Mio fratello è guarito e oggi torna al mare. Dopo vent’anni.

Sarebbe una storia triste e d’estate non ci piace leggere storie tristi. Ma siccome finisce bene ho deciso di raccontarla, insomma penso che poi vi commuoverete anche. La faccio breve perché in fondo, sui dettagli non vale la pena soffermarsi. Le cartelle cliniche non servono. La racconto così, come mi viene.

Tutto inizia non si sa come. Un ragazzo sportivo bello e iscritto alla Facoltà di Medicina e chirurgia che si ammala di una malattia di nervi (evitiamo anche i termini medici che sono brutti), non riconosce più la famiglia, si isola, inizia a vivere in un mondo suo. Io quel giorno che si ammalò me lo ricordo. Era un 16 di non ricordo che mese di trent’anni fa e mio zio era a pranzo a casa; lui non venne a mangiare con noi, si apparecchiò in cucina da solo. Poi cominciò a fare le cose strane. La più strana per me che ero ragazza, era stata abbandonare l’automobile in autostrada senza dire niente a nessuno.

Le circostanze possono portare tutti a questa condizione, non è carino dirlo ma è la verità, e la circostanza nello specifico, era un lutto di un fratello. Con queste malattie non è facile convivere, non si riesce neanche a capire come interagire e neanche a immaginare quale sia il medico, non il migliore o il peggiore ma che tipo di medico e quale struttura. Siccome era sempre stato sano, facevamo fatica a credere che tutto questo non fosse un episodio marginale, temporaneo, insomma reversibile; era un problema mentale, dicevano, e nessuno sapeva cosa volesse dire, fino a quando un dottore dopo anni ci confermò che “certe malattie non tornano indietro”. E così iniziammo a vedere le cose diversamente. Medici su medici, chi sperimenta il litio, chi propone altre cure. Esiste la dipendenza da caffè, l’ho scoperto da mio fratello. La metto giù tranquilla, ma trent’anni di cure non sono uno scherzo e non vedo l’ora di arrivare al motivo per cui oggi scrivo. E cioè che mio fratello, inspiegabilmente, miracolosamente è guarito. I miracoli, si sa non esistono e siamo propensi a credere che il “ce l’abbiamo messa tutta” sia, quello sì, una specie di miracolo. C’è chi abbandona il campo, li capiamo, è faticoso avere in casa chi deve essere guidato per ogni piccola cosa.

Poi la struttura pubblica, un medico votato ai pazienti che fa la differenza per la sua qualità di vita, nuove terapie più blande, la scelta di affiancarlo a un badante uomo che ne ha cura e che gli fa fare mille attività limitatamente al suo orario. E poi un centro diurno dove mio fratello va a fare sport e incontra persone. Non possiamo pretendere che faccia cose troppo impegnative ma vediamo da ormai 9 mesi, progressi su progressi: si fa da mangiare, fa giardinaggio e adesso cura l’orto, vede film 2 volte alla settimana (più di me) e ovviamente continua a bere caffè. Ma sono propensa a credere che alla fine almeno una dipendenza dobbiamo avercela tutti e che questa del caffè tutto sommato, sia una dipendenza conviviale.

Ogni giorno mio fratello scopre una cosa nuova, la fotografia, gli autobus, i computer. Per lui il mare dopo la malattia, è la Passeggiata Morin. E così quando il centro diurno ha proposto per oggi una gita al mare, fuori dalla città quindi, abbiamo fatto un nuovo passo avanti che ha il sapore  simbolico di un rito di passaggio: un costume, le infradito, la crema protettiva e una focaccia nello zaino sono le chiavi di volta del cambiamento. Eravamo in ansia e poi è arrivata la prima foto: dopo vent’anni mio fratello è ritornato al mare.

Ce la manda E. con whatsupp. E’ in costume con la focaccia in mano. In un’altra sorride in mezzo alle educatrici. Il mare sta dietro. Mi domando cosa avrà pensato mentre entrava, quali ricordi gli avrà scatenato. Ha riacquistato fiducia ed è riuscito a stare con gli altri. Ho come l’impressione che sia stato il mare a portarlo di nuovo tra noi. E’ importante credere che ci sia sempre una via d’uscita, un varco da cui ogni essere umano, anche il più debole, riesce a passare. Il messaggio è che l’uomo ha delle risorse che nessuna malattia sconfigge e la foto sul mare testimonia che nulla è irreversibile, nonostante quello che ci disse il medico tanti anni fa. La forza di volontà di mio fratello e l’umanità che lo ha circondato in questi anni e tirato fuori dall’inferno è quella scheggia di bellezza che tutti prima o poi nella vita dovrebbero sperimentare.

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