La Storia da mantenere e la Storia da tombare: alcune brevi riflessioni su Palio e Piazza Verdi.

Giuseppe Tornatore nel film Una pura formalità ha raccontato che quando non c’è più memoria, quando non si appartiene a una storia, non si esiste più. Il protagonista si suicida perché non ricorda niente, non ha più memoria.

Di fronte all’elenco delle spese per i festeggiamenti del Palio del Golfo rilevate da Sondra Coggio sul Secolo XIX, non possiamo che rimanere esterrefatti. 330 mila euro per una festa venduta a turisti di passaggio, come l’orgoglio della tradizione cittadina, l’immagine stessa del nostro passato. Ma costato un occhio della testa, acrobati compresi.

Evidentemente per il Sindaco e compagnia cantando, c’è la Storia di seria A da salvaguardare, e la storia di serie B da cancellare. In questo derby, la Storia di serie A, calcisticamente parlando, è quella che punterebbe all’identità marinara, al cuore delle borgate; la storia di serie B è Piazza Verdi, quella con la pavimentazione del Politeama, della settecentesca fontana e dei resti del quartiere del Torretto. Ma anche quella delle mura trecentesche e dei resti del vecchio molo dell’Ottocento e così via.

Ma davvero la storia di serie A è quella da mantenere e l’altra da interrare, e quanto la prima è produttrice di una maggiore identità culturale dell’altra?

11836924_10207797925892017_2861561841288137288_n

La sfilata del Palio come hanno rilevato molti commentatori anche sui social media, non si è tenuta sui livelli degli altri anni. Nessuno vuol giudicare la passione sfrenata per la competizione, la partecipazione concitata alla gara, la creatività dei maestri d’arte della borgata che ci ha accompagnato a lungo, anche se ci permettiamo di avere dei dubbi sulla pertinenza dei tamburi di samba, sui fumogeni tra la folla e sulla coerenza dello spettacolo degli acrobati volanti con lo spirito marinaro; certamente nel naturale processo di trasformazione culturale della festa, qualcosa si è perso per strada.

Non possiamo ancora parlare di Spezia come di città “mollusco”, metafora usata da Cacciari per definire una città “senza punti di riferimento, né spazi né luoghi né tempi da condividere”, ma forse possiamo parlare di città regredita con caratteristiche che tendono a dissolvere da un lato gli “spazi sociali” (vedi il convergere sempre più spinto su spazi commerciali), città che, siccome non sa più dove ritrovare le sue radici, le colloca in una suggestione folcloristica che sa di revival nostalgico, cercando di recuperare il rapporto con qualcosa che produca un’identità collettiva. La conservazione dei propri “valori marinari” e la tanto sbandierata passione per le gloriose tradizioni civiche, non si sposa però, con un’adeguata cura e tutela di quegli stessi oggetti della memoria che sono i monumenti, le testimonianze, le presenze architettoniche e archeologiche.

Quello che viene tombato in Piazza Verdi, e che per noi appartiene alla memoria collettiva, è un patrimonio simbolico come tale eletto dalla comunità. Non importa che questa memoria siano i famigerati pini o il Politeama. E’ il luogo stesso caricato di senso nei decenni, dalla popolazione.

Ricordiamo cosa scrisse l’urbanista Vezio De Lucia su Piazza Verdi:

… la città non è solo le sue pietre, ma anche la comunità che la vive. So anche che per gli spezzini Piazza Verdi è un simbolo vivo della continuità della sua storia attraverso i drammi e le distruzioni: era l’unico spazio pubblico rimasto indenne dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, e rispettato nella ricostruzione postbellica.”

Ho recentemente letto un articolo accademico dove si mette l’accento su una parola chiave: patrimonializzazione. In sostanza, dice l’autrice Tatiana Cossu, con la “costruzione” del patrimonio le comunità procedono all’edificazione della propria immagine, della propria identità. E quello che fa la differenza in questi processi di valorizzazione del patrimonio identitario sono le modalità, i soggetti coinvolti, gli obiettivi, la politica culturale che guida la programmazione, l’apporto degli studiosi delle culture locali:  se si dà potere decisionale alle comunità locali e a tutte le loro componenti sociali, allora i processi di patrimonializzazione possono essere un’occasione storica perché esse diventino protagoniste del proprio avvenire.

E conclude:

Il patrimonio e` un ‘fatto sociale totale’, la patrimonializzazione è innanzitutto un ‘processo sociale’. Laddove si trascura questo aspetto, si rischia di creare dei contenitori legislativi privi di contenuto o, ancor peggio, situazioni conflittuali con le comunità locali.

Advertisements
Annunci
Annunci