Il Merito e l’Onestà, tra mito ed ectoplasma! Ultima stazione. Un articolo di Concettina (Titty) Siciliano

REGGIO CALABRIA – Nello scorrere la cronaca politica e parlamentare degli ultimi periodi ci si imbatte sempre più frequentemente in un tristo soggetto, dai più evocato come Merito che in effetti pochi conoscono.

Mentre da una parte c’è l’Italia degli innovatori, degli studiosi che con slancio e con passione dedicano le loro energie e fatiche a difendere questo mito di trasparenza e virtù – solida pietra di uno Stato democratico e di uno sviluppo davvero sostenibile -, dall’altro le cronache ci consegnano dialoghi politici tutt’altro che edificanti, che pure si vorrebbero incentrare, almeno in apparente riscatto, sulla ricerca di un Godot che, forse, nessuno vuole più trovare veramente.

Ecco a voi il Merito… , un ectoplasma che molti e molta politica propinano senza averlo mai praticato davvero o intercettato a distanza ravvicinata.

Il problema delle riforme (e di coloro che si vogliono dare un nuovo smalto nelle riforme o recuperare una verginità frodata) che pongono, sacrosantamente, al centro il merito, come criterio democratico di (trasparente) partecipazione alla vita sociale e lavorativa ed al benessere della comunità, è proprio quello di individuarne l’oggetto esatto, il merito per l’appunto, ovvero il primo fondamentale impegno di correttezza e fair play del patto di convivenza civica; su tale entità (metagiuridica)  dovrebbero poi ruotare ed imperniarsi costrutti, categorie, istituti, metodi, scelte, organizzazioni civili e responsabilità, sociali, politiche e giuridiche!

Capita, infatti, spesso che questo “sistema di valori riferibile ai soggetti autoctoni” (della comunità, più o meno ampia o globale, che dir si voglia)  che lo esprimono, si trasfiguri tanto da  essere percepito, piuttosto, in alcune realtà (sempre più cosmopolite e sempre meno agresti!) come un ectoplasma, sfuggente a chi si è dato (purtroppo a volte per moda, altre per scelta necessitata più o meno consapevole) l’arduo compito di propinarlo senza però praticarlo.

Nella stessa sorte, purtroppo, soccorre il concetto di onestà! “La corruzione di una Repubblica nasce dal proliferare delle leggi” e difatti “più uno Stato è corrotto più fa leggi” (cit., Publio Cornelio Tacito), prestandosi alla sofisticazione dell’elusione e sottraendosi, con l’esimente del “de iure condendum”, allo sforzo etico del rispetto dei valori fondamentali di integrità nelle azioni quotidiane.

La disonestà non si sconfigge, ma si previene e si contrasta. Sicchè l’efficacia delle azioni di prevenzione e contrasto alla corruzione ed al malaffare è direttamente proporzionale alla seria e lungimirante volontà di affrontarli in modo sistemico, con azioni culturali profonde e di riorganizzazione efficace, senza riserve ed oasi di salvezza.

La vision di lungo periodo di una programmazione seria per obiettivi e risultati non si concilia, però, con il vettore tempo del mercato elettorale. La buona politica (cioè quella che fa bene alla comunità) e la politica dei partiti frequentemente non dialogano proprio perché hanno orizzonti di tempo (e di risultato)  assai diversi ed il fine tuning fallisce.

Il nodo sul quale i sistemi normativi evidentemente implodono ovvero falliscono, di riforma in riforma, è quello, cioè, di costruire sistemi organizzativi intelligenti in cui la valutazione ed il controllo (“del” e “sul” merito) siano coerenti ovvero i (soggetti) valutatori chiamati a valutare, per l’appunto, il merito (altrui) siano all’altezza dei soggetti valutati…. E’ questa la caratteristica principale che rende un sistema politico ed organizzativo improntato sul merito, credibile ed affidabile, nel tempo!

Se il sistema di valutazione e controllo non è all’altezza dell’obiettivo che si propone e perde di credibilità il sistema non funziona… ed il rating reputazionale sfiora i numeri negativi ovvero (in termini barbari) si perde la faccia! Tanto più che il Mito è oggi quello di Caronte ed il merito uno strumento che apre le porte di un infermo senza ritorno.

A voler assumere un parametro di riferimento delle esperienze che ci stanno attraversando basta osservare quanto sta accadendo nel settore Scuola (che insieme alla Sanità ed alla Giustizia corrispondono, o almeno dovrebbero, ai bisogni primari nella piramide sociale).

Ed a proposito della “manovra scuola” ( e non solo), ci tornano in mente alcune riflessioni apparse in una nota stampa aperta, diffusa sui social e sul web, a firma del professore Rondinelli, che appunto poneva la questione del “merito“, per il suo mondo – pianeta (la Scuola), con un quesito rivolto al Premier:”Ora Presidente ho bisogno che Lei mi dica chi, il nome voglio, dovrà giudicare la mia professionalità di insegnante, la mia didattica, il mio comportamento. Presidente, io non sono un operaio che avvita bulloni, non sono un manager che deve fare profitto. In questo paese la politica che candida indagati, condannati e pregiudicati, non è credibile. Quindi la politica non può fare una riforma su quella parte ancora eccellente del paese, noi docenti. Prima la politica deve riformare se stessa e poi acquista la credibilità per poter discutere con noi, di scuola e non solo “.

