L’affaire Croce di Malta e la memoria della città. Una riflessione di Paolo Logli

Dopo le polemiche dei giorni scorsi sull’uso del Croce di Malta, e dopo il passaggio alla Regione di questa struttura (e patrimonio connesso) che ha ospitato per anni l’Azienda del Turismo che dal dopoguerra ad oggi crebbe di valore e di significato per la città grazie anche al direttore dell’epoca dell’Ente, dott. Amedeo Da Pozzo e dopo che opere d’arte purtroppo hanno preso il volo per Genova, abbiamo chiesto un parere a uno spezzino illustre come Paolo Logli, molto legato alla sua città. La sua riflessione è anche di natura politica e porta tutti noi a considerare quali sono oggi i “colori della cultura” e chi sono oggi i paladini della memoria. Quella memoria che “non interessa proprio a nessuno”. Grazie a Paolo Logli che è riuscito con questo testo davvero importante a stigmatizzare quella che è forse la chiave di lettura del fenomeno a cui stiamo assistendo inermi in città, lo scippo della Storia. Bisogna ripensare la cultura in nome delle idee, non in nome di uno studio di marketing o di un (finto) populismo senza popolo. Un like ci seppellirà?

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Abbiamo sentito parlare tutti, in questi giorni, se ci interessiamo un poco delle vicende spezzine, della vicenda dell’Albergo Reale Croce di Malta, e non sarò io a ripetere quello che è già stato esposto da altri con precisione e ampiezza di dettagli. Ma vorrei per un attimo tentare di fare un passo oltre, tentare di chiedermi cosa rappresenta tutta la storia. Se ci permette di pensare un attimo al nostro rapporto con il passato, con i ricordi, con la memoria, ed io credo di sì. Vorrei insomma guardare l’intera vicenda da una angolazione probabilmente meno appuntita, ma non per questo, se mi si concede una parola nata per evocare immagini di ideale e di rigore, meno politica.

Partiamo dai fatti, dalla cosa in sé, come direbbe Hannibal ne “Il silenzio degli innocenti”. La sostanza, è che un’immensa mole di documenti, testimonianze di viaggiatori e visitatori del Golfo dei poeti, manifesti, locandine, libri illustrati, memoriali legati ai viaggiatori che dall’800 ad oggi sono sbarcati dalle nostre parti, finirà (o è già finita..) ad ingrossare, quando andrà bene, gli scantinati di qualche palazzo della Regione, condannato alla polvere e all’oblìo. E per fortuna, lasciatemelo dire, i 260 dipinti del Premio del Golfo, tra cui un Guttuso, sono volati via verso il Camec sotto forma di provvidenziale donazione.

Mi si obietterà che tanto la gente non ci sarebbe andata comunque, all’Albergo Reale Croce di Malta, a vedere esposte le vestigia del nostro passato turistico e commerciale. Mi si dirà che il pubblico non è interessato a queste cose, che viviamo tempi in cui purtroppo è sempre più difficile coinvolgerli, lettori e spettatori. E diciamocelo: a prima vista, forse, distratti da troppe cose, si starà quasi per dar loro ragione. Perché sprecar tempo e risorse per qualcosa che non interessa a nessuno? Non sono tempi per teorie da intellettuali, questi, le emergenze sono altre: la pratica, per obbligo di congiuntura, viene prima della grammatica.

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Ma poi uno si ferma e si rende conto che no, non può essere quella la valutazione. Che se la guardi meglio, se ti ricordi che, come dicono gli inglesi, devil is in the details, allora questa collanina di vetrini che ti stanno agitando davanti agli occhi, ti appare per quel che è: solo cocci di bottiglia infilati in filo da cucire. Bene, vorrei parlare di quelli. Sarà stato fatto tutto secondo i crismi, per carità. Di certo l’Albergo reale Croce di Malta è stato svuotato di tutto, suppellettili e archivi, documenti e pubblicazioni senza infrangere nessun tipo di legge, ed anzi seguendo la nuova regolamentazione. Non sono qui per fare guerriglia locale o polemica di piccolo cabotaggio, conosco molto poco degli equilibri che regolano la vita politica della Provincia della Spezia.

Voglio invece guardare a tutto questo come il segno locale di un disinteresse generalizzato per la memoria. Ecco, di questo mi piacerebbe parlare: della memoria. Di quella cosa che – per ora – ci rende ancora uomini. Cioè capaci di ricordare, di amare quel che eravamo, perché ci aiuta a comprendere il modo in cui siamo diventati così. Non che siamo poi diventati questo capolavoro, a ben guardare. Ma per lo meno, nel nostro passato dovrebbero trovarsi le chiavi per capire perché. E’ un dato di fatto, un patrimonio di memoria turistica e storica viene dissipato o condannato all’ergastolo in qualche cantina genovese, e nessuno, tra i nostri politici, si è chiesto neanche per un attimo se non si potesse invece utilizzarlo per realizzare qualcosa che attiri visitatori, paganti o meno, che crei incontro, scambio di idee, suggestioni. Dibattito, idee, pensiero. Nulla. E in fondo, perché? Perché “alla gente non interessa”.

