Inceneritori, industrie insalubri di tipo A

Il testo di decreto in bozza che attua una delle previsioni dello “Sblocca Italia” 2014 di Renzi, ricevuto dalle Regioni lo scorso 29 luglio, stabilisce la realizzazione di 12 nuovi impianti di incenerimento dei rifiuti in 10 Regioni: uno in Piemonte, Veneto, Liguria, Umbria, Marche, Abruzzo, Campania e Puglia, due in Toscana e Sicilia. Infatti, l’articolo 35 dello Sblocca Italia definisce i termovalorizzatori “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell’ambiente ”. E il comma 7 stabilisce l’applicazione del “potere sostitutivo”: in soldoni, se le Regioni negano il consenso all’impianto o “perdono tempo”, pertanto il Consiglio dei ministri può decidere di scavalcarle.

Già il D.Lgs 22/1997, cosiddetto decreto Ronchi, sostituto nel 2006 dal D.Lgs. 152, dettava in maniera chiara, il corretto ciclo dei rifiuti, e stabiliva in particolare che:
– Il riutilizzo, il riciclaggio e il recupero di materia prima debbono essere considerati preferibili rispetto alle altre forme di recupero (anche la riduzione dello smaltimento finale dei rifiuti attraverso l’utilizzazione principale dei rifiuti come combustibile o come altro mezzo per produrre energia).
– Al fine di favorire e incrementare le attività di riutilizzo, di riciclaggio e di recupero le autorità competenti ed i produttori promuovono analisi dei cicli di vita dei prodotti, ecobilanci, informazioni e tutte le altre iniziative utili.
– Le autorità competenti promuovono e stipulano accordi e contratti di programma con i soggetti economici interessati al fine di favorire il riutilizzo, il riciclaggio ed il recupero dei rifiuti, con particolare riferimento al reimpiego di materie prime e di prodotti ottenuti dalla raccolta differenziata con la possibilità di stabilire agevolazioni in materia di adempimenti amministrativi nel rispetto delle norme comunitarie ed il ricorso a strumenti economici.

