Renato Scalia: quelle decisioni dei giudici che gettano un’ombra sulla democrazia

Non sono affatto convinto che le decisioni dei giudici non si debbano discutere. Quando sono ingiuste perché contraddicono i fatti e quando la loro ingiustizia getta un’ombra pesante sulla democrazia, come è accaduto tante volte, si ha il dovere civile di criticarle. Nel nostro Paese, purtroppo, i percorsi della verità sono spesso impervi quando si tratta di scavare dentro le colpe degli apparati dello Stato.

Anche sul tema mafia, soprattutto al centro e al nord Italia, alcune sentenze, negli anni passati, ci hanno lasciato basiti.

In molti si sono svegliati di soprassalto e  sono stati “scaraventati giù dal letto” dalle recenti indagini Roma (Mondo di Mezzo) e di Bologna (Aemilia). È stato un vero e proprio shock.  Ci siamo accorti che la mafia c’è e ha raggiunto luoghi che si pensavano immuni da queste presenze. Eppure i nomi delle persone coinvolte sono noti e molti di loro già arrestati negli anni passati e poi scarcerati.

Per comprendere meglio quanto sia lungo e tortuoso il cammino di queste indagini, è necessario fare qualche passo indietro.

Concentriamoci su queste due operazioni, Mondo di Mezzo ed Aemilia, e su due personaggi di primo piano coinvolti nelle inchieste, Massimo Carminati, er cecato di mafia Capitale, e Nicolino Sarcone, elemento di spicco della  ‘ndrina Grande Aracri.

Partiamo dal primo. Nel 1993 a Roma con l’operazione Colosseo furono arrestati tutti gli esponenti della Banda della Magliana, compreso Massimo Carminati. Nel processo, iniziato a Roma, il 3 ottobre del 1995, il pubblico ministero Andrea De Gasperis chiese, per Carminati, una pena pari a 25 anni di carcere. Dopo due gradi di giudizio, il 27 febbraio 1998, Carminati venne condannato a 10 anni di reclusione in primo grado ridotti a 6 anni e 6 mesi in appello. In seguito a causa dell’accumulo delle condanne, gli anni diventarono 11 e 9 mesi che in parte aveva già scontato.

Gli impianti accusatori di granito furono frantumati definitivamente dalla sentenza della Cassazione. A nessuno dei 69 imputati e affiliati alla banda fu riconosciuta l’appartenenza all’associazione di stampo mafioso. L’accusa fu derubricata a semplice associazione per delinquere. Il magistrato di sorveglianza nel 2006 dispose anche la revoca della libertà vigilata che era stati disposta nei confronti di Carminati.

Carminati venne nuovamente arrestato, il 2 dicembre 2014, dai Ros dei Carabinieri insieme ad altre 36 persone, con l’accusa di associazione di stampo mafioso, estorsione aggravata, trasferimento fraudolento di valori, corruzione, turbativa d’asta, false fatturazioni nell’ambito dell’inchiesta Mondo di Mezzo della procura di Roma, riguardante le infiltrazioni della sua organizzazione mafiosa, chiamata dagli inquirenti mafia Capitale, nel tessuto imprenditoriale, politico ed istituzionale della città.

Spostiamoci in Emilia.

Il 21 febbraio 2003, con l’operazione Edilpiovra, viene colpita  un’organizzazione criminale che, a suon di minacce, furti e incendi, taglieggiava imprese edili e negozi di Reggio Emilia, Parma, Modena e Mantova. Tra gli arrestati c’è anche Nicolino Sarcone, come già detto elemento di spicco della ‘ndrina Grande Aracri. Nel mese di febbraio del 2005 nel giudizio d’appello del primo troncone del processo Edilpiovra, Sarcone, che in primo grado aveva subito una condanna a 8 anni di reclusione, si è visto ridurre la pena a 5 anni e 4 mesi da scontare ai domiciliari. Per i giudici d’appello gli imputati si erano sì resi responsabili di furti, incendi ed estorsioni ai danni di cantieri edili della provincia di Reggio Emilia, ma non facevano parte di un’organizzazione mafiosa.

Successivamente la Cassazione spazza via, per un vizio procedurale (sull’istanza di gratuito patrocinio era stata presa una decisione oltre i termini fissati per legge, cioè 10 giorni), le  indagini e il processo a carico di Nicolino Sarcone.

