Giorgio Gaber: il signor G. e la libertà

La cosa bella, parlando di artisti italiani, è il fatto che possiamo trovare una vasta varietà di personaggi a loro modo unici e speciali. Il genio italico non è acqua, non è un luogo comune, sembra quasi che un filo invisibile leghi le nostre eccellenze dei tempi remoti al tempo attuale. Giorgio Gaberscik, in arte Gaber, è stato uno dei più profondi, incisivi ed originali artisti a 360°. Nessuno come lui ha analizzato, scavato, vivisezionato e messo alla berlina i vizi e le forme mentis dei nostri connazionali. Uno psicanalista lucido ed impietoso, capace di far riflettere mettendo a nudo la realtà, spiattellandola in faccia allo spettatore. Istrionico e coinvolgente, sempre in netto anticipo rispetto ai mutamenti della società civile, mai omologato alle mode del momento. Un’infanzia segnata da problemi di salute, prima a causa della poliomielite e poi per un grave infortunio ad un braccio con conseguente paralisi della mano. Fortuna volle che per la rieducazione iniziò a suonare la chitarra ed oltre a recuperare fisicamente, ciò diede l’input per la sua carriera. Si avvicina al rock and roll e al jazz non disdegnando intrusioni nel melodico come uno dei suoi primi successi, “Non arrossire”. Diventa un esponente di punta della “Scuola Milanese” con brani incentrati su personaggi e luoghi delle periferie (“La ballata del Cerutti”, “Porta Romana”, “Trani a go-go”). Geniale la canzone “Goganga” dove sbeffeggia la classe medica usando la sua mimica e la sua espressione stralunata. Dopo questo gruppo di successi, Gaber è una delle stelle del momento e le apparizioni televisive, nonché le conduzioni di programmi, non si contano. Partecipa persino al Festival della Canzone Napoletana con la famosa “’A pizza”, sopperendo allo scadente accento partenopeo con la sua innata verve sul palco. Tra i numerosi brani di successo, la splendida “Come è bella la città”, dove ironizza sulla frenesia del nuovo progresso e le popolarissime “Il Riccardo” e “Barbera e Champagne”. Nel frattempo, Gaber sposa la compagna di una vita, Ombretta Colli, ai tempi accesa femminista e molti anni dopo Presidente della Regione Lombardia e deputata del centro-destra.

Ideologicamente, Gaber nasce come simpatizzante di sinistra, in quegli anni artisti e cantanti lo erano quasi tutti, ma ben presto inizierà un suo percorso di forte critica e distacco dalla politica tradizionale. Ha sempre sostenuto, fino alla fine, che tutte le buone intenzioni sfociano nella massificazione, termine da lui molto utilizzato. Quando le persone diventano massificate deviano verso il proprio interesse particolare, abbandonando ideali e buoni propositi. Soprattutto nella seconda parte della sua carriera cantautorale, ripeterà questi concetti sotto varie forme. Tornando un passo indietro, Gaber inizia gli anni settanta lasciando il mondo dorato della TV per dedicarsi alla formula teatrale chiamata appunto “Teatro Canzone”. Il piccolo schermo gli aveva dato successo e notorietà ma gli stava stretto il fatto di non potersi esprimere liberamente, senza i lacciuoli della censura ed inoltre aveva guadagnato abbastanza per dedicarsi ad una nuova carriera meno vincolante. Ed è in teatro che Gaber dà vita al famoso Signor G, metafora dell’uomo comune con tutte le sue contraddizioni e debolezze, accompagnandone le gesta con canzoni e lunghi monologhi. Ormai la strada è tracciata, un percorso che subirà poche deviazioni ma le concessioni al vecchio amore, la canzone d’autore, saranno memorabili. Una di queste è “La libertà”: “La libertà non è star sopra un albero, non è neanche avere un’opinione. La libertà non è uno spazio libero, la libertà è partecipazione”. Questo brano, dal testo importante, è diventato il manifesto postumo di Giorgio Gaber, un messaggio che è arrivato attraversando alcune generazioni. Ai tempi, il rapporto con il pubblico fu in parte compromesso per le sempre maggiori prese di distanza di Gaber nei confronti dei militanti politici, prese di distanza che sfociarono in aspre contestazioni, al punto di indurlo ad abbandonare momentaneamente le scene. Se “La libertà” è forse il brano piu’ conosciuto in assoluto, quello che ha fatto e fa ancora piu’ discutere è “Io se fossi Dio”. Gaber lo compose dopo l’assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse e, aldilà di riferimenti espliciti a questa tragica vicenda, per via del contenuto di quasi tutto il testo, nessuna casa discografica se la sentì di pubblicarlo. Fu costretto a farlo da solo; si trattava di un’autentica invettiva che travolgeva, con enfasi crescente ed incalzante, religione, politica e anche la normale quotidianità. Una sera d’estate dei primi anni ’80, in una Piazza del Duomo a Milano, straboccante di folla, durante un concerto gratuito, la presentò ed il pubblico gli tributò una standing ovation interminabile: “Io se fossi Dio non sarei così coglione a credere solo ai palpiti del cuore o solo agli alambicchi della ragione…Io se fossi Dio non sarei mica stato a risparmiare, avrei fatto un uomo migliore. Si vabbè lo ammetto, non mi è venuto tanto bene, ed è per questo, per predicare il giusto, che io ogni tanto mando giù qualcuno, ma poi alla gente piace interpretare e fa ancora più casino…”.

La libertà è partecipazione, grazie per sempre, Giorgio.

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