Fermiamoci un attimo a ragionare sulla madre di tutti gli alibi, quella che, sia ben chiaro, nessuno ha pronunciato a voce alta, ma che brilla, direi così, per assenza di argomentazioni contrarie: “alla gente non interessa”. Che poi è un alibi fratello di sangue di “la gente non capisce”, che troppo spesso ha giustificato brutture televisive, de “i gusti sono gusti” che ha legittimato immondizie musicali, teatrali e cinematografiche, ed anche di “noi siamo la gente” che ha massimizzato il fatto che il numero garantisca la bontà della scelta. O la sua onestà. Non trovate – se si esce per un attimo dalle logiche di schieramento e di partitopresismo ultrà, e mi si concede un fuori tema che tanto fuori tema non è – che ci sia qualcosa di sbagliato in un paese in cui le cose valgono non tanto per quel che contengono e significano, ma per quante pance riescono a far accodare, per quanti like riescono a raccogliere, per quanti consensi spesso acritici coagulano?

Non trovate che valga la pena di ragionare su questo? Sì, perché è arrivato il momento di dirlo: ci troviamo circondati da diverse versioni dello stesso mostro. Il disinteresse in mezzo al quale si vende all’incanto la memoria o peggio ancora la si archivia in uno scantinato nel roboante silenzio delle istituzioni culturali, fa tragicamente scopa con il famoso “la cultura non da’ il pane” di un Ministro dei Beni Culturali di un Governo di Destra di qualche tempo fa, per il quale un esercito di commentatori ed intellettuali di sinistra si era (e giustamente) scandalizzato e mobilitato. Allora, una falange compatta di pensatori indignati strepitò, stigmatizzando quella frase come la prova provata della vocazione della Destra a mortificare la cultura, e della sua incapacità di valorizzarne il patrimonio sia come anima di un popolo sia come occasione commerciale.

A me pare che l’indignazione di allora fosse giusta e sacrosanta, e sono davvero convinto che quel governo delle veline e degli sponsor stesse facendo carne di porco della cultura un po’ per incapacità, un po’ per partito preso e per ottusa logica di schieramento (la cultura è occupata dalla sinistra, quindi smantelliamola…), un po’ perché l’essenza di quella stagione, di quel triste ventennio e di quel sedicente leader si era concretizzata inseguendo al ribasso i gusti del pubblico – o elettori, o contribuenti, cosa cambia? – e costringendo anche la tv pubblica ad infilarsi in una spirale mortale di cui oggi si vedono appieno i risultati.

Ma quella stagione altro non era che il culmine, l’estrema conseguenza di una marcia partita da lontano, una marcia volta a sostituire l’indice di gradimento con l’indice d’ascolto, il valore individuale con il numero, il Nobel con i dati di vendita di cui anche il presunto nuovo non fa che proseguire il progetto. Se mai, con una punta di cialtronaggine in più, quando si concentra solo sul garantire i tornaconti e le convenienze degli amici degli amici, dopo essersi per anni candidata a faro della rinascita.

Sono i segni dei tempi, e questo mi pare che stia a significare l’intera vicenda dell’Albergo Reale Croce di Malta: che la memoria non conta. Ma per nessuno, proprio per nessuno. Lo stesso disinteresse per la cultura, lo stesso dispregio per la memoria di un territorio e di un popolo, lo stesso – dicevamo – inseguire il gusto della gente al ribasso è una malattia che ha contagiato tutti. Anche quelli che, in nome della suddetta superiorità culturale e morale della sinistra, si sono stracciati le vesti fino a ieri, hanno evocato il rogo della biblioteca di Alessandria e paventato un nuovo Medioevo della televendita.

Ma, mi permetto umilmente di notare, anche nell’illusione di plebiscitarismo che si erge ad unica alternativa pulita al sistema – come se essere “gente” fosse ipso facto una sorta di bollino qualità; “siamo la gente quindi siamo bravi e buoni” – c’è annidato, mi pare, lo stesso disprezzo per il pensiero evoluto, per la formazione, per la cultura, per la classe dirigente, che non è un male di per sé. C’è incastonata la stessa devastante convinzione che il pensiero condiviso per slogan, per emozionalità, per sentito dire, sia l’unica via per acquisire consenso legittima e legittimata. Dal numero, ovviamente. Ecco, forse di questo dovremmo parlare, prima che sia tardi.

Dello svuotamento del valore, a favore del soggetto statistico. Della massa al posto dell’individuo. Della pratica invece della grammatica, appunto. Dell’apologia dell’esistente al posto dell’ideale. Forse questo discorso mi ha portato troppo lontano, direte voi. Ma vedete, a volte gli avvenimenti sono pretesti per farsi delle domande, e qualche volta – marzullianamente – per darsi delle risposte. Perché, come dicono gli inglesi, che qualche volta ci azzeccano, il diavolo si annida nei particolari. E a volte i particolari sono la prima cosa di cui vale la pena parlare.

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