1969, Woodstock: quando la musica prova a cambiare il mondo

Mentre mezzo milione di americani combattevano un’inutile