Ci pare che tale impostazione logica del quesito bene possa traslarsi agli altri ambiti della politica e della pubblica amministrazione che con il merito (e dunque con i cittadini diligenti ed onesti di questa Repubblica democratica fondata sul lavoro e sulla integrità dei pubblici uffici) hanno un conto aperto, in attesa di soluzioni ottimali di “alto profilo” per il bene comune.

È l’Italia delle diseguaglianze e delle doppie morali quella che stiamo consegnando ai nostri figli, in un panorama democratico sfilacciato e senza tenuta in cui lo Stato rischia di presentarsi agli occhi dei cittadini a comparsate più o meno credibili e di cui, ognuno a modo suo, è colpevole quantomeno sul piano sociale, per non aver fatto abbastanza o per non essersi indignato quando doveva. E’ questa, o no, la demo_crazia condivisa, partecipata!?

Al di là della disquisizione jus perita, che come tutti i sofismi spesso rischia di auto implodere, per l’incapacità di comunicare rispetto ai bisogni di governance della comunità, può mai tollerarsi un sistema in cui la  salvaguardia delle garanzie costituzionali è imbrigliata nella palude degli equilibri di potere e che riserva aree di impunità con forme sofisticate di “corruzione normativa”?!

E come capacitarsi dell’emendamento approvato nel ddl di riforma PA e dei concorsi pubblici per l’accesso alla pubblica amministrazione in cui si “classa” il voto di laurea, non solo più per il ‘numero’ ma anche per l’ateneo di provenienza e per altri fattori in grado di depurare da effetti distorsivi il titolo nella valutazione del merito (famigerato pezzo di carta). Nei concorsi pubblici a fare la differenza non dovrebbe essere più solo il voto di laurea, ma potrà contare anche l’università: stando al tenore dell’emendamento, approvato pochi giorni fa, al disegno di legge della Pubblica amministrazione in discussione in commissione in seconda lettura alla Camera, si prescriverebbe il «superamento del mero voto minimo di laurea quale requisito per l’accesso», inserendo la «possibilità di valutarlo in rapporto ai fattori inerenti all’istituzione che lo ha assegnato». La proposta, che ha subito scatenato reazioni e proteste, nasce dall’idea di far sì che le barriere di accesso ai concorsi non siano determinate solo da fattori puramente numerici, ma anche da fattori inerenti alla qualità e alle caratteristiche dell’istituzione che ha rilasciato il titolo, la cui individuazione sarebbe affidata a fonti di natura regolamentare

Al momento si tratta di un emendamento che probabilmente non vedrà la luce in quanto ha già sollevato il grido etico di tantissimi, come chi ne scrive, che MAI avrebbe pensato di far valere il proprio peso culturale in ragione di uno status (symbol) dato dall’universita’ di provenienza, riponendo sempre piena fiducia nell’università pubblica e nella inviolabilita’ delle pari opportunità come eguaglianza sostanziale.

Non resterà l’unico fulgido esempio di un proliferare riformista che produce carte e non valore e che spreca le risorse di tempo e le energie di fiducia di un popolo, il nostro.

Ogni settore del pubblico e delle pubbliche amministrazioni (specie quelle sottoposte a piano di rientro come i sistemi sanitari regionali di molte regioni)  in questo momento storico pare soffrire di questa assurda malattia, si affanna nel rincorrere un cambiamento, declamato nelle intenzioni, che stenta però ad affermarsi ed a generare valore aggiunto. Ci si complica volendo semplificare. Di quanto accade, però, le responsabilità (sociali e giuridiche) vanno equamente ripartite tra tutti quei soggetti che detengono la leva del potere pubblico e dunque quella finanziaria ed economica, tra tutti coloro, cioè, che debbono programmare e decidere della spesa e degli investimenti pubblici, nell’equazione keynesiana, orientando consumi e risparmio (ormai inesistenti nella forbice di povertà che assorbe sempre più una middle class esangue)

Senza trasparenza, senza merito, senza pari opportunità, senza legalità sostanziale e dunque senza integrità ed etica pubblica non c’è coesione sociale.

Senza ragionevolezza e perequazione nelle norme e giustizia nella loro applicazione il patto sociale fondamentale perde il vigor aggregante.

Il rischio è alto, poiché un Governo ed una comunità che non investono reciprocamente su di un patto etico forte di responsabilità e corrispondenze, ovvero non dimostrano – al di là dei proclami – di sapere investire sulla propria cultura (etica) che è fatta di merito, perdono di tenuta e di affidabilità, mortificano la fiducia, si chiudono alle sfide del progresso (etico e sostenibile) e del benessere olistico (?), restando servi del fascino di una delle tante bandiere (di turno) che sventolano aliunde, poiché poveri di una propria identità culturale e del senso di appartenenza alla propria comunità, vilipesa nei valori fondamentali di libertà e solidarietà.

Dal purgatorio di una “.. serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”, all’inferno, il passo è ormai breve!

Concettina (Titty) Siciliano

(avvocato amministrativista, Dottore di ricerca in Diritto Amministrativo, Dottore specialista in Diritto dell’Economia, in Management Sanitario, in Contratti e Appalti, Innovazione P.M.I., Direttore Scientifico Istituto Italiano per l’Anticorruzione IIA )

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