Una riflessione sul 25 aprile: solidarietà per chi cerca la propria Liberazione

Commemoriamo domani, a settant’anni di distanza, la Liberazione dal giogo nazifascista. I giovani di allora, molti ancora fra noi, la ricordano come una giornata veramente particolare. Gli Alleati fecero scattare un interruttore che di colpo spense dolore, devastazione, tragedia, lasciando evidenti solo ferite, di cui oggi si vedono ancora le cicatrici. Chi come noi può ricordarlo oggi, solo sull’onda lunga dei racconti di giovani di allora, non può che compiacersi, proprio per la durezza di quei racconti, che quegli accadimenti siano relegati definitivamente al novero storico di quegli anni.

Ma la storia, Vico ce lo insegna, ama richiamarsi ciclicamente, di quando in quando. Magari cambiano i contesti territoriali, i personaggi, gli equilibri socio politici; ma le dinamiche e le pulsioni a queste correlate no. In sintesi, da un lato ci troviamo oggi a ricordare con i vecchi quella libertà improvvisamente recuperata, dall’altro guardiamo a questa marea di disgraziati che quotidianamente cerca in modo disperato un approdo in Italia; una propria libertà, un proprio 25 aprile per affrancarsi: ma da chi o da cosa? Presto detto: dalla guerra, dalla povertà, dalla tragedia di rimane impotenti a vedere i propri figli morire di fame.

Tragedia nella tragedia, per questi poveri disperati, sono poi quei feroci assassini che, col pretesto della guerra agli infedeli, son capaci di infiltrarsi sui barconi e dare in pasto agli squali uomini inermi, donne incinte e bambini. Una realtà che ha suscitato raccapriccio praticamente in tutti. Nel nostro illuminato premier Matteo Renzi, nel Presidente della Repubblica, nei colletti bianchi di Schengen. Sicuramente, però, non in un pubblico ministero del leccese, che lo scorso 13 febbraio, postulando la possibilità che fanatici dementi di questa levatura potessero infiltrarsi sui barconi, aveva richiesto l’arresto di cinque siriani arrivati in gommone, provvedimento che gli era stato negato, prima dal Gip e poi dal Tribunale del riesame, motivando fosse impossibile che terroristi e fanatici potessero confondersi fra gli esuli.

E’ accaduto di recente e, se non ci saranno interventi decisi, accadrà di nuovo. Ma questi fanatici dementi che hanno agito sui barconi gettando in mare i cristiani, sono gli stessi che da anni ignorano il nutrito pool di cristiani, operai, tecnici e ingegneri, che sempre da anni lavorano nella più grossa raffineria dell’Eni in Libia? Lo fossero, verrebbe meno la motivazione religiosa. D’altra parte, di dementi il mondo è pieno. In casa nostra, per esempio, ne alberga una particolare varietà, che proprio in questi giorni auspicava lo schieramento di cecchini e bazooka sui litorali meridionali, per fronteggiare il tentativo di sbarco di eventuali superstiti. Ma questa, degli scemi del villaggio di casa nostra, è tutta un’altra storia.

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