Testimoni cronisti del degrado fra Termini e le periferie dell’Urbe

ROMA – Commissariamento nαι; commissariamento όχι. Una cosa è certa: a Roma, da commissariare, c’è rimasta solo la politica. Quella degli ultimi 20 anni o forse più. Gente ottusa, magari anche collusa, ma sicuramente e in buona parte responsabile del recente orrore in cui versa la città. Partendo da mafia Capitale, sino ad arrivare alle periferie abbandonate, passando per strade disastrate, magari su mezzi pubblici obsoleti, lambendo incendi fatti divampare su cumuli di spazzatura, e contemplando infine le villette abusive ormai tipiche delle spiagge romane. Per la maggior parte dei cittadini, ogni santo e benedetto giorno è insomma una vera e propria odissea. Un veloce tour nei meandri di questo piccolo scorcio dell’Urbe, non può che prender le mosse dalla Stazione ferroviaria di Roma Termini. Appena saliti sul tram della linea 5 sembra di essere tornati indietro nel tempo. L’aspetto del mezzo è vetusto, al di là di una sacrosanta certezza: durante la canicola estiva, una bella sauna è assicurata. Ovviamente, di aria condizionata neanche a parlarne, vuoi anche per l’epoca di costruzione del tram stesso, quando proprio l’aria condizionata era appannaggio di pochi. In compenso, d’inverno l’assideramento è sempre dietro l’angolo. Spifferi da tutte le parti, guarnizioni deteriorate a finestrini con problemi di chiusura ormai incancreniti. Eppoi ci si meraviglia che la gente non paghi il biglietto. Un rapido passaggio nell’Esquilino è d’obbligo. Piazza Vittorio Emanuele II; i romani la chiamano semplicemente Piazza Vittorio, perché da queste parti s’arisparmia er fiato, è la più vasta: ma anche una delle più storiche. Oltre che per i porticati, era famosa per il suo mercato, uno dei più antichi e importanti della Capitale. Ancor oggi, i segni del declino del quartiere sono evidenti. Sporcizia da tutte le parti, serrande, mura e addirittura colonne imbrattate a sorreggere palazzi ridotti ormai all’ombra di se stessi. Non certo un bel vedere. Gli edifici di rappresentanza, risalenti a fine Ottocento-inizi del Nove, in stile piemontese, furono concepiti per la classe dirigente capitolina. Quegli stessi palazzi sono oggi occupati dai pochi eredi di quei burocrati e da moltissimi stranieri, prevalentemente cinesi. La stragrande maggioranza dei negozi è gestita proprio da questi. Tutte le botteghe hanno il medesimo arredamento, rigorosamente bianco. Le vetrine sono stranamente sguarnite, pochi gli indumenti o le calzature esposti e di clienti neppure la benché minima traccia. Di tanto in tanto, qualche saracinesca tirata giù. E non mancano neanche i sigilli della Squadra mobile di Roma, apposti sui locali sequestrati di fresco. Gli affari della criminalità organizzata cinese, in città, sono rilevanti. I soldi e soprattutto la crisi hanno indotto molti romani a cedere case e attività, ma i grossi guadagni li fanno proprio loro, i cinesi. La tattica prevede infatti di acquistare a prezzi fuori mercato al rialzo negozi o abitazioni posti alle estremità della via, per poi aggiudicarsi a prezzi sempre più decrescenti gli immobili versi l’interno, il cuore della stessa strada. Alla fine, i pochi romani rimasti proprietari di abitazioni poste ai civici centrali, sentendosi soffocati da questa presenza, si disfano di queste ultime unità cedendole quasi per un tozzo di pane. E’ molto probabile che questa strategia sia messa in atto da gruppi criminali organizzati, interessati a ottenere anche il controllo del territorio, con il preciso scopo di gestire in toto gli affari illeciti e in particolare prostituzione e gioco d’azzardo. Il viaggio continua. Spostandosi in direzione di Porta Maggiore e poi di via Prenestina, sino a raggiungere Piazza dei Gerani a Centocelle, lungo tutto il tragitto si può godere di un panorama a dir poco desolante. Bottiglie di birra sparse in terra, carte e cartacce svolazzanti, erbacce insinuate fra pietre di muri di cinta, cassonetti sfasciati e maleodoranti, cestini rovesciati, graffiti su facciate di palazzi, saracinesche insudiciate e vetri infranti. E’ il triste bilancio di un degrado senza confini né ritegno, accumulatosi fra gente e cose negli anni più recenti di una urbanità desolata. Intere zone prive d’illuminazione e i criminali ringraziano. Si va oltre. Questione Rom. Campi trasformati in discariche a cielo aperto. Continui abbruciamenti trasformati in roghi di monnezza sprigionano diossina e mettono seriamente a rischio la sicurezza aerea e stradale di tutto il quartiere.

