Sequestri e mafia: ecco come la criminalità “aggira gli ostacoli”

E’ di queste ore la notizia: la sorella del super latitante Matteo Messina Denaro, Bice Maria, ha costituito una nuova società e ha riaperto il negozio di moda che le era stato sequestrato poco più di due anni fa. All’inaugurazione di marzo, a Castalvetrano (Trapani), c’era la fila per entrare al “Mercatone diffusione moda” di via Giallonghi 93.

Il 30 novembre 2012, la Direzione investigativa antimafia di Trapani aveva sequestrato beni riconducibili a Matteo Messina Denaro intestati, tra gli altri, a Gaspare Como e a sua moglie, Bice Maria Messina Denaro. Con quel provvedimento erano stati apposti i sigilli anche all’attività commerciale “Il Mercatone”, assai nota a Castelvetrano.

Ma si sa, nel nostro Paese è abbastanza semplice aggirare le norme. Basta fare un semplice maquillage e il gioco è fatto. Di gente incensurata disposta a fare la “testa di legno“, considerata la crisi, ce n’è in abbondanza. Pensionati, casalinghe e soprattutto stranieri.

In provincia di Reggio Emilia era stata notato uno strano incremento di società intestate a stranieri di origine egiziana, collegati a personaggi della ‘ndrina Grande Aracri. I mafiosi hanno mille risorse e le loro strategie mutano di continuo.

Qualche anno fa, la centralinista di una società si trovò con la sua abitazione invasa da poliziotti. Era l’alba, e lei neanche si rendeva conto di ciò che le stava accadendo. Indagata e perquisita perché risultava essere presidente di un’azienda. I veri proprietari, quelli occulti, le avevano fatto la proposta e lei era stata costretta ad accettare, pur di mantenere quel posto di lavoro da centralinista, con uno stipendio di 900 euro, che le consentiva appena di vivere.

La storia è la stessa anche negli appalti pubblici. Le società colpite da provvedimenti antimafia la fanno franca grazie a una normativa che è un colabrodo. Un semplice ricorso al Tar, un rapido cambio di consiglio di amministrazione, sono sufficienti per continuare a fare affari.

Il caso dei Messina Denaro, però, è diverso: ostentano con arroganza la riapertura del  “Mercatone”, non si nascondono, vogliono che tutti sappiano che è ancora lui a comandare, il boss latitante di cosa nostra.  Non si curano minimamente del fatto che quel negozio, possa essere colpito da un nuovo provvedimento di sequestro, ne apriranno un terzo, poi un quarto e così via. “Solo da noi trovi ottima qualità a prezzi schiaccia crisi!!!” si legge sulla pagina Facebook  del negozio, che conta 241 “mi piace”.

A loro, Cosa nostra, non mancano certo soldi da sperperare. Il segnale deve essere forte e chiaro per tutti: la supremazia sul territorio è sua, di Matteo Messina Denaro e non dello Stato.

Tempo fa il Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, dichiarò: “Ampi settori dell’economia ricercano questo rapporto con la mafia …. Lo Stato può vincere sulle mafie se lo vuole”. 

Nel nostro Paese in molti si chiedono: ma lo Stato lo vuole?

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