Lettera alla redazione: quel filo conduttore tra Piazza, Cultura ed Indipendenza che nello Spezzino si era perduto

Le giornate di La Spezia sono animate, in questi giorni, dal ritorno della comunità. Ci si riversa in strada, nei parchi, giardini come nelle piazze, per riscoprire di non essere soli. Rivivere, con altri, il territorio. Riscoprire che la cultura non è morta e nemmeno tutta omologata, compromessa. Esiste un mondo che non è quello delle quattro mura domestiche dove, uniche finestre sul mondo, sono schermi di televisione o computer. A La Spezia si vive guardando oltre quella dimensione di provincia che qualcuno aveva sognato di instillare, quasi come una lenta e inesorabile modifica genetica.

Donne ed Editori sono il motore di queste giornate racchiuse nel “Festival della Cultura Indipendente“. Non vendono qualcosa. Non sono candidati alle prossime elezioni di maggio. Non lo fanno per cercare un consenso utile a carriere o profitto. Hanno messo risorse ed energie in un progetto che anima il territorio, lo fa riscoprire, facendo toccare concretamente la realtà. Un progetto concreto in una città che, non da oggi, le amministrazioni pubbliche hanno voluto assopire.

Davanti a questo tentativo di risveglio la risposta dei cittadini c’è.

La comunità si ritrova. Fuori dai riti e dall’agenda della quotidianità. Ci si ritrova ad esempio all’aperto per riscoprire i vecchi giochi, che se provati attraggono ancora i bambini e li divertono. Giochi per divertirsi e non per fare “punti” o battere record con le nuove ultime tecnologie. Giochi per stare insieme. Anche la creatività ha ritrovato uno spazio di dignità, accessibile e libero.

E così si vince anche la reticenza per parlare di una realtà compromessa, soprattutto sul piano etico, oltre che penale, dove corruzione e mafie, interessi illeciti e prevaricanti, cancellano la bellezza del territorio, uccidono la possibilità di fare impresa, erodono le casse pubbliche.

E’ ancora in corso questa sfida. Questa comunità si è appena ritrovata. Una cosa però la si può dire: è stata coraggiosa e vinta. La scintilla è scattata ed il falò si acceso.

Quelle ore, quelle energie, quelle risorse che sono state donate agli altri da quelle donne di La Spezia, promotrici di questo Festival, hanno evidenziato ancora una volta un particolare. Il solito “perverso” particolare – si potrebbe dire – di un Potere che ha paura.

Un Potere che non poteva impedire questo risveglio, questo ritrovarsi della comunità che rilancia la centralità della cultura e del cittadino, ed allora ha messo in moto tutto il possibile per depotenziarlo. E’ stato così che la rete del Potere, centrato sulla pratica e la mentalità della più tipica società clientelare, tra cointeressenze lecite ed illecite, ha, di punto in bianco, promosso incontri paralleli di ogni genere. Il tentativo di “svuotare” gli appuntamenti del Festival è però naufragato ed i risultati di partecipazione e riappropriazione della città ne sono la prova palese.

A La Spezia, città storica della sinistra dalla mentalità democristiana, sono le donne e la comunità che hanno ridato corpo a quanto insegnato da Antonio Gramsci: «Cultura, non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri (…). Cultura è la stessa cosa che la filosofia… ciascuno di noi è un poco filosofo: lo è tanto più quanto più è uomo… Cultura, filosofia, umanità sono termini che si riducono l’uno nell’altro (…) Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque lo voglia. Basta vivere da uomini, cioè cercare di spiegare a se stessi il perché delle azioni proprie e altrui, tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e tutti, sforzarsi di capire; ogni giorno di più l’organismo di cui siamo parte, penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza, di passione, dì volontà; non addormentarsi, non impigrire mai; dare alla vita il suo giusto valore in modo da essere pronti, secondo le necessità, a difenderla o a sacrificarla. La cultura non ha altro significato».

Questo Festival, alla sua prima edizione, è, quindi, la terapia giusta, non per il favore di o per qualcuno, ma per il risveglio della comunità che si è ritrovata.

lettera firmata

 

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