Appalti infiltrati dalla mafia: si gioca con la “pelle” dei lavoratori

Mafia Capitale: il nuovo Prefetto di Roma, Franco Gabrielli, appena insediatosi, ha lanciato un messaggio forte e chiaro. La Cooperativa Edera, che si occupa di raccolta di rifiuti a Roma, è stata interdetta dagli appalti pubblici per il rischio di infiltrazioni mafiose. La cooperativa in questione è quella finita nel vortice dell’inchiesta a causa dei legami fra il manager Franco Cancelli, indagato per turbativa d’asta e finito agli arresti domiciliari nel corso della famosa inchiesta della Procura di Roma, e il duo Massimo Carminati/Salvatore Buzzi. La reazione della cooperativa non si è fatta attendere: gli avvocati di Edera hanno immediatamente preannunciato il ricorso al Tar, definendo il provvedimento prefettizio: “Atto abnorme che mette a rischio 200 lavoratori“. Ci risiamo, è il solito “ritornello” e chu si occupa e preoccupa di infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici lo sa bene: è l’arma di ricatto più utilizzata, quella del “mandiamo a casa i lavoratori“.

Ogni qualvolta si verificano situazioni simili, la storia si ripete e spesso il “giochetto” riesce. Può anche accadere che siano le stesse Autorità a decidere di non intervenire, per salvaguardare i posti di lavoro. La crisi occupazionale è sempre la ragione principale. I casi sono tanti, forse troppi. Basterebbe andare a rileggere, ad esempio, le notizie sulla realizzazione della strada dei marmi di Carrara, dove il centro operativo Dia di Firenze individuò alcune aziende infiltrate dalla criminalità organizzata, ma il provvedimento antimafia non arrivò. Oppure quelle società che, pur colpite da interdittiva antimafia, possono concludere i lavori, nel caso in cui questi siano in “stato avanzato”, poiché alcune sentenze del Consiglio di Stato hanno stabilito questo principio. Si potrebbe riguardare, anche, la storia di quella importante società che si occupa di sicurezza privata, la Sipro, alla quale il Tar di Roma, qualche anno fa, annullò il provvedimento antimafia.

Conoscendo bene il Prefetto Franco Gabrielli, sono certo che non si lascerà per nulla condizionare da interferenze varie perchè il concetto più importante e il messaggio che non bisogna assolutamente far passare è che “la mafia da lavoro e lo Stato lo toglie“.

Purtroppo il concetto sbagliato che “la mafia da lavoro” è diffuso dal sud al nord Italia. Lo scorso anno i giovani di Cortocircuito di Brescello hanno prodotto un documentario/inchiesta, titolato “La ‘ndrangheta di casa nostra. Radici in terra emiliana“, dal quale emergeva lo spaccato di una società italiana ormai assuefatta ad un sistema corrotto e mafioso. Ecco perché è importante e auspicabile un intervento legislativo. I lavoratori non possono e non devono pagare colpe che non hanno. Si ha l’obbligo morale e costituzionale di tutelarli. Alcuni anni fa, insieme ad altri amici, presentammo alla regione Toscana alcune “considerazioni per una politica della sicurezza nelle attività produttive“. Il documento in questione, naturalmente, fu riposto in un cassetto e probabilmente nemmeno mai letto. Quelle considerazioni, frutto di lunghe e consolidate esperienze professionali, contenevano proposte proprio per la tutela dei posti di lavoro, nel caso in cui si fossero verificati casi del genere. Ma si sa, spesso chi di dovere preferisce non vedere e non sentire, lasciando le cose come stanno, perchè pecunia non olet.

Advertisements
Annunci
Annunci