D’altronde, anche il prefetto di Roma, Franco Gabrielli, si è reso conto di quanto sia grave la situazione. “Mai vista una cosa del genere” ha affermato durante la recente visita al campo nomadi “La Barbuta” di Ciampino. Questo scenario si materializza appena fuori del centro storico. Zone che difficilmente saranno esplorate da turisti e politici, quest’ultimi per altro poco inclini a impolverare tomaie di mocassini griffati. D’altra parte, cosa ne sanno, loro, di ore trascorse alla fermata del bus, o dell’acro odore del sudore d’ascelle, pregnante vagoni della metro stracolmi di gente? La criminalità organizzata si è ormai accaparrata intere fette della Città eterna; ormai ne riesce addirittura a controllare interi quartieri. Non certo una novità: le presenze delle bande criminali nei rioni periferici di Roma risalgono a molti anni fa. Già a cavallo fra gli anni ’60 e ’70, le “batterie” di rapinatori si spartivano i territori. Poi arrivano i primi contatti con le mafie tradizionali, inizialmente con portavoce di cosa nostra e camorra, poi anche con la ‘ndrangheta. Inizia l’era della banda della Magliana. Negli anni settanta gli affari si concentrano sul traffico di sostanze stupefacenti, in particolar modo, eroina, usura, gestione delle bische, prostituzione e anche traffico di armi. I terroristi si rivolgono anche alle bande romane per approvvigionarsi di armi. Attualmente, la mafia romana, con radici che affondano fittoni nell’ultimo quarantennio, è strutturata in modo molto simile alla camorra. Da Tor Bella Monaca a San Basilio, i “pischelli”, figli e nipoti di pregiudicati romani, si passano di generazione in generazione il testimone, quasi emulando quelli del clan Savastano della serie televisiva di Gomorra. Basta fare un giro sulle loro pagine Facebook per rendersi conto di quanto siano sfacciati, tanto da arrivare a pubblicare, sui profili personali, le loro bravate. E’ anche l’effetto dei frequentissimi provvedimenti di scarcerazione. Anche le tecniche di spaccio degli stupefacenti, oltre al regolamento dei conti, hanno assunto i connotati di protocolli adottati nel famoso quartiere partenopeo di Scampia. Poi in fondo, è ciò che avviene a Tor Bella Monaca. Sentinelle nei punti strategici: non appena avvistano la “civetta” delle guardie, iniziano a dare il segnale fischiando. E’ incredibile come riescano a individuarle tutte. E’ probabile che via via abbiano annotato le targhe, il colore e il modello dei veicoli intervenuti in zona. Lo smercio della droga è in continua evoluzione. Utilizza anche ragazze incensurate: percorrono da una parte all’altra il quartiere per raggiungere il cliente. Ci sono anche i ragazzi della “retta” – custodi delle dosi – e poi tutti gli altri, che dopo essersi fatti pagare, indicano al cliente dove andarla a ritirare. La criminalità organizzata si sta accaparrando anche la manovalanza straniera. Profughi si trasformano in spacciatori. D’altronde, gente così disperata, difficilmente può rinunciare al provento dello smercio di coca, piazzata fra i 7 e i 10 euro a pallina. La Romanina è invece il regno dei Casamonica. Ville sfarzose, arredamenti degni di famiglie nobili, fiumi di champagne e aragoste. A sovrastare le colonne poste ai lati dei cancelli, gli immancabili leoni in marmo bianco, simbolo della loro potenza. Nei cortili luccicano le carrozzerie delle Ferrari e delle Lamborghini. Anche gli appartenenti