Ma l’Italia è matta? Intervista allo psichiatra Vittorino Andreoli

Vittorino Andreoli,  tra i più noti psichiatri italiani, in questo suo ultimo libro, Ma Siamo Matti (Ed. Rizzoli) , cerca di analizzare, in quanto psichiatra, lo stato “mentale” degli italiani. Impresa assai complicata. Insomma porta nel “lettino” dell’analista gli italiani.  Di quale malattia soffrono gli italiani? Quali sono le radici del malessere italiano?  In questa intervista il professore ci offre un quadro, intercalando rigore scientifico e bonaria ironia,  del nostro stato di salute profondo. 

siamo matti

Professore incominciamo ad analizzare, sinteticamente, i “sintomi” del  nostro “mal d’essere” . Il primo sintomo è il “masochismo mascherato”, ovvero lei vede gli italiani come dei masochisti mascherati da esibizionisti. In che senso siamo dei masochisti “mascherati”?
Devo fare una premessa: io come psichiatra sono abituato ad occuparmi di una singola persona e ogni uomo rappresenta per me un mondo, un mondo intero, questo è il mio mestiere. È chiaro che vedere il mio nome su un libro che visita un popolo fa un certo scalpore. Sempre più spesso, in questi ultimi periodi, mi sono trovato di fronte a casi di patologia, da me come sa vengono casi gravi. Casi in cui sempre di più viene riferito all’origine del proprio disturbo, non qualcosa di interno, ma di esterno; è come se sui singoli casi ci si riflettesse una situazione esterna, familiare o sociale ecc. Allora io ho studiato, in quella lunga appendice, la mente del popolo italiano e mi sono convinto di questo: che in certe situazioni storiche tutti noi italiani, perché io sono dentro, questa volta parlo anche di me, in certe situazioni di crisi, che non è solo una crisi economica, ma una crisi dove i sentimenti crollano ecc, c’è un comportamento o dei comportamenti dominanti in tutto il popolo, la questione sarà più o meno intensa, ma c’è in tutti.
Detto questo – era una premessa –, per definire se un popolo è malato o no bisogna vedere se ci sono i sintomi. Primo sintomo: noi soffriamo di masochismo, il masochista, che è stato descritto in quel libro di Masoch “La venere con la pelliccia”, è uno che gode venendo maltrattato o facendosi del male. Noi siamo un popolo che in questo periodo ama farsi del male. Questo lo si vede, per esempio,  dal fatto che stiamo distruggendo il nostro patrimonio culturale, che quando uno applica la legge muore Sansone e tutti i filistei. C’è quella che chiamo la distruttività, che è distinta dalla violenza. La violenza è un atteggiamento aggressivo per raggiungere l’obiettivo; la distruttività è una piccola apocalisse. Si ammazza la moglie e poi ci si ammazza. Una delle espressioni di questo masochismo è proprio quello della distruttività. C’è anche un ritorno della “danza macabra”, morire non ha poi tanto senso, uccidere è banale, si invita la morte a ballare. È un po’ questo atteggiamento che porta a distruggere. Il 47% sono giovani che non hanno nulla da fare, i vecchi vanno buttati via, abbiamo raggiunto la longevità e ora ci siamo accorti che costa troppo e quindi interrompiamo le terapie, buttiamo via gli anziani. C’è anche un masochismo politico che distrugge la democrazia.
Questo masochismo io lo chiamo con maschera perché è esibito, si vuole che si veda. Pensi che una volta vendevano gli oggetti falsi come veri. Adesso è successo che vendono l’originale e poi al posto dell’originale mettono la copia, il falso. C’è proprio un senso di distruzione della storia che credo sia evidente, si continua a rubare. Rubano anche quelli che sono entrati in politica su chiamata del Padre Eterno. Il masochista individuale è uno, in Masock lui fa un contratto con la moglie affinché questa verghi più volte al giorno, ma fa parte della vita individuale e privata. Qui è un esibizionista perché si mostra. Lei vada ad una riunione di condominio, si sente gente che dice: “se viene giù una goccia d’acqua io le spacco la testa, io la denuncio”. Esisto perché spacco, esisto perché spavento. È il masochismo come atteggiamento di tutti un po’.  Questo non è pessimismo, lei sa che sono un pessimista attivo. 

L’altro sintomo, molto grave, è che c’è un individualismo spietato. Ovvero un popolo senza un “noi”, ma solo con un grande “io”. Come si  manifesta questa spietatezza?
Il secondo sintomo è l’individualismo spietato: c’è l’io in famiglia, c’è l’io dappertutto. Siamo dei narcisi spaventosi, tutto io, faccio io. Se il narcisismo è maschile, la seduzione è femminile. E tutte si mostrano, mostrano tutto, ha visto Madonna? Se ai miei tempi una ragazza faceva un gesto cosi – tirandosi su le vesti e mostrando il didietro –  la portavano dallo psichiatra. Pur di essere “io” faccio qualsiasi cosa, è un narcisismo fondato sull’io e sul mio. Quello che è del “noi” non importa, lo roviniamo. Questo, in un momento in cui si dovrebbe costruire qualcosa insieme, ognuno suona il proprio strumento, come se lei ascoltasse un’orchestra dove ognuno suona per conto suo. È un delirio dell’io. È una grave malattia, perché non siamo più capaci di relazioni, c’è il consumo dei sentimenti, uno si sposa e dopo cinque giorni si stufa e va via. I figli non contano più nulla. Uno parla e non ha pensato cosa dire, si ascolta, scopre anche di dire qualcosa che ritiene meraviglioso, siamo un popolo che non sa e continua a parlare. L’importante è dire, non fare. Inoltre, questo paese è facilissimo a risolvere le cose, tutti sanno come risolvere la crisi, però non fanno niente. È tutto un grande teatro. 

