Leggendo Jonathan Franzen alla Palmaria

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Quando vi chiudete nella vostra stanza ad alimentare la rabbia, lo sdegno o l’indifferenza, come ho fatto io per tanti anni, il mondo e i suoi problemi vi sembrano impossibili da affrontare. Ma quando uscite e vi impegnate in un rapporto reale con persone reali, o anche solo con animali reali, correte il rischio molto reale di finire per amarne qualcuno. E allora chissà che cosa potrebbe succedere? (J. Franzen, Più lontano ancora)

Ringrazio l’amico che mi ha fatto conoscere Jonathan Franzen regalandomi il libro Più lontano ancora. Il mio autore americano preferito era sempre stato finora Don De Lillo (e prima Pyncheon) e adesso sono nel dubbio. Forse ho trovato qualcuno che ha scritto qualcosa di superiore a Americana, Underworld, Rumore bianco.

Arrivo con un ritardo imperdonabile a scoprire FRANZEN ma la narrativa non è il mio genere, se non d’estate. Così il mio libro da spiaggia per i miei tre giorni da campeggiatrice alla Palmaria è stato proprio un libro come Più lontano ancora dove si parla di un viaggio verso un’isola deserta, lontano lontano. La Palmaria specie d’agosto non è esattamente deserta, ma mi è sembrata una curiosa coincidenza.

Peraltro, abbandonata da Internet il secondo giorno (come il protagonista, lasciato in panne dal GPS), in compagnia solo di un libro (per lui il Robinsoe Crusoe di Defoe) e di un paesaggio ancora incontaminato, ho seguito i consigli di Franzen sparsi nel libro: spegnere i social media intrisi di narcisismo, trascinarsi fuori di casa, confrontarsi con il mondo naturale e con se stessi. E così mi sono dedicata a inseguire la mia isola.

Questo pare non sia il suo libro migliore, a parte infatti, il primo racconto che dà titolo al libro, gli altri sono saggi sparsi che hanno a che fare con la letteratura e il mondo ma anche con la solitudine, l’amore e l’amicizia, e con le sue avventure di bird-watcher sull’isola di Cipro. Ma il primo racconto è quello che mi ha più colpito: l’autore da un’isola nel Pacifico meridionale a 800 km dal Cile dal nome Masafuera (che in spagnolo vuol proprio dire “la più lontana”) con il minimo da campeggio, una copia di Robinson Crusoe e le ceneri di David Foster Wallace, l’autore americano suo amico, morto suicida, inizia la fuga da se stesso, fuga produttrice di una riflessione sul senso ultimo dell’esistenza. Un desiderio innato in ciascuno di noi quello della fuga in solitaria, ma qua raccontato con un sempre esplicito richiamo al “tu”, alla ricerca di una comune sensibilità e umanità, alla ricerca di sentimenti inesorabili ma concreti (amicizia, amore e dolore). E la ricerca della solitudine resa esasperata dal dolore di una perdita e dall’affogamento insopportabile di impegni lavorativi, genera l’unico suo antidoto, il desiderio di un ricongiungimento con gli uomini. L’individualismo radicale, narcisistico e folle non è la soluzione, e la vera méta comporta dei rischi, ovvero “i rischi eternamente interessanti delle relazioni autentiche”.

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