“Noi tre” (1984) di Pupi Avati. Levità e mistero sotto il segno di Mozart

Prima degli anni Ottanta – durante i quali faranno comparsa l’apprezzata miniserie TV francofona Mozart (1982) di Marcel Bluwal, il discusso Amadeus (1984) di Miloš Forman e l’ingiustamente bistrattato Vergeßt Mozart (1985) di Miloslaw Luther – gli adattamenti audiovisivi più rilevanti della vita di Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791) erano essenzialmente tre: Whom the Gods Love (1936) di Basil Dean, Angeli senza felicità (1943) e Reich mir die Hand, mein Leben (1955), entrambi diretti dall’austriaco Karl Hartl (il primo vanta, tra l’altro, un cameo del soprano Erna Berger come Regina della Notte). Le tre pellicole inanellano con piglio romanzesco, sovente edulcorato, notizie biografiche sul rapporto di Wolfgang con la moglie e la sorella e, comunque, ognuna presenta tratti analoghi alle immagini che la cultura popolare (e una certa propaganda politica, è il caso di dirlo) ha spesso attribuito al genio di Salisburgo: monumento nazionale che, riunendo musicalmente l’allegra semplicità all’estasi della contemplazione, seppe riflettere come nessun’altro l’estro e la virtù del popolo tedesco; oppure romantico ante-litteram, dolente ed emarginato, che nella strenua ricerca della bellezza ha spesso ricevuto in cambio dal mondo solo la bruttezza, patendo (non invano, però) mille disgrazie. Credete sia opportuno o necessario accendere uno sguardo diverso a riguardo? Certamente sì. Molti, infatti, non sanno che le vicissitudini di Mozart sono state esplorate anche dal cinema italiano, più precisamente da Pupi Avati attraverso l’aggraziato Noi tre (1984) dove l’immaginario bucolico e fiabesco del cineasta bolognese (così ben definito nei suoi Le strelle nel fosso [1979] e Una gita scolastica [1983]) si sposa felicemente all’adolescenza del compositore, dipanandosi fra riflessioni sul mistero della creazione artistica, amicizie, primi turbamenti e la scoperta della bellezza sacrale della natura. Ci auguriamo di cuore che questo articolo di Lucia Paolini e Giordano Giannini susciti la curiosità dei lettori, invogliandoli a rivalutare questo piccolo gioiello filmico, purtroppo ancora poco noto.

BOLOGNA – Il presupposto, teniamo a precisare, è storicamente fondato. Mozart (Christopher Davidson) è in viaggio per l’Italia con il padre Leopold (Lino Capolicchio) e, benché giovanissimo, è già una celebrità: suona e compone come un vero ragazzo prodigio, ha ricevuto la Croce di Cavaliere dalle mani del Papa ed è diventato il pupillo dell’autorevolissimo Padre Martini (Giulio Pizzirani), che ora intende presentarlo come proprio allievo all’Accademia Filarmonica di Bologna. In realtà, per essere ammessi alla prestigiosa Istituzione occorrerebbe avere almeno vent’anni mentre il giovane Mozart ne ha solo quattordici ma a quel tempo, come si evince da H. Abert (*), una raccomandazione di Padre Martini apriva tutte le porte. Mozart ha dunque bisogno di un luogo tranquillo per prepararsi all’esame di ammissione. Grazie ad una lettera di presentazione verrà ospitato nella villa di campagna dei conti Pallavicini (Carlo Delle Piane, Ida di Benedetto) dove, oltre a studiare assiduamente sotto la guida di padre Martini, avrà modo di stringere amicizia con il figlio del conte (Dario Parisini), che ha la sua stessa età. Tutto questo è documentato e negli archivi dell’Accademia di Bologna è tuttora conservato il manoscritto autografo della prova d’esame sostenuta da Mozart. Il compito presenta alcuni errori ma è stato ritenuto “sufficiente, date le circostanze”, con evidente allusione alla giovanissima età del candidato. Tuttavia esiste un’altra versione autografa del compito, custodita al Mozarteum di Salisburgo, diversa da quella di Bologna e del tutto priva di errori (**). Questa versione è presente anche negli archivi di Bologna ma non reca la firma di Mozart bensì quella di padre Martini.