al clan non disdegnano battute di scherno sui social network: “alla faccia della crisi e degli sbirri” e ostentano lussi. Eppure continuano ad essere sconosciuti al fisco. Anche alla Romanina le sentinelle non mancano, soprattutto quando arrivano i carichi di droga. Una donna siede fuori l’uscio di casa; poco più in là, un anziano, al centro della strada un uomo robusto, tatuato, con pantaloncini corti e privo di maglietta; sta facendo la spola da un lato all’altro della via, scambiando qualche parola con i primi due. I tre osservano, scrutano chiunque passi da quelle parti. Quando transita la “volante”, i Casamonica, non vanno per le spicciole, lanciano sguardi di sfida e sfottono i poliziotti: “Li giudici ci hanno fatto uscire. Non valete nulla”. Una villa della famiglia si trova nei pressi del complesso dell’Anagnina, dove hanno sede la Direzione centrale polizia criminale, la Direzione centrale per i servizi antidroga e la Direzione investigativa antimafia. Proprio lì davanti, i Casamonica mandano a pascolare due cavalli, gesto di sfida nemmeno tanto velato nei confronti degli investigatori che hanno eseguito i sequestri di beni poi restituiti lo scorso anno, dopo la sentenza del processo d’Appello che ha dimezzato le pene agli appartenenti al clan, cancellando per tutti l’appartenenza ad associazioni per delinquere. Di degrado in degrado, ecco finalmente il mare in lontananza. Tor San Lorenzo, nel comune di Ardea, sempre provincia capitolina. In queste zone, oltre che ad Anzio, Nettuno e Aprilia, la banda della Magliana aveva stabilito altre importanti basi logistiche. Sulla battigia, nei mesi di luglio e agosto, una fila incredibile di carretti ingombranti, alti circa due metri e lunghi tre. Qui i venditori abusivi si sono attrezzati. I barrocci sono stracolmi di giocattoli, vestiti e tanto altro. La spiaggia si è trasformata in un mercato e raggiungere l’acqua è un’impresa. Gli ostacoli per i più piccoli e gli anziani sono insormontabili o pericolosi. Pochi metri più in là, sempre sull’arenile, una villetta recintata. E’ stata edificata direttamente sulla spiaggia. Oltre il recinto in legno laccato bianco, una donna sistema le cose, un bimbo gioca, due anziani seduti sulle sdraio lo osservano, mentre il solito uomo corpulento parla al telefono e scruta l’orizzonte con strafottenza. Nell’aprile del 2011, sul Corriere della Sera si leggeva: “Ancora una demolizione sul lungomare. A pochi giorni dall’abbattimento di un’abitazione sulla spiaggia, ieri mattina le ruspe sono tornate in azione nella zona di via lungomare delle Dune, a Tor San Lorenzo“. L’articolo spiega che l’azione del Comune di Ardea “rappresenta l’ennesima conferma della volontà di proseguire nel programma di riqualificazione“. La casetta, fotografata proprio in questi giorni, evidentemente sarà sfuggita all’occhio delle autorità della frazione, ma non ai passanti.

Domenica scorsa, alle doglianze di una cittadina del quartiere San Lorenzo circa il degrado della città, il sindaco Marino ha replicato con un: “Provi a connettere i due neuroni che ha e a farli funzionare“. La poveretta, ovviamente, non ha ancora beneficiato del diritto di replica. Forse la brava donna attende fiduciosa che il sindaco di Roma, importante ingranaggio del meccanismo mafioso che infiltra la città, venga oliato a dovere dai propri pupari. 

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