Lo scrittore israeliano Etgar Keret e i suoi “Sette anni di felicità”.

“Se un razzo ci può cadere sulla testa in qualsiasi momento, che senso ha mettersi a lavare i piatti?“.  Questa frase può sintetizzare al meglio lo stile e la tematica dei racconti brevi e autobiografici che compongono il libro Sette anni di felicità appena uscito per Feltrinelli dall’autore di Tel Avviv Etgar Keret, da noi considerato “lo Stefano Benni del Medio Oriente“.  Keret, nato l’anno della guerra dei Sei giorni (1967), non è famoso come Amos Oz o David Grossmann ma i suoi libri sono popolarissimi in tutto il mondo, intrisi di vero humour nero e comicità sin dal titolo: Pizzeria kamikaze, Gaza blues, Papà è scappato col circo, La notte in cui morirono gli autobus. Le vicende travagliate di Israele sono il sottofondo silenzioso dentro cui si incorniciano le storie, paradossali, umoristiche e tragiche insieme. La forma letteraria con cui si esprime non è quella lunga del romanzo quanto un’efficace scrittura breve, addirittura brevissima.

Personalmente sono rimasta folgorata da Keret a un incontro con l’autore organizzato da Palazzo Ducale a Genova qualche anno fa. Una persona simpaticissima, che scherzava sul ruolo dello scrittore in Israele e del suo in particolare, considerato che è simpatizzante della sinistra ed è un pacifista convinto, ma non si considera né uno scrittore in esilio, né parte di una minoranza. “Io vivo in un posto dove mi basta aprire la finestra e guardare quel che succede in strada per capire che il mondo fa schifo, non mi serve pagare un biglietto del cinema (da un’intervista per l’Inkiesta).

In questo libro il filo rosso sono i 7 anni di vita del figlio Lev, nato nello stesso istante di un attentato terroristico a Tel Aviv e ogni racconto scandisce un anno dove accadono diverse cose che appartengono alla vita quotidiana dello scrittore raccontate sul filo dell’ironia al tal punto che anche l’incidente, lo strappo, il dolore e persino la tragedia possono rivoltarsi nel loro contrario, nella commedia e offrire schegge di felicità e tenerezza. Così la sirena dei bombardamenti che coglie la famiglia dentro la macchina in autostrada, diventa l’occasione per un gioco da proporre al bambino: sdraiarsi per terra fuori dal veicolo addosso a mamma e papà; il gioco inventato per necessità di sicurezza, si chiama sandwich e consiste nell’accatastarsi uno addosso all’altro, e da quel momento il piccolo spera sempre ci sia in arrivo una sirena.

etgar_keret_sette_anni_di_felicita_feltrinelli_cover

Così racconta come si convive con la guerra, il terrorismo, le armi: Penso che la guerra per me e per quelli come me che vivono nel Medio Oriente, produca la stessa sensazione che dà il freddo a quelli che vivono in Islanda. Diventa praticamente una parte importante della tua vita, quasi ti ci abitui, ma ovviamente non puoi rimanere cieco di fronte a una guerra che ti scoppia davanti; nella nostra vita la guerra arriva ad assumere i connotati di nuova normalità. I conflitti sono così per noi, quasi un modo per scandire il tempo che trascorre. 

Dai brevi racconti sappiamo della famiglia della madre che proveniva dalla Polonia e che abitava nel ghetto e ci immaginiamo molte situazioni raccontate in libri e in film sulla Shoah. Entrambi i nonni sono scomparsi a causa dell’Olocausto e lui a distanza di molti anni e nel corso di questi sette raccontati, ci ritorna e vuole comprare casa nel luogo di famiglia a Varsavia. La vita di Keret da scrittore affermato è piena di incontri internazionali straordinari ma anche di ombre e paure antiche stigmatizzate nella parola “antisemitismo”. Nei racconti ci soffermiamo a sorridere quando racconta l’incontro fortuito con un amico di scuola quando entrambi scelgono un certo luogo per ripararsi dai bombardamenti: “Che fortuna” gli dice l’amico “Se non ci fosse stata la sirena non ci saremmo mai incontrati”.

Racconta dei ricordi d’infanzia come in un flash, così come in poche pagine liquida la malattia del padre e l’aborto della moglie, urlandolo al taxista che si lamentava della sua vita rovinata da un piccolo tamponamento. Racconta anche del tentativo fallimentare di frequentare palestre di yoga e pilates, di un venditore di un call center che lo perseguita, dell’incubo ricorrente di Ahmadinejad che lo abbraccia e lo chiama “fratello”.

Keret insegna Cinema e Televisione all’Università di Tel Aviv.

Advertisements
Advertisements
Advertisements