Questo come si spiega? Probabilmente, dopo l’esame di ammissione, il maestro (Martini) avrà spiegato all’allievo (Mozart) gli errori commessi nel compito  e gli avrà mostrato il modo migliore per svolgerlo. L’Allievo avrà poi ricopiato diligentemente la composizione del Maestro per portarla con sé a Salisburgo. Probabilmente è andata così, ma potrebbe anche essere andata in un altro modo, e qui interviene la fantasia degli Sceneggiatori (Antonio e Pupi Avati): Amadeus avrebbe sbagliato di proposito perché non ne voleva sapere di tornare a Salisburgo a fare il concertista, avrebbe preferito restare nei boschi vicino Bologna perché la pace incantata del luogo gli ispirava tanta bellissima musica che lui era felice di poter pensare ma che non desiderava affatto scrivere. Inoltre aveva ormai due amici molto speciali: il figlio del conte Pallavicini  e la graziosa Antonia (Barbara Rebeschini), della quale forse era innamorato. Tuttavia padre Martini, sfidando il regolamento, si sarebbe introdotto nella stanza dove il candidato avrebbe dovuto svolgere il compito in totale isolamento e, visto l’inspiegabile capriccio del suo allievo, avrebbe messo mano personalmente alla composizione.  E così vediamo Amadeus che va  a nascondersi nel bosco, come qualunque ragazzino che non voglia essere ricondotto a casa dai genitori, ma giusto il tempo per riflettere e accettare il suo destino di “prediletto dagli dei”.

Certo, i fratelli Avati hanno lavorato molto con la fantasia e per questo crediamo che non si possa propriamente parlare di un film “su” Mozart ma semmai di un film “mozartiano”. Mozartiane sono infatti la gaiezza, il brio, la garbata licenziosità, il ritmo dell’azione ma anche l’onnipresenza del lato “notturno” delle cose (la follia, la morte, gli addii) che delinea una venatura di mistero in quella che ha tutta l’apparenza di una fiaba teatrale. Facciamo qualche esempio. L’intera famiglia Pallavicini gravita attorno alla curiosa figura dell’Imperatore dell’Inverno (Gianni Cavina), un anziano cugino folle e lussurioso che deve essere guardato a vista perché tende a scappare nel bosco.  Non meno strano è lo stesso conte Pallavicini che, ossessionato dal timore di perdere la sua terra, se ne fa servire una porzione ogni sera a cena per assaporare in essa “le radici delle piante, le foglie appassite dell’altro inverno … la neve sciolta … il buio della notte e il sole che l’ha scacciato …”. Anche la villa è avvolta in un alone di leggenda: si racconta che negli affreschi sarebbe raffigurato un misterioso pettirosso … ma nessuno è mai riuscito a ravvisarlo nelle scene boscherecce che adornano i saloni, benché nel corso delle generazioni non si sia mai smesso di cercare.

Su questo sfondo di fiaba si svolge l’intreccio che ha per protagonisti i “tre” del titolo: Amadeus, il giovane Pallavicini e Antonia. Il figlio del conte appare inizialmente come un giovane scapestrato che odia profondamente l’ospite straniero sul conto del quale circolano le più stravaganti dicerie (si vuole persino insinuare  che non sia veramente  lui a suonare e che ci sia un meccanismo opportunamente nascosto all’interno del clavicembalo!). I due ragazzi dovrebbero andare d’accordo per compiacere i rispettivi genitori ma il giovane Pallavicini non è affatto ben disposto verso l’intruso”. Sennonché Amadeus non è sciocco né codardo e in breve riesce a conquistare la stima e la fiducia del ragazzo che, dopo una sana scazzottata, lo presenta orgogliosamente ad un amico “Lui è tedesco ma parla e ragiona come noi”. Amadeus è diventato Amadè, ma le prove non sono ancora finite. Amadeus ha visto per la prima volta Antonia, in gramaglie, ritta e dignitosa presso il catafalco della vecchia zia, ma tanto gli è bastato per eleggerla a dama dei suoi pensieri. Come qualunque adolescente, confida il segreto all’amico che ovviamente non si fa scrupolo di spifferare tutto alla fanciulla. Lo stesso Amadeus li sorprende mentre stanno confabulando alle sue spalle. Ed ecco la reazione di Antonia:

Così ti saresti innamorato di me? E ti sembra carino da far sapere in giro? Non ti sarebbe sembrato più giusto dirlo all’interessata? E va bene, visto che ci tieni tanto, voglio darti una speranza, ma una sola, hai capito? Se stanotte nevica domani verrai qui e io ti dirò che potrai farmi la corte”.

