Taxi Teheran dell’iraniano Panhai al cinema Il Nuovo: un capolavoro “clandestino” premiato a Berlino

Si rimane spiazzati di fronte a questo film girato in clandestinità a causa del divieto imposto dal governo iraniano, firmato dal pluripremiato regista di Teheran Jafar Panahi già assistente di Kiarostami: poetico, ironico, divertente ma anche crudo, davvero si merita il riconoscimento appena ottenuto a Berlino (l’Orso d’oro). Alla Spezia è arrivato al cinema IL NUOVO da ieri 3 settembre fino al 9 in collaborazione con l’associazione Mediterraneo di Giorgio Pagano.

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La giovane protagonista del film di Panhai ritira il premio per conto del regista iraniano

Panhai è il regista di Il CerchioIl palloncino bianco ed è stato arrestato nel 2010 per aver progettato un film sulle manifestazioni antigovernative a Teheran e condannato a 6 anni di reclusione e a 20 di interdizione dal fare film. E’ il regista “fantasma” poiché gli è stato proibito di lasciare il Paese e i suoi film clandestini raggiungono le giurie di tutto il mondo nelle maniere più impensate: si dice che Taxi Teheran sia arrivato con una chiavetta USB dentro una torta.

Bloccato in Iran così come nel film è bloccato nel suo taxi: Taxi Teheran ha come location principale l’interno della macchina dai cui finestrini si scorge la Teheran di oggi, con una serie di situazioni che accadono nella vettura abilmente orchestrate per sembrare un documentario; l’autista Panhai dà un passaggio a personaggi che in qualche modo, tra finzione e realtà, ruotano intorno alla sua attività di cineasta e intorno soprattutto a una censura di stato che chiude la porta (letteralmente blocca la portiera) a ogni tentativo di far emergere e uscire idee, temi, e costringe all’immobilismo (come con la cintura di sicurezza) chiunque voglia denunciare la realtà drammatica.

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La cultura non è libera di circolare liberamente, qualcuno dirige il traffico delle idee e i vigili in questione bloccano le arterie di comunicazione. Panhai è un genio della metafora e ogni passaggio che sembra apparentemente una “tranche de vie” da neorealismo ma con il clima da “commedia”, non è altro che una sotterranea, sottile ma pungente denuncia del potere con richiami anche alla sua biografia personale, drammatica e troppo poco conosciuta (punteggiata dalle torture in carcere, e dallo sciopero della fame).

 E così dà un passaggio al ragazzo che lo riconosce e che fa da “pusher” ai giovani studenti d’arte e di cinema che hanno sete di sapere, per smerciare film di Woody Allen  che non è possibile vedere liberamente nel Paese. Poi ospita due anziane che vogliono ridare libertà a due pesci rossi .

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Infine sale l’amica avvocato, impegnata nell’assistere persone condannate ingiustamente, come la ragazza che voleva vedere una partita di pallavolo allo stadio (anche nel film di Panhai Offside in cui si raccontano le vicende di un gruppo di ragazze che si travestono da uomini per assistere ad una partita della nazionale di calcio iraniana a Teheran).

Le proibizioni nel campo del cinema vengono elencate dalla bambina (straordinaria protagonista del film), sua nipotina nella finzione cinematografica che è una regista in erba intenta a fare un cortometraggio per la scuola e la maestra si è preoccupata di darle l’elenco delle cose consentite. L’escamotage è perfetto: la realtà del “sordido realismo”, i personaggi buoni che devono avere la cravatta, si devono usare certi nomi, meglio quelli dei patriarchi….e così via nelle insensatezze e nelle norme obbligatorie da seguire, che se non fosse per il fatto che il cinema è nato nel 1895, sarebbero da attribuire al Medio Evo.

Censure all’arte che mi hanno ricordato la trama del bellissimo film di Bahman Ghobadi iraniano di etnia curda, Gatti persiani  che racconta le difficoltà che affrontano i giovani musicisti iraniani che cercano di eludere la censura, obbligati a suonare di nascosto, frustrati dalle leggi della Repubblica islamica e decisi a lasciare il Paese.

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E’ chiaro che il cammino verso la libertà che è il sotterraneo tema del film, è legato al filo della telecamera che permette di far uscire le immagine dall’interno del taxi al mondo esterno, mostrando ciò che non può essere detto e pronunciato. Però la telecamera può rompersi, può essere rubata, e il sogno di libertà infrangersi definitivamente.

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