Casamonica, ombre sulla magistratura

ROMA- Non basterebbe la Treccani per elencare tutte le ombre degli uffici giudiziari romani. Anche i Casamonica sanno bene come funziona il sistema. A febbraio 2014, la Corte d’Appello di Roma demolisce la sentenza di primo grado e ribalta i 360 anni di carcere comminati al clan Casamonica. Vengono assolti dodici dei trentuno condannati. Richiede l’immediata scarcerazione di undici persone. Solo per dieci imputati, tutte donne, viene confermata l’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Ma per la metà di loro vi è una sostanziale riduzione di pena rispetto al primo grado. Revocata, infine, la confisca di tutto quanto sequestrato a 13 componenti del clan. I Casamonica esultano ma non sono soddisfatti. Vogliono l’assoluzione anche per le donne. Viene presentato, quindi, ricorso avverso la sentenza n. 6524/2013 Corte Appello di Roma, del 12/02/2014. La Suprema Corte, con sentenza n. 373 del 5 marzo 2015, annulla la sentenza impugnata e rinvia ad altra sezione della Corte di Appello di Roma per nuovo giudizio.
Nelle motivazione, tra le altre cose, i giudici scrivono: “...l’avvenuta emissione, a carico del magistrato requirente, di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere e la natura delle imputazioni contestate, inerenti ai rapporti intrattenuti con svariati transessuali, alcuni dei quali erano asseritamente quelli che il magistrato aveva escusso durante la fase delle indagini preliminari del presente procedimento, costituivano circostanze obiettive e certamente di spessore tale da indurre a prefigurare concretamente la sussistenza di gravi irregolarità ...”.
Il Pm in questione, Roberto Staffa, fu arrestato nel 2013 dai Carabinieri. Aveva promesso di intervenire per fare scarcerare un boss, Consiglio Casamonica. E lo aveva fatto davvero, in cambio di sesso: rapporti veloci consumati nel suo ufficio con la donna dello stesso detenuto che lui aveva arrestato. Non sapeva che le telecamere installate dai carabinieri stavano registrando ogni dettaglio di quell’atto dissennato. Il dato oggettivo, comunque, è uno: a trarne benefici, come sempre, sono stati i Casamonica. Pochi, però, si sono indignati quando avveniva tutto ciò. Dopo il funerale soloni e penne autorevoli si sono scagliate contro la Questura, sentenziando: “il clan andrebbe monitorato sempre”. Dov’erano molti di coloro che ora si dicono indignati? Le sviste ci saranno pure state, su questo però è opportuno fare una breve riflessione. Dopo aver subito sentenze che hanno incenerito anni e anni di indagini; dopo aver rivisto in faccia delinquenti rimessi in libertà, a colpi di indulti e amnistie, da una classe politica spesso collusa, con quale spirito pensate possa lavorare un poliziotto? Ma diamo la colpa pure a loro, tanto le donne e gli uomini in divisa sono abituati a prendere schiaffi da tutte le parti.

Advertisements
Annunci
Annunci