Mi chiedo, allora, perché a distanza di 18 anni dall’entrata in vigore del decreto suddetto, viene attuata una legge che con forza toglie la possibilità alle forze politiche e alle popolazioni locali di decidere in merito? Perché sottrarre alle autonomie locali la decisione del numero e dell’allocazione di questi impianti? Perché, invece di definire i termovalorizzatori di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell’ambiente (cosa assolutamente non vera, basti pensare alle polveri emesse, considerate particolarmente nocive) e di imporre la realizzazione di 12 nuovi impianti di incenerimento dei rifiuti, il governo non ha imposto con forza un metodo per una gestione che vada in direzione di una riduzione del rifiuto a monte (industrie produttrici e quant’altro), di una raccolta differenziata spinta, di un riutilizzo e recupero della materia e di un’applicazione di incentivi per i Comuni e la popolazione virtuosa? Eppure in Italia abbiamo numerose eccellenze che dimostrano come sia possibile ridurre al minimo il ricorso a discariche e inceneritori, esempi sicuramente da seguire, in cui la corretta gestione dei rifiuti ha comportato benefici in termini economici ed ambientali ai territori. Di certo questa azione di governo non si dimostra determinata nel promuovere le buone pratiche di questi Comuni che stanno già attuando da anni. Se tutti i Comuni attuassero un modello virtuoso di gestione dei rifiuti, entro il 2020 si potrebbero chiudere molti degli inceneritori presenti sui territori. Una raccolta differenziata spinta è l’azione virtuosa da attuare per uscire dalle politiche dell’incenerimento, ormai superate e diseconomiche. I megaimpianti comportano investimenti difficilmente sostenibili dalla pubblica amministrazione che finiscono col gravare pesantemente sulle tariffe. E’ arcaico, poi, il riferimento che si fa all’inceneritore di Vienna, completato nel 1971, come modello giustificativo alla costruzione di nuovi impianti. Gli anni sono passati e molte conoscenze e nuove Direttive sono sopraggiunte. Citare l’Austria come esempio significa in sostanza indicare il paese con il più alto tasso di raccolta differenziata in Europa. Un paese che negli ultimi 50 anni ha sviluppato uno dei sistemi più avanzati al mondo per la riduzione alla fonte e il recupero dei rifiuti, basato ad esempio su sistemi di avanguardia per la tariffazione puntuale dei rifiuti, che vengono applicati con successo in tutto il territorio austriaco ormai da 20 anni. Un paese in cui vige un vero e proprio obbligo giuridico di raccogliere separatamente i rifiuti biodegradabili, per destinarli tutti a compostaggio. Un paese in cui gli impianti di incenerimento trattano solo una quota residuale di un avanzatissimo sistema di raccolta differenziata e riciclaggio. E dove ci si è guardati bene dall’ubicare i nuovi impianti all’interno di centri abitati. Da tener presente, inoltre, che oggi anche la Danimarca, modello per le politiche di sostenibilità in molti settori ma non nella gestione dei rifiuti in quanto alto è il ricorso all’incenerimento, ha adottato da un po’ di tempo la strategia nazionale “dell’incenerire di meno e riciclare di più”, al fine di rispettare gli obiettivi UE di raccolta differenziata. Oggi faccio molta fatica a concepire nuovi inceneritori, che ricordo sono classificati come industrie insalubri di tipo A, come fonti alternative rinnovabili. Quello che è assurdo e far passare questa decisione del Governo, ai fini di evitare infrazioni UE e di offrire un’alternativa alle discariche, come un’imposizione delle strategie comunitarie: le Direttive Ue non parlano di incenerimento. Ricordo che le sanzioni Ue riguardano il mancato rispetto dell’obbligo di pretrattamento del rifiuto che va in discarica e non la mancanza di inceneritori. Inoltre, gli inceneritori costano tanto, hanno tempi lunghi di realizzazione e richiedono garanzie per il ritorno degli investimenti. Non da ultimo, ricordo che anche l’incenerimento ha bisogno di discariche, di due tipologie di discarica: per le ceneri volanti e per le scorie. L’Italia ha bisogno di una politica riguardante la gestione dei rifiuti diversa da quella proposta e che non faccia riferimento ai programmi di incenerimento. Il nostro Paese deve incrementare una «economia circolare» basata sulla sostenibilità e sul recupero In un’economia circolare, i rifiuti diventano una risorsa, una materia prima secondaria. Vanno attuate politiche in grado di favorire la crescita economica riducendo lo sfruttamento delle risorse naturali. L’obiettivo principale è quello di porre fine allo spreco di materie prime secondarie di valore, cosa che avviene con l’incenerimento, garantendo che esse vengano riutilizzate, riciclate e reinserite nell’economia. Dobbiamo passare a un’economia circolare dinamica, in grado di rispettare i limiti della natura, di trarre il massimo vantaggio dalle risorse naturali, creare posti di lavoro in seno alle comunità locali e di garantire il benessere e la qualità della vita sul lungo termine. Debbono essere adottate delle azioni di carattere strutturale da parte delle Autorità e dai Decisori politici che devono individuare un nuovo modello di sviluppo che elimini e corregga le storture causate dalle contraddizioni del modello di sviluppo economico imperante, nell’ottica di un migliore e consapevole utilizzo delle risorse naturali e nel rispetto dell’ambiente e della salute umana. L’aspetto della gestione dei rifiuti deve essere considerato come asse portante di tale filosofia innovativa, affinché tale settore venga considerato non più per soluzioni di carattere congiunturale o di emergenza ma di carattere strutturale e strategico. La Direttiva 2008/98/CE, relativa ai rifiuti, e il suo recepimento all’interno del D.Lgs. n. 152/2006, rilancia a questo proposito una forte politica del riciclo dei rifiuti. La Direttiva individua normativamente la politica in materia di prevenzione e gestione dei rifiuti attraverso un ferreo rispetto della gerarchia delle azioni che devono essere intraprese e che vede in testa, innanzitutto, la prevenzione della produzione degli stessi, la loro preparazione per il riutilizzo, seguita dal riciclaggio e dal recupero e,come ultima opzione, dallo smaltimento. Il Legislatore comunitario esprime fortemente l’auspicio che “La direttiva dovrebbe aiutare l’Unione europea ad avvicinarsi a una «società del riciclaggio», cercando di evitare la produzione di rifiuti e di utilizzare i rifiuti come risorse”. L’affermazione di una società del riciclaggio, implica il ripensare al modello di mercato, non più proiettato verso un valore basato sul consumo in termini di quantità, ma soprattutto in termini di qualità. Si prende finalmente atto che il modello di smaltimento dei rifiuti basato su discariche ed inceneritori deve essere sostituito nel più breve tempo possibile con un modello che mette al centro la diminuzione della produzione di rifiuti, e poi il riciclaggio e il riuso dei materiali.

Rosanna Sorrentino, esperta in materie ambientali.

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