Un menestrello dei nostri tempi: Angelo Branduardi

Non si parla mai molto di Angelo Branduardi, eppure, quando lo si nomina, scatta una forma di riverenza ammirata. Sì, perché si tratta di un artista atipico nel panorama musicale italiano, sia per il genere proposto che per la colta ricercatezza di tematiche e melodie. Un personaggio refrattario alle luci della ribalta, umile, schivo, profondo e coerentemente ripiegato nel rifiuto della logica commerciale. Amato e seguito in mezza Europa dove ogni suo concerto diventa un evento cultural-musicale importante, in Italia è stato riposto in un angolo. Dopo la popolarità sopraggiunta all’improvviso negli anni ’70, ci siamo colpevolmente dimenticati un po’ tutti di lui. Nato nelle brughiere milanesi sul Ticino, cresce da subito a Genova dove si era trasferito appena nato con la famiglia. Il padre è un amante della musica ed il giovane Angelo resta influenzato dall’ambiente musicale del capoluogo ligure al punto di diventare uno dei piu’ giovani ragazzi italiani a diplomarsi al Conservatorio. Il suo strumento preferito è il violino ma ben presto si dedicherà anche allo studio della chitarra classica. L’immagine che tutti hanno di Branduardi nell’iconografia popolare è proprio quella di un uomo esile e dalla chioma riccioluta ed inconfondibile che suona un violino quasi rapito da una trance mistica. Le sue influenze musicali da lui stesso riconosciute sono il cantante folk Donovan e Cat Stevens, due grandi interpreti dell’era ‘60/’70 ma è molto attratto anche dalle poesie del russo Esenin e dai testi di Dante. Uno dei primi brani che compone, si ispira proprio al poeta sovietico ed è la celebre “Confessioni di un malandrino”: “…mi piace che mi grandini sul viso la fitta sassaiola dell’ingiuria, mi agguanto solo per sentirmi vivo al guscio della mia capigliatura…”. Oltre al Conservatorio di Genova, Branduardi frequenta l’Istituto Tecnico per il Turismo e qui avviene l’incontro fondamentale con Luisa Zappa, compagna d’arte e nella vita. Angelo si dedica alla ricerca rinascimentale, al barocco, all’antica musica popolare medioevale italiana e non solo, la moglie traduce le ricerche in testi. Trasferitisi nel paese di nascita di lui, Branduardi compone il brano che lo rende famoso presso un vasto pubblico, “Alla fiera dell’est”. Si tratta di un canto pasquale ebraico riadattato per l’occasione, una sequenza di figure che rendono l’idea del ciclo della vita dove il piu’ forte ha la meglio sul piu’ debole ma viene a sua volta sopraffatto da qualcuno piu’ forte di lui : “…e venne il toro che bevve l’acqua, che spense il fuoco, che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo, che al mercato mio padre comprò…”. La filastrocca si conclude con il Signore che ha la meglio su tutti, il tema religioso acquisterà via via sempre maggiore importanza nella carriera di Branduardi. Infatti, in Germania ha portato in tour con successo La Lauda di Francesco, sulla vita del Santo di Assisi, ha composto le musiche del film Secondo Ponzio Pilato ed anche, in occasione del Giubileo, l’album “L’infinitamente piccolo”, sempre dedicato a San Francesco. La ricerca certosina dell’antica musica popolare ha prodotto un artista unico nel suo genere, tornando un passo indietro all’album Alla fiera dell’est vi troviamo dei capolavori assoluti. Brani come “Il vecchio e la farfalla”, ispirato ad un proverbio orientale, “La serie dei numeri”, antico canto bretone, la splendida “Il dono del cervo”, e poi “Sotto il tiglio”, romanza tedesca medioevale. Un altro momento di popolarità e vagamente commerciale, Branduardi lo ebbe quando uscì “La pulce d’acqua”: “…è la pulce d’acqua che l’ombra ti rubò e tu ora sei malato e la serpe verde che hai schiacciato non ti perdonerà…”. Ma il brano più famoso in assoluto, perlomeno in Italia, è decisamente “Cogli la prima mela”. Una metafora sulla verginità, argomento trattato con la soave e colta leggerezza dal nostro cantautore sull’aria di una ballata medioevale ungherese: “…bella che cosi’ fiera vai, non lo rimpiangerai, cogli la prima mela…danzala la vita tua, al ritmo del tempo che va, ridila la tua allegria, cogli la prima mela ah…”. Si diceva dell’estero, Branduardi è amatissimo in Francia, gode di un vasto seguito in Germania, Paesi Bassi e nord Europa. Musica colta, madrigali che raccontano storie antiche, miti e leggende, tradizioni popolari tenute in vita da un vanto della musica italiana. Un menestrello dei nostri tempi con il cuore e l’anima dei tempi andati. Solo la sua celebre chioma, ormai imbiancata, sembra voler segnare, come una coltre di neve, gli anni che passano sul calendario ma non nello spirito di questo fragile e forte uomo.

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