Per comprendere la beffa implicita in queste parole, che abbiamo riportato per  dare un’idea  dello stile teatrale del film, occorre tenere presente che la vicenda ha luogo in piena estate. Ma non dimentichiamo che questo è il regno dell’Imperatore dell’Inverno …  La mattina seguente il bosco scintilla di neve e Amadeus si precipita dall’amata.

Hai visto? Ha nevicato!”.

E’ vero!”.

Allora posso farti la corte?”.

Sì, puoi!”.

E il ragazzo corre via, saltellando felice per il bosco innevato, con addosso il soprabito estivo. Che non abbia le idee molto chiare su che cosa significhi fare la corte, e tanto meno del resto,  risulta ancora più chiaro quando la ragazza, dopo avere  invitato maliziosamente i due amici a visitare la sua camera da letto, li congeda entrambi, chiedendo al solo Amadeus a raggiungerla più tardi. Ma il ragazzo è pieno di scrupoli: non che lo preoccupi quel che potrebbe accadere, ma si sente in colpa verso l’amico, che magari un giorno sposerà Antonia …Perché  piuttosto non andare da lei insieme? Detto fatto. E la ragazza, presa la cosa in ridere, li accoglie entrambi sotto le lenzuola, completamente vestiti, si intende. E’ in questo momento magico che vengono pronunciate le parole del titolo, “Noi tre”. Dopo questa notte trascorsa a dormire e a sognare, i tre sono diventati inseparabili, affiatati come le parti di un terzetto, e a più riprese li si sente intonare un canto popolare friulano che parla di giovinezza e d’amore.

Ci siamo soffermati su questi aspetti della sceneggiatura affinché fosse più chiaro ciò che intendevamo a proposito della leggerezza “mozartiana” del film ma vorremo ancora rendere conto del perché abbiamo parlato di “mistero”. “So bene che vostro figlio rappresenta un mistero per voi stesso, un mistero non piccolo”, dice il conte Pallavicini rivolgendosi a papà Leopold. Fin dal suo arrivo a Bologna Amadeus è il “misterioso straniero”. Misteriose sono le voci del bosco che il Narratore cerca di risvegliare raccontando la storia in modo sempre diverso e “misteriose” sono le ragioni per le quali, ora, quel bosco non esiste più. Un “grande mistero” è il fatto che le parti più diverse del corpo dell’uomo e della donna siano irresistibilmente attratte l’una dall’altra, come osserva nella sua saggezza il folle Imperatore dell’Inverno.  Misterioso è una sorta di gioco che i tre ragazzi non si stancano di ripetere e che consiste nel nominare di seguito una serie di cose, sempre le stesse e nel medesimo ordine: notte, luna, bosco, stelle, fate, nuvole, addii. Misterioso è soprattutto il pettirosso che, narra la leggenda, si sarebbe posato sulla Croce ed in seguito sarebbe giunto in quei luoghi tra le mani della Vergine, ivi approdata con le Pie Donne, quello stesso pettirosso che dovrebbe potersi ravvisare negli affreschi della villa ma che nessuno è mai riuscito ad individuare, quasi un simbolo dell’onnipresenza invisibile ed inafferrabile del divino, forse un’ulteriore allusione al mistero del genio di Mozart. Questo connubio di gaiezza e di mistero, oltre a conferire al film il suo carattere mozartiano, ci suggerisce un possibile chiave di lettura. Ci sembra che Pupi Avati abbia voluto presentare il genio di Mozart come un “miracolo” nel senso che Sant’Agostino dà a questo termine commentando il passo di Giovanni sulle Nozze di Cana (***): il miracolo del mutamento dell’acqua in vino avviene ogni anno nella vite ma noi non ne siamo sorpresi perché la regolarità con cui l’evento si ripete dissipa in noi la meraviglia. Eppure, continua Sant’Agostino, il fatto è in sé il medesimo  ed è compiuto dal medesimo Autore, che opera ogni giorno miracoli anche più sorprendenti di questo. “Quale sgomento prova chi considera la potenza anche di un granello di qualsiasi seme!”, commenta il filosofo algerino. In quest’ottica, il miracolo è la cosa più naturale del mondo.