Poi c’è il sintomo della “recita”, ovvero un popolo di “maschere” che nascondono il loro volto. Ricordiamo che Il termine persona  deriva dal greco “prosopon”, la “maschera” dell’attore. Insomma la dialettica “persona” – “maschera” è assai antica e complessa. Comunque noi italiani cosa nascondiamo?
In fondo, siamo un popolo di poveri cani. Ognuno racconta di sé cose che non esistono, ognuno si “inventa”, è come l’attore nella Grecia antica. Persona deriva dal greco che significa maschera, ma nel senso greco la maschera significa diventare un altro: è una trasformazione rituale di valore, mentre quello che avviene adesso è diventare tutto, ci si racconta in positivo e in negativo, basta raccontare menzogne. La menzogna domina. Basta pensare ad un fatto di questi giorni: ci sono le registrazioni che dicono che uno ha telefonato per far assumere il proprio figlio in un appalto, che questo padre ha dato a quello che sarebbe diventato il datore di lavoro. Lei sente questo e c’è quell’altro che dice: “io non ho mani fatto nulla!”, la menzogna che diventa lapalissiana. Poi abbiamo avuto nel passato uomini, che lei sa, hanno mentito. Qualche anno fa le avrei detto che questa è una caratteristica di alcuni, in questo momento le dico che questa caratteristica è di tutti noi. La corruzione: siamo un po’ tutti corrotti, racconto un piccolo fatto. Una volta vado a cena con la famiglia di un amico e mi racconta la moglie che ha chiamato l’idraulico. Lei chiede quant’è, e l’idraulico le dice: “io l’IVA non gliela faccio e se lei vuole l’Iva non vengo più”, lei alla fine ha pagato in nero. Tutti noi abbiamo la piccola furberia, è un momento in cui non ci importa più della corruzione, tanto un pochino lo siamo tutti e tutti neghiamo, siamo persone tutte onestissime nelle nostre parole. È una recita menzognera. 

L’ultimo sintomo è che siamo un popolo di creduloni, che aspettano il “miracolo” che risolverà i nostri problemi. E, quindi, siamo un popolo che s’affida all’uomo della Provvidenza, qualunque sia il suo nome. E’ Così?
Si crede che tutto si risolverà siccome siamo arrivati al fondo. Ma il fondo del barile si può anche raschiare! E poi siamo un popolo che ha la fortuna, il destino, l’oroscopo, i maghi, i gratta e vinci. Poi siamo pieni di patroni, si nomina sempre San Gennaro, ma a Verona c’è San Zeno, siamo pieni di questi patroni che ci fanno andare bene le cose. Non c’è posto di lavoro, però bisogna avere la raccomandazione, per cui ormai siamo all’assurdo che c’è la raccomandazione ma non c’è il posto di lavoro. Siamo arrivati all’assurda. 

La sua diagnosi è spietata: siamo un popolo che è affetto da “amenza”. Una malattia grave. Può spiegarcela?  
 Questo termine è stato introdotto da  Theodor Meynert e poi ripreso nella psichiatria italiana da Tanzi. L’amenza va distinta dalla demenza, che è una forma di degenerazione o delle fibre del cervello o delle cellule. L’amenza è il non uso della mente: l’amente è quello che non usa il cervello, ma se lo usasse funzionerebbe. Il cervello è una grande macchina, ma se lei non la usa; quindi l’amenza è una patologia che sovente si risolve completamente e quindi che si passa da un comportamento malato ad uno positivo ed equilibrato perché è come se quella macchina venisse messa in funzione. Il libro non è tragico, devono tutti mettere in azione questa macchina. Bisogna rendersi conto di essere malati. 

Lei resta, però, nonostante tutto “ottimista” sugli italiani. Perché? Su quali basi lei vede una possibile “resurrezione” degli italiani?
Io ho potuto mettere su un lettino un popolo, però alla fine dichiaro che uno psichiatra non può guarire un popolo, anche perché dovrebbe guarire se stesso come parte di questo popolo. Ci vuole un risveglio di questo popolo e in questa consapevolezza bisogna fare affidamento, nel mettersi insieme, sul noi, nel frenare questo masochismo. La terapia è la presa di coscienza di tutti, non si può aspettare che arrivi uno. Sta finendo una civiltà, i nostri figli cosa faranno? Siamo un popolo malato e ognuno deve contribuire ad uscire dal proprio individualismo. Questo bisogno di far sopravvivere le generazioni, che tutto questo possa risvegliare. In quel decalogo ho indicato alcuni punti necessari per far ripartire. Il primo punto è togliere al denaro il potere che gli abbiamo dato, come misura di tutte le cose, il denaro ha assunto una dimensione enorme; un secondo aspetto l’Europa, se crediamo nell’Europa non può essere quella del più forte, bisogna che ci sia l’Europa dell’insieme, della comprensione, del sostegno comune, altrimenti diventiamo tutti alle dipendenze di una certa Merkel. Poi  bisogna fare in modo che si eviti la povertà che è considerata una colpa, c’è gente che si suicida quando non riesce a lavorare, in Veneto è stata una strage di questi suicidi. Bisogna diminuire il concetto di voler essere il paese industriale. Rientriamo dentro una concezione che è legata al nostro popolo, che è la storia, la creatività, non dobbiamo essere la grande potenza che decide di fare le guerre agli altri. Appena abbiamo un amico che è portiere al ministero delle poste, andiamo a chiedere la raccomandazione. Questi atteggiamenti nuovi, sono la benzina per far ripartire il cervello.

Tratto da: confini.blog.rainews.it

 

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