Il Tribunale di Reggio Emilia – presidente Pietro Fanile, giudici Giovanni  Ghini e Riccardo Nerucci –  il 16 febbraio 2006 rigetta la richiesta di applicazione della sorveglianza speciale di p.s. nei confronti di Nicolino Sarcone. Nell’ordinanza in questione, tra le altre cose, si legge: “per sapere sei il Sarcone appartenga ad un’associazione mafiosa, si dovrà ormai attendere la conclusione del processo; nel frattempo, si può solo ribadire che è sottoposto comunque ad una misura – gli arresti domiciliari – ben più stringente di quella proposta“.

Nel mese di giugno 2008, l’ennesimo colpo di scena: il tribunale di Reggio Emilia – presidente Pietro Fanile, giudici  Renato Poschi e Pietro Mondaini – con l’accoglimento di un’eccezione preliminare presentata dai legali di Sarcone,   riteneva nullo il rinvio a giudizio di Sarcone, in quanto l’imputato non era stato interrogato nuovamente dalla procura antimafia come lui aveva richiesto.

Dopo mille peripezie, il processo riprendeva nel mese di maggio 2012. La condanna di primo grado a 8 anni e 8 mesi  è arrivata nel mese di gennaio del 2013: sono passati dieci anni, a causa di un tortuoso iter giudiziario, fatto di annullamenti e processi da rifare.

Ma non finisce qui. Nel mese di settembre 2014 la Dia di Firenze esegue il sequestro dei beni all’imprenditore calabrese e ai suoi fratelli.

Arriviamo al 28 gennaio 2015 quando viene dato il via all’operazione Aemilia, nella quale sono coinvolti oltre che gli uomini della ‘ndrangheta, anche politici, imprenditori, professionisti, giornalisti e rappresentanti delle forze dell’ordine.

Con questa indagine  si è avuta conferma che nella parte occidentale dell’Emilia opera “da oltre un ventennio una cellula ‘ndranghetista di derivazione cutrese che, attraverso un processo di progressiva emancipazione rispetto alla cosca, ha guadagnato autonomia e autorevolezza sul piano economico-finanziario, mantenendo sostanzialmente inalterata la cifra della propria capacità di intimidazione,  peraltro adeguata al mutato ordine delle cose”. Così il GIP nel suo provvedimento. Nicolino Sarcone è indicato come “capo e promotore della zona di Reggio Emilia“.

Spesso ce la prendiamo con la classe politica, ma altrettanto spesso le colpe e le responsabilità sono anche di altri. Come accade nella stragrande maggioranza dei casi, abbiamo visto come  i giudici  smontano gli impianti d’accusa,  derubricando l’associazione di stampo mafioso (416 bis c.p.) in quella di associazione per delinquere (416 c.p.). Ciò avviene soprattutto nelle  Regioni che non hanno originato forme mafiose, dove non si registrano ancora accertamenti giudiziari sul reato di associazione di stampo mafioso o dove, comunque, si registra uno scarsissimo numero di sentenze giudiziarie sia sul reato di cui all’art. 416 bis c.p., sia sui reati aggravati dall’art. 7 del decreto-legge n. 152 del 1991, sotto il profilo dell’agevolazione della cosca mafiosa.

Queste difficoltà derivano dalla capacità di mimetizzazione della mafia  e dell’ormai acquisita consapevolezza che essa si manifesta nelle forme della delocalizzazione, nelle quali il territorio diventa terra di conquista per investimenti economici, i cui proventi verranno a loro volta reimmessi nel circuito dell’illecito. Conseguentemente è sempre stato difficile, sino ad ora, prospettare in queste aree l’elemento caratterizzante la fattispecie criminosa, ossia la carica intimidatoria diffusa nel territorio.

Anni di lavoro degli investigatori vengono vanificati da cavilli normativi o, in alcuni casi, da una mancata consapevolezza della gravità del fenomeno.

Chi non ha mai lavorato in prima persona, non si rende conto di come le mafie siano riuscite a penetrare anche nei territori che un tempo erano “vergini”.

Le inchieste di Roma e di Bologna, vivaddio, vanno decisamente contro corrente.

Renato Scalia

 Quannomepare, il blognotes di pennasbiro

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