Roma: dissequestro del Cafè de Paris. Un altro provvedimento “discutibile” dei giudici

ROMA – E’ passata quasi del tutto inosservata la decisione della Corte di Appello di Reggio Calabria che ha disposto il dissequestro del Cafè de Paris e di altri 52 beni ritenuti di illecita provenienza ed appartenenti alla famiglia ‘ndranghetista Alvaro, ramo di Cosoleto (Reggio Calabria).

Era il 22 luglio del 2009 quando nel corso di un blitz della Guardia di Finanza contro la ‘ndrina degli Alvaro, furono apposti i sigilli al famoso Cafè de Paris di Via Veneto a Roma.

Eppure, al contrario di quanto avvenuto in questi giorni, la notizia del sequestro fece scalpore. Probabilmente, anche i troppi distratti si erano resi conto che la ‘ndrangheta aveva raggiunto il cuore di Roma.
La recentissima decisione della Corte d’Appello del capoluogo calabrese, ha completamente ribaltato e distrutto quanto era stato disposto dal Tribunale.
Il pezzo pregiato della “Dolce vita” romana e gli altri beni saranno restituiti agli aventi diritto.
Questa sentenza, come altre, purtroppo, ha vanificato anni di lavoro degli investigatori della Guardia di finanza e dei Carabinieri.
Secondo l’accusa, infatti, i beni sarebbero stati nella esclusiva disponibilità di Vincenzo Alvaro, del 1964, esponente di spicco dell’omonima cosca più nota come “Testazzi” o “Cudalunga“, egemone in Consoleto (Reggio Calabria) e nei comuni limitrofi, con importanti ramificazioni nella Capitale.

Ma vediamo come si era arrivati all’emissione del provvedimento di sequestro e confisca emesso il 25 luglio 2011 dal Tribunale di Reggio Calabria: l’attività, come detto, prende avvio dall’operazione denominata “Cafè de Paris” del luglio 2009, condotta dai Carabinieri del Ros di Roma, dai finanzieri del Gico di Reggio Calabria e da quelli dello Scico di Roma. Le indagini erano coordinate dal procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone (dal 19 marzo 2012 passato alla procura di Roma) e dal sostituto Sara Ombra.
Nei due anni trascorsi dal sequestro i finanzieri avevano rafforzato il quadro probatorio, disegnato sin dall’inizio dell’inchiesta, con lo scopo di fronteggiare le numerose eccezioni e deduzioni che erano state presentate dal nutrito collegio difensivo dei due principali soggetti dell’indagine, Vincenzo Alvaro e Damiano Villari. Quest’ultimo, inizialmente soltanto prestanome dell’Alvaro, secondo gli inquirenti, con il passare del tempo sarebbe divenuto “elemento di rilievo nell’ambito delle strategie economiche della cosca“.
Per arrivare al brillante risultano del 2011 – sequestro e confisca di beni per un valore di 200 milioni di euro – la procura e i finanzieri avevano sviluppato specifiche indagini tecniche, investigazioni finanziarie e bancarie, nonché informazioni tratte da segnalazioni di operazione sospette provenienti dagli intermediari finanziari. Insomma, gli investigatori avevano seguito correttamente la via dei soldi, per arrivare a colpire chi realmente si celava dietro i prestanome.
Secondo l’accusa, Vincenzo Alvaro, dopo essersi trasferito a Roma, insieme ad alcuni suoi parenti, mentre era ancora sottoposto alla sorveglianza speciale di Ps, avrebbe investito ingenti risorse illecite in una serie di attività imprenditoriali – del tutto sproporzionate alle sue entrate lecite – cercando di dissimulare la riconducibilità a sé attraverso l’impiego di alcuni prestanome, l’utilizzo dello schermo di numerose società, la realizzazione di vorticosi passaggi di quote sociali, la fissazione del centro dei suoi interessi economici apparentemente lecite nella Capitale. Questo, per i giudici della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, era “Il sistema Alvaro“.
Senza andare a parlare di tutti i beni, concentriamoci solo su quello più famoso, il Cafè de Paris e, soprattutto, su questi dati oggettivi riportati nell’ordinanza emessa in data 15 luglio 2011 dalla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria

Nel 2007 il volume d’affari della società Cafè de Paris era di 4.423.036,00 euro. Vincenzo Villari, detentore delle quote sociali dell’80% della società Cafè de Paris, ad eccezione dell’anno 2007 (84.324,00 euro), “ha dichiarato redditi appena sufficienti al sostentamento del nucleo familiare” (nel 2005 2.256,00 euro e nel 2006 13.141,00 euro) “del tutto incongrui rispetto agli acquisti effettuati, soprattutto se si tiene conto che il prezzo di vendita della società “Cafè de Paris srl” dichiarato nell’atto pubblico, è pari a 900.000,00 euro, effettivamente riscossi e pagati dal Villari, oltre all’accollo dei debiti e delle passività della predetta società, ammontanti ad oltre un milione di euro“.
Nel provvedimento in questione, i giudici precisavano che “La difesa del Villari non ha fornito giustificazioni convincenti a sostegno delle proprie allegazioni che sono assolutamente prive di riscontro…“.

Come avevo già scritto nel mese di marzo scorso nell’articolo Quelle decisioni dei giudici che gettano un’ombra sulla democrazia, non sono affatto convinto che le decisioni dei giudici non si debbano discutere. Anche in questo caso mi sento di affermare che la sentenza della Corte d’appello e a dir poco “discutibile”. Come avranno fatto i giudici a giustificare la scalata del nullatenente Villari al Cafè de Paris?
Sarò curioso di leggere le motivazioni e di valutarle insieme a voi.

Advertisements
Annunci
Annunci