Suicidi in divisa “lo stress un fenomeno da non sottovalutare” Intervista a Tommaso Delli Paoli, segretario nazionale Silp – Cgil

Si parla e, alle volte, si straparla degli abusi in divisa; tutti pronti a cristallizzare e a sparare a zero su quel gesto commesso dal poliziotto, ma mai nessuno, però, che si interessi e affronti seriamente tematiche delicate come il problema dello stress, del mobbing e dei suicidi in divisa. Ciò avviene anche con la complicità di Amministrazioni pubbliche, che preferiscono agire come gli struzzi, tappandosi gli occhi. Proprio in questi ultimi giorni altri due agenti hanno premuto il grilletto, puntando l’arma d’ordinanza contro di sé.
Tre giorni fa l’agente Tommaso Socci, 35 anni, del Reparto Mobile di Bologna, ha deciso di farla finita, sparandosi in una stanza d’albergo a Siracusa. Il poliziotto era stato temporaneamente aggregato in Sicilia per vigilare sugli sbarchi degli immigrati.
Poche ore più tardi si è ucciso, nel suo appartamento, Massimo Costanzo, 52 anni, di Gorizia. La questione è stata messa in risalto, per l’ennesima volta, dal sindacato di polizia Silp Cgil, nella persona del segretario nazionale, Tommaso Delli Paoli.

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Che dimensione ha il fenomeno dei suicidi in divisa?
Nel silenzio assordante del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, i morti per suicidio nella Polizia di Stato ormai non si contano più. È diventata una vera e propria strage, per la quale nessuno si crea il disturbo d’interrogarsi sul perché tale fenomeno accada e, soprattutto, cosa si possa fare per evitare che continui. Il problema ha assunto dimensioni preoccupanti e ogni anno che passa i morti per suicidio in polizia aumentano sempre di più. Dall’inizio dell’anno si sono tolti la vita oltre 10 agenti, senza contare quelli avvenuti nelle altre Forze di polizia. Quell’ultimo gesto tragico viene compiuto sempre con la pistola d’ordinanza.

Cosa fanno le Amministrazioni di appartenenza per cercare di prevenire questo drammatico fenomeno?
Tutto ciò dovrebbe indurre l’Amministrazione pubblica ad un seria e profonda riflessione. Purtroppo, ad ogni nuovo caso, i vertici del Viminale associano l’insano gesto a vicende personali riconducibili alla sfera privata e familiare, senza mai avviare delle vere e proprie indagini interne per appurare se le motivazioni, che hanno indotto l’operatore di polizia al suicidio, possano essere causate da un disagio lavorativo o vessatorio da parte del superiore gerarchico.

Quanto può influire sui suicidi lo stress a cui sono sottoposti gli operatori delle Forze dell’ordine?Mai si è provato a quantificare quanto stress produca il nostro lavoro, anzi spesso si guarda il poliziotto in modo asettico, sottovalutando il peso della responsabilità che grava sulla sua funzione nel produrre la necessaria sicurezza per i cittadini, tra l’altro, avendo a propria disposizione pochi mezzi e strumenti. Non ci si sofferma mai a misurare la frustrazione che gli uomini e le donne in divisa vivono, dopo aver rischiato la loro vita per assicurare alla giustizia il colpevole di reati anche gravissimi e di elevata crudeltà. Mai nessuno che si interroghi su ciò che provano questi miei colleghi e colleghe nel vedere che, in molti casi, il responsabile del delitto non paga la giusta pena per il fatto commesso e, addirittura, viene immediatamente scarcerato. Come non si può non considerare le mortificazioni subite quotidianamente nelle piazze, quando nel fronteggiare situazioni di ordine pubblico a protezione dei palazzi istituzionali si è additati come “picchiatori”? Come ci si sente ad operare di fronte a chi rivendica migliori condizioni di vita? E’ estremamente difficile contrapporsi a disoccupati, a coloro che difendono il posto di lavoro, oppure a donne e bambini sfrattati dalle loro abitazioni. Non è affatto semplice strappare un bambino al genitore non affidatario o, peggio ancora, avvisarne un altro della morte del proprio figlio a seguito di incidente stradale o evento criminoso. Talvolte è scioccante assistere alla scena di un efferato crimine. Sono immagini che ti rimarranno impresse nella mente per sempre. E’ impossibile lavorare serenamente quando, oltre alle responsabilità giuridiche, si aggiungono anche quelle disagevoli intrinseche al proprio stato lavorativo. Con uno stipendio da fame che ci rilega sotto la soglia della povertà e che non permette di far vivere la propria famiglia in modo dignitoso. Non consente di garantire un percorso universitario ai propri figli ed in alcuni casi, neanche le scuole superiori. Per non parlare, poi, degli straordinari non pagati, dell’anticipo di missioni e trasferte rimborsati con inaccettabili ritardi, delle indennità pagate dopo anni, dei servizi estenuanti, spesso senza neanche le 11 ore di interruzione previste per il recupero psicofisico tra due turni. E, poi, l’umiliazione di vivere e lavorare in ambienti malsani e privi di ogni requisito di legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Il Poliziotto non è una macchina. Siamo persone che vivono la società come ogni altro cittadino e, per questo motivo, siamo portatori di sentimenti come ogni altra persona. Il poliziotto è un figlio, un fratello, un padre e marito, condizioni queste che si intrecciano con il lavoro e che possono alimentare un certo disagio esistenziale. Questo è in parte il poliziotto, che molto spesso viene lasciato solo e abbandonato al suo destino, senza che nessuno si accorga del suo disagio personale. Con un Amministrazione capace solo, in caso di presunta sofferenza, di togliere all’agente la pistola e il tesserino, senza alcuna rete di protezione, inducendolo così a nascondere il proprio stato di stress accumulato, cosa questa che, in alcuni casi, si rivela fatale.

ll Silp Cgil cosa chiede e propone al Dicastero?
Ritieniamo che un’Amministrazione attenta alla salute dei propri appartenenti dovrebbe farsi carico di un maggior controllo della catena di comando, che spesso si dimostra insensibile e vessatoria. Crediamo sia necessario, poi, garantire al lavoratore di polizia quella giusta e necessaria serenità operativa, evitando così il nascere di fattori di rischio e, nel contempo, avviare l’apertura di sportelli di ascolto che, garantendo l’anonimato, consentano ad ogni operatore di esternare il proprio stato emotivo. Ci aspettiamo che l’Amministrazione della Pubblica Sicurezza prenda atto di questa situazione e si attivi per risolverla.

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