La lotta alla corruzione e alle infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici è considerata una priorità?

Le parole sono tante, ma di fatti se ne vedono veramente pochi. Si fanno convegni, disquisizioni, riunioni, osservatori e si nominano addirittura eccellenti consulenti, ma tutto rimane come prima.

Come al solito, si pensa soprattutto a fare “moina“. Naturalmente, tutto si ripercuote sui soliti noti. Loro, i poliziotti, i carabinieri e i finanzieri sono costretti a correre dietro le emergenze. Tutti i giorni è la stessa e identica storia. Nulla è cambiato. Lassù,  ai piani alti, sono ossessionati solamente dai numeri e dalle statistiche. L’importante è dire che i controlli sono stati fatti. I risultati poco importano. Anzi, se sono negativi è meglio. Si continuano a sprecare, oltre al tempo, tante risorse umane. Un notevole numero di investigatori che, dopo aver fatto i cosiddetti accertamenti di rito, sono costretti anche a fare la stima della mole di lavoro eseguita. Per non parlare poi dei doppioni. Ad eseguire i controlli di ogni singola società sono le tre Forze di Polizia (Carabinieri, Polizia di Stato e Guardia di Finanza) ed anche la Dia. Sui tavoli dei Prefetti, frequentemente, arrivano quattro risposte identiche. I fascicoli si accumulano, la carta è tanta e i risultati sono scarsi. Il 99% delle pratiche ritrasmesse alle Prefetture sono quasi sempre negative.

E’ la vera lotta alla mafia e alla corruzione questa? La priorità è decisamente un’altra. Fornire ai burocrati il numero esatto delle pratiche evase in materia di certificazione antimafia. Numeri che necessariamente devono essere importanti. Tutto in fretta e in furia, i lavori delle grandi opere su tutto il territorio nazionale devono andare avanti, senza intoppi e anche l’Expo deve iniziare. Eppure ci sarebbe da fare tanto altro. Le carte inutili sono talmente tante che quelle che dovrebbero essere aggiornate, passano in secondo piano. Il tempo per farlo c’è solo raramente. Gli investigatori vanno avanti contando sulla loro memoria storica. Per non parlare poi delle indagini, quelle serie, che meriterebbero un impiego di personale importate e, invece, qui i numeri sono ridotti ai minimi termini.

Inevitabilmente i ritardi si accumulano, nonostante sia strenuo l’impegno degli uomini e donne delle Forze dell’ordine. Sono anni che i Sindacati di Polizia denunciano che gli uffici che si occupano di criminalità organizzata, sono stati letteralmente svuotati.

E poi ci si meraviglia che certe Autorità  dicono che nei loro territori la mafia non c’è. Certo, è normale, nessuno la cerca. Eppure sarebbe semplice, molto semplice. Lo strumento già c’è, va solo messo nelle condizioni di poter operare. E’ stato voluto da Giovanni Falcone ed è la Direzione Investigativa Antimafia. Falcone si era convinto che la lotta ad organizzazioni complesse come le mafie non potesse prescindere da un coordinamento, non estemporaneo, delle indagini. Ma il suo progetto non è stato del tutto realizzato. Anzi, c’è stato anche un incauto tentativo di chiuderla, per fortuna non andato in porto. Ma negli ultimi anni la Direzione Investigativa Antimafia ha subito un costante depotenziamento da un punto di vista finanziario, organico e professionale. Per dare un senso all’idea di uno dei padri nobili della lotta alla mafia basterebbero poche mosse, la più importante delle quali far confluire nella Dia il personale specializzato nella lotta alla criminalità organizzata dei reparti della Polizia di Stato (Sco e competenti articolazioni della Squadra Mobile), dei Carabinieri (Ros e Sezione Anticrimine), della Guardia di Finanza (Scico e Gico). Sarebbe scacco matto alla mafia, ma si sa, siamo in Italia…

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