Il vento di Croazia fa volare le aquile

LA SPEZIA – Per il tifoso spezzino la cosiddetta “era Volpi” rappresenta la realizzazione di un sogno mai sognato, di una speranza mai ritenuta realisticamente realizzabile.

E non solo per il pessimismo, talora anche un po’ scaramantico, tipico dello spezzino, ma perché la storia vissuta dalla gran parte dei tifosi di oggi ha troppo spesso giustificato sconforto e diffidenze.

Per quanto tempo è stata anelata la serie B?

Quante volte lo abbiamo gridato al cielo con migliaia di voci ed una sola quasi a far sentire al destino che che comunque l’avremmo pretesa?

Quante volte l’abbiamo invocata con le mani tese verso l’alto per scacciare quel senso di incredulità che comunque ci pervadeva?

E dopo anni di illusioni e delusioni, di speranze sopite sul nascere, dal fondo di campionati disputati con squadre di paesi e villaggi di cui non conoscevamo neppure l’esistenza e di cui non sapevamo neppure pronunciare il nome a tornei esaltanti che ci hanno inorgoglito ma che si sono fermati sempre lì, a un passo.

Dopo sofferenze, tante, e gioie, poche, ecco che succede l’impensabile, il sogno diventa realtà: Antonio Soda, Max Guidetti e la loro orchestra ci fanno toccare il cielo con un dito.

Ma il destino è lì dietro l’angolo beffardo ed inesorabile a toglierci quello che la storia non prevedeva potesse accadere, pronto a punirci per avere osato di agguantare ciò che non ci spettava.

Fallimento.

È stato fatto di tutto per evitarlo. Abbiamo messo mano ai nostri portafogli. A nulla è servito.

Fallimento.

E si ricomincia con le squadre improbabili, con i nomi irripetibili.

E però qui la storia, per una volta generosa e comprensiva, apre una parentesi, una parentesi che non osiamo neanche pensare si possa chiudere.

Nel luglio del 2008 si apre l’“era Volpi”: il Sindaco ed una rappresentanza del Consiglio Comunale preferiscono Gabriele Volpi ad altri offerenti.

Cosa abbia indotto Volpi ad intraprendere questa avventura, traghettato da Aldo Iacopetti già dirigente della Sampdoria e forse in cerca di qualche rivincita, possiamo solo immaginarlo.

Probabilmente la voglia di raccogliere una sfida, dopo avere vinto tutte quelle possibili proposte dalla pallanuoto con la Pro Recco conquistatrice di ogni titolo in Italia ed in Europa.

Ma il mondo del calcio è difficile, pieno di insidie e popolato da professionisti della spregiudicatezza e faccendieri della “pelota”.

Un investitore con un po’ di denaro a disposizione, un bel po’, è come un osso attorno al quale si avventano famelici dirigenti, direttori sportivi, procuratori e giocatori in fondo alla carriera.

Finché ci fu Aldo Iacopetti la gestione fu equilibrata, prudente ed attenta sia alle aspettative dei tifosi che all’andamento dei conti.

Iacopetti si dimostrò, non so se per qualità innate o per senso dell’amicizia, dirigente rispettoso dei soldi non suoi in un mondo dove la regola è divertirsi coi soldi degli altri.

Fu un grande merito ma forse anche il suo limite fatale perché la politica dei piccoli passi, che pure c’erano ed erano diretti in avanti, non aveva tenuto conto della voglia di Volpi di vincere, di vincere presto, di stravincere.

Il suo allontanamento segnò l’inizio di un disordinato avvicendarsi di presidenti, dirigenti, allenatori, segretari che cambiavano ogni anno, e qualche volta anche due volte l’anno, in una rivoluzione continua e comunque quasi sempre motivata e necessaria.

Presidenti che usavano gli aerei per andare allo stadio, allenatori che facevano pagare alla società un numero di collaboratori di poco inferiore a quello dei calciatori che entravano in campo, calciatori che, come si dice da noi, venivano a “svernare” utilizzando la loro fama, passata, per farsi pagare a peso d’oro e farsi fare contratti che allungavano a dismisura la loro attività calcistica.

Il prototipo di questa ultima specie è stato individuato dagli sportivi in un calciatore con il nome facilmente scomponibile la cui parte iniziale o quella finale veniva poi legata ai cognomi di giocatori dello stesso tipo. Si rendeva subito l’idea.

E comunque, nonostante tutto, la quantità di denaro investita consentì di riprenderci quella serie B che oggi viviamo quasi come una normalità, non so se perché non ce ne rendiamo ancora conto o, se, per rifiutare a priori cattivi pensieri, preferiamo non pensare.

Ma la nostra fortuna si consolida nel 2012, allorché Gabriele Volpi ritenne di allargare le sue sfide nel calcio e di prendersi il Rijeka, società della omonima città croata, la Fiume di una volta, al centro del Golfo del Quarnero che appare geograficamente e non solo sorella maggiore della nostra città.

Anzi, si potrebbe approfittare di questo gemellaggio calcistico per approfondire parallelismi ed affinità, ricavandone magari occasione di nuove amicizie e collaborazioni.

A volte lo sport può servire anche a questo.

Volpi affidò quella società ad un gruppo di suoi collaboratori guidati da Damir Miskovic, che, in poco tempo, fecero benissimo portando la squadra a gareggiare a livello europeo.

Non poteva sfuggire al “patron” che quelli che avevano fatto così bene a Rijeka avrebbero potuto fare altrettanto a Spezia.

Dall’anno scorso, al di là di deleghe e ruoli, la società è dunque in mano a quello stesso gruppo di croati che, facendo la spola fra l’Adriatico e il Tirreno, ha trovato compattezza e unità di intenti intorno ad un allenatore, croato anche lui, che con impegno, umiltà e professionalità ha conquistato tutti.

Serietà, misura, cultura del lavoro hanno soppiantato quella irresponsabile superficialità tipica di chi, anche nel calcio, pensa di cavarsela con tanto fumo e niente arrosto.

Giovani ambiziosi e seri, calciatori già fatti ed affidabili, selezionati anche in base alle loro qualità umane, hanno dimostrato che l’impegno e la lealtà valgono più dei nomi altisonanti che sollecitano aspettative mai mantenute.

Poco importa se il Consiglio di Amministrazione è stato costituito in maniera per certi versi incomprensibile con la presenza di persone che non si capisce bene cosa c’entrino col calcio e con lo Spezia, almeno che non siano altri e più misteriosi i rapporti che li legano al resto della compagnia.

Importa ancor meno se il Presidente sembra svolgere più il ruolo dello show man, con il sorriso a tutto dente, la pacca sulle spalle che non si nega a nessuno, esaltato da una parte della stampa sportiva spezzina come se fosse il salvatore della patria e premiato per improbabili meriti sportivi.

L’importante è che di calcio se ne occupino loro, i croati.

Con loro le aquile e il loro popolo appassionato potranno davvero sperare di posarsi sul ramo più alto.Striscione-Ferrovia

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