Perché Mozart dovrebbe essere “diverso”? In tutto ciò è evidente la distanza tra il film di Avati e quello di Miloš Forman, Amadeus, uscito nello stesso anno, dove al contrario Mozart è mostrato come un’anomalia, quasi un incomprensibile, tragicomico scherzo della natura. Da una parte, dunque, il sublime che emerge nel mare della mediocrità (Forman), dall’altra, una manifestazione del divino in un mondo che ne è, a suo modo, interamente pervaso. Nel film di Avati si respira qualcosa della Fede affettuosa ed ingenua che troviamo in certa letteratura devozionale del Medioevo, come nei Fioretti, dove il profondo significato spirituale è espresso attraverso le parole più semplici. A questo proposito ci pare eloquente la preghiera che Avati fa recitare ad Amadeus prima di addormentarsi: ”Il Signore mi vuole bene, io lo so, perché io Gli voglio bene, Lui lo sa”, parole che sembrano risuonare nel successivo film del regista bolognese, Magnificat (1993), allorché viene detto all’oblata: “Lo sai come si fa a pregare? Devi dire: Maria, Ti voglio bene, Maria, Ti voglio bene … Hai capito? Solo questo”.

Del resto, se è noto a tutti che Mozart era un convinto massone, non è altrettanto noto che era altresì un fervente cattolico (nella Vienna dell’epoca le due cose non erano in contraddizione) al punto che, come osserva lo scrittore Marcel Brion, “non perdeva un pellegrinaggio”. Certamente Mozart era un musicista d’eccezione sia come virtuoso che come compositore, era poliglotta e poteva vantare una discreta istruzione anche nelle Lettere. Tuttavia la sua musica è “semplice” nel senso in cui lo sono le cose perfette: i suoi temi si impongono con una tale forza e naturalezza che verrebbe da dire, come scherzava Roman Vlad, “Perché non l’ho pensato io?”. Non è un caso che la musica di Mozart, al pari di quella di Bach, è stata lungamente studiata anche al di fuori del campo strettamente musicale: se ne sono occupati neurologi, otorinolaringoiatri, terapeuti più o meno scientifici, ed è accertato che essa possiede “virtù” straordinarie: agisce positivamente sul cervello, sull’intelligenza, sull’emotività, persino sulla vita vegetale e dei microorganismi, e pare che il segreto del cosiddetto “effetto Mozart”, studiato da Alfred Tomatis (****), consista proprio in una sua intrinseca naturalità: grazie a condizioni del tutto speciali, Mozart avrebbe ricordato i suoni e i ritmi della Vita sperimentati nella fase prenatale e li avrebbe poi tradotti nella musica meravigliosa che ci ha lasciato, musica “divina” come tutte le Creature: la notte, le stelle, le nuvole, il bosco e, soprattutto, l’Uomo.

 

(*) Nota: cfr. First Italian Journey in Hermann Abert W. A. Mozart (New Haven, CT: Yale University Press, 2007, pag. 132).

(**) Nota: per un approfondimento su questa controversa questione è consigliata la lettura di Alfred Einstein Mozart: His Character, His Work (Oxford, UK: Oxford University Press, 1962; pag. 146, 147); Piero Melograni Wolfgang Amadeus Mozart: A Biography (Chicago: University of Chicago Press, 2007; Cap. II, pag. 43, 44).

(***) Nota: cfr. Omelia VIII. Le nozze di Cana in Sant’Agostino Commento al Vangelo di Giovanni (Roma: Città Nuova Editrice, 2005; pag. 213 e sgg.).

(****) Nota: cfr. La musicoterapia e l’«Effetto Mozart» in Francesco Attardi Viaggio intorno al Flauto Magico (Lucca: Libreria Musicale Italiana, 2006; pag. 381 e sgg.).

 

Clicca sui collegamenti qui sotto per vedere la locandina e alcuni estratti del film di Pupi Avati:

http://static.kupindoslike.com/Noi-Tre-The-Three-of-Us-Pupi-Avati_slika_O_23464025.jpg

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