canfora perché è esemplare della funzione e dell’utilità di questo tipo di eventi. Si fa divulgazione ad alto livello, avvicinando in modo intelligente il pubblico a problemi scientifici anche molto complessi e in più si offre non solo alto intrattenimento culturale, ma anche strumenti per capire e vivere meglio il presente. Alla faccia di chi continua a dire che la storia, la letteratura e l’arte non pagano, non producono, non servono. Si potranno criticare i carrozzoni festivalieri per tanti ottimi motivi, ma non se ne può assolutamente trascurare l’impatto su gente che ha bisogno di riappropriarsi di una cultura che si vede quotidianamente sottratta e mortificata.

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I libri e gli studi di Canfora possono piacere e no, interessare e no, la sua esposizione mediatica può essere tacciata di gratuita spettacolarizzazione, ma un migliaio di persone che seguono i percorsi di Augusto, la sua progressiva assunzione di responsabilità morale nel gestire la politica sulla traccia Syme e poi va a comprarsi i non agili libri di Canfora non sono poca cosa.

E sulla stessa linea si è mosso il duo Affinati-Lombardo sul tema della nostra responsabilità nei confronti dei migranti, lavorando sulla scrittura e sull’immaginazione (Teilhard de Chardin e Dostoevskj) come anche sui fatti. Lo sguardo dello scrittore militante nell’istruzione dei migranti e quello dell’operatore si con(fondono) mostrando come l’emozione e la razionalità possono insieme definire un grande problema senza cedere a retoriche e speculazioni di bassa Lega.

Da questo punto di vista uno dei punti più alti e interessanti è sicuramente stato, nella seconda giornata, l’incontro con Frank Westerman nella chiesa di S. Francesco. Lo scrittore olandese, orfano in extremis e per gravi motivi di Mauro Covacich, ha raccontato in modo accattivante la storia del suo ultimo libro: un libro sul senso del raccontare storie. In breve. Dato un fatto reale e misterioso (la morte improvvisa di più di mille persone e degli animali in un villaggio del Camerun senza apparenti ragioni) Westermann esamina le diverse versioni e spiegazioni offerte da scienziati, investigatori, cantori popolari, testimoni, persone etc. Nessun racconto collima con gli altri, a parte un paio di dettagli costanti: questo significa che la realtà non esiste se non nelle narrazioni che se ne producono. È una magnifica spiegazione empirica di come nascono e di quanto sono imprescindibili i miti, da sempre. Westerman chiude dicendo che quindi anche l’annuncio della tragedia dato da un speaker televisiva è di per sé una narrazione modificata e soggettiva, insomma è poesia.  Sembra di essere dentro a Rashomon eppure è una storia vera e quindi falsa in quanto storia. La responsabilità del raccontare. Credo che le persone che affollavano la navata siano uscite molto più ricche di prima, più consapevoli. E tutti noi abbiamo ricavato una confortante certezza: i miti sono falsi, ma sono anche l’unico modo di capire ciò che non conosciamo.

Spero che chi leggerà queste righe possa capire che se in Festival come questo spesso gli eventi sono spesso governati anche da necessarie ragioni di promozione editoriale, altrettanto spesso si promuovono libri necessari, come quello di Westerman, che consiglierei di compulsare a tutti gli assertori del positivismo tecnologico e dell’esattismo scientifico, nonché miopi detrattori dell’inutile affabulazione letteraria e stilizzazione poetica.

Rispetto e venerdì il sabato affolla ancor più le strade di Sarzana, oggetto di una mutazione genetica veramente incredibile: per le vie della cittadina di provincia ti imbatti nello scrittore di grido, nel grande psicanalista, negli attori di strada, vedi operatori televisivi che intervistano il sociologo e lo storico. Insomma, la cultura scende per strada e incontra la gente. che, sempre più affamata di sapere e di pensiero, si mescola volentieri ad essa.

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Non mancano come prevedibile episodi di ‘populismo culturale’, direi endemici a questo tipo di manifestazioni. Entrare nel tendone di piazza Matteotti per la lezione di Massimo Recalcati, star della psicoanalisi di casa nostra, è stato difficile e alla fine abbiamo assistito ad un rito collettivo di celebrazione del personaggio, abbastanza indipendente da quello che poi ha trasmesso (in sostanza un lungo booktrailer della ultima sua fatica editoriale). Le riflessioni sulla figura materna sono antropologicamente fondate, ma spesso sfiorano l’ovvio e il già sentito. Ci sono gli spunti veramente utili, come l’elogio del dono dell’assenza della madre al proprio figlio o le riflessioni sulla sterilità psicogena, ma ci sono anche richiami abbastanza lapalissiani alla rinuncia alla sessualità delle madri per riversare le pulsioni sui figli (solo su quelli maschi?) oppure al dialogo protettivo e prosecutore della gravidanza tra madre e bambino. Insomma cose che tutti sanno benissimo, ma se le dice Recalcati …

Però anche questo tipo di eventi lasciano stimoli e idee e io voglio svilupparle regalando qualche consiglio ai miei coraggiosi lettori, sempre fra arte e poesia. Per capire il senso del sofferto rapporto psicofisico tra madre e figlio durante il parto guardatevi il magnifico corto dell’immenso Artavazd Pelechian, Life (1993, lo trovate su Youtube) e poi magari ne riparliamo. Sul dramma psicologico delle madri che vedono i figli come ostacolo per la loro vita introiettate il controverso, e intenso film di Alina Marazzi Tutto parla di te (2012). Questo a riprova di come in un Festival ben organizzato anche momenti discutibili producano riflessione, approfondimento e quindi cultura viva.

Come in ogni edizione non mancano gli spettacoli. Venerdì abbiamo assistito ad un meraviglioso happening pittorico musicale con Francesca Ajmar (eccellente vocalist jazz di stile brasiliano), Tito Mangialajo Rantzer (ottimo contrabbassista) e Alessandro Sanna (pittore improvvisatore dalla grande sensibilità cromatica). Sabato invece siamo andati nella gremita e suggestiva Fortezza Firmafede dove di esibiva il grande attore Giuseppe Battiston insieme al cantautore Piero Sidoti. Grande aspettativa un po’ delusa dai ritmi piuttosto fiacchi e saccenti della performance. Battiston è bravissimo, ma i testi sono sciapi e troppo didascalici; Sidoti sanza infamia e sanza lodo. Qualcuno si alza e se ne va a metà spettacolo: il duo Paolo Rossi/Gianmaria Testa dello scorso anno era ben altra cosa.  Sensazione a caldo alla fine delle prime due giornate: il Festival cresce dal punto di vista qualitativo nelle scelte di programma, perde qualcosa nella dimensione puramente spettacolare, acquista molto in termini di partecipazione e affezione del pubblico. Si ha l’impressione che le numerose innovazioni di cui parlavamo nel pezzo precedente abbiano, tutto sommato, centrato l’obiettivo.

 Roberto Danese

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