Inaugurata alla Galleria Menhir la sorprendente mostra di Natasha Yalyisheva

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L’artista che ha inaugurato la nuova mostra della galleria Menhir di Sebastiano Calandra è Natasha Yalyisheva, nata nel 1977 a Omsk capoluogo del Distretto Federale Siberiano, dove ha frequentato la Scuola d’Arte.

La mostra curata da Chiara Musso propone una decina di quadri dove le icone dell’immaginario collettivo (da Chaplin a Woody Allen) vengono riproposte con aggiunte di colori, smalti, nastri isolanti e collocati dentro cornici che sembrano fragili imballaggi (da cui il titolo della mostra “EgoFragile”). La tematica dell’icona “aggredita” da trame di scotch e sgocciolature di pittura riporta oltre che al genio di Warhol (con riferimento al tema del “motivo decorativo” presente nelle serigrafie a ritratto a partire dal Mao del 1972), anche all’arte più underground dei suoi giovani allievi che si aggiravano per la Factory, in particolare Jean-Michel Basquiat, antesignano degli attuali writers e street artist.

Una mostra decisamente d’impatto e che propone a nostro avviso, al pubblico spezzino un’originalissima variante della corrente “neopop” (il cui massimo esponente è Takashi Murakami) con riferimento ad alcuni rimandi dalla cultura urbana, al graffitismo e all’uso di materiali industriali (plastiche, adesivi, timbri).

Il pastiche ricombinante da cui è formato il bellissimo ritratto di Mao della giovane artista siberiana unisce il segno suprematista di Malevic all’iconografia popolare cinese in un’arte che ha assimilato la lezione della riproducibilità tecnica e degli strumenti della cultura di massa collocandosi in un territorio libero e ironico che la penna di Rosalind Krauss definirebbe “postmediale”. Impossibile non riconoscere che quest’arte -il cui gestus pittorico copia e altera forme e capolavori riconosciuti nel sistema dell’arte, mettendo in crisi i valori e le certezze della società dell’immagine – ha un suo corrispettivo nel fenomeno dell’ADBUST (e in generale delle proposte collegabili alla rebel art e all’artivism), che corregge e sostituisce (in senso duchampiano e sovversivo) manifesti, slogan elettorali e volti dei politici seguendo la lezione decostruttiva dei situazionisti.

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Convincente e per certi aspetti, addirittura sorprendente nella sua costruzione formale sia il ritratto di Dalì fatto per tratti decisi e campiture di colore a contrasto e pezzi di scotch, che la crocifissione di Cristo in cui il supporto (un pancale di legno a mo’ di cornice) diventa parte integrante dell’opera e le strisce adesive simulano l’effetto di una tendina veneziana da cui vediamo l’accadimento narrato per macchie di inchiostro. I materiali aggiunti alla pittura (in particolare il nastro chiudi pacchi comprensivo di scritte) rovesciano in tutti i ritratti, la logica di costruzione (e mercificazione..) dell’icona creando quasi una parodia degli stereotipi dell’immaginario collettivo.

La mostra è visitabile fino al 26 aprile. Il Catalogo è curato dal critico Alberto Mattia Martini

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