Femminicidio e violenza nei media: come affrontare i temi quando si fa informazione?

LA SPEZIA– Il titolo del mio intervento riprende quello di un articolo che scrissi tempo fa. Era l’ottobre del 2012 ed era appena morta la centesima donna dell’anno. Cento donne uccise in dieci mesi. Numeri impressionanti.  Quello che contestavo nell’articolo era l’abitudine, di certi media, di chiamare questi fatti di cronaca “omicidi d’amore”. La violenza non ha nulla a che vedere con l’amore e credo che a noi che facciamo informazione spetti, prima di tutto, il compito di chiamare le cose col loro nome. Chiamiamola violenza, non chiamiamolo amore. Chi ama non picchia, non massacra la moglie, la fidanzata o la donna di cui s’è infatuato per un “no” o perché lei lo sta lasciando. Come si può accostare la parola “amore” a un uomo che uccide magari anche i figli perché la compagna lo sta lasciando e forse lo sta lasciando perché stanca di anni di violenze? Questo credo sia il primo compito di chi fa giornalismo: non “mascherare” la realtà con parole più dolci. Il femminicidio è violenza. Nulla a che vedere con l’amore.

I mezzi di informazione devono stigmatizzare i comportamenti violenti in tutti i modi, senza cercare di trovare giustificazioni a comportamenti che giustificazioni non ne devono avere. Le parole hanno un peso. Penso a un articolo che ho trovato in rete, in cui si sottolinea come un caso di molestie sia ridotto a “brutta avventura” per una ragazza “alta e avvenente”. Penso a tutte le volte che si lascia intendere, tra le righe, che “però lei ci stava”, “aveva la minigonna”, lui ha “problemi psicologici”, una normale lite familiare è “degenerata”. Si lascia filtrare l’idea che tutto sia lecito e consentito. A volte gli articoli che parlano di violenza sessuale (dalle molestie allo stupro) sono accompagnati da immagini che ritraggono donne sexy, semi svestite, ammiccanti. Le parole, le immagini, l’impostazione di un articolo sono tutte cose che influenzano (o possono influenzare) la mente di chi legge, facendolo (o facendola) mettere dalla parte dell’aggressore. “L’ha stuprata perché era ubriaca e lo provocava” è un esempio di frase che giustifica, anche se non apertamente, la violenza. Passa così l’idea che, se la donna “provoca” (e magari lei ha solo sorriso, o risposto a una domanda con gentilezza) sia giustificabile la violenza. Forse a volte si sottovaluta il peso della comunicazione e l’importanza delle parole, in questo caso come in altri, ma bisogna fare delle riflessioni:  già tra il Settecento e l’Ottocento si verificarono fatti degni di attenzione.  Dopo l’uscita del romanzo “I dolori del giovane Werther”,  di Goethe (1774) in cui il protagonista si uccide, aumentarono i suicidi, perché l’opera scatenò una sorta di gara di emulazione soprattutto tra i giovani, che si identificarono con il giovane protagonista.  E la stessa cosa accadde in Italia poco tempo dopo, quando uscì la (chiamiamola così) versione italiana del Werther, “Le ultime lettere di Jacopo Ortis” (1802).  Si parla, infatti, di “effetto Werther”. Oppure si pensi ai suicidi di massa: decine e decine di persone che, spinte e condizionate da un solo leader, si uccidono, con la promesse della vita eterna, o della salvezza.

Quindi riflettiamo bene prima di usare questa o quella parola.

(Intervento di Claudia Bertanza al convegno di sabato 30 maggio, “Scienza ed Arte in divenire-Angeli e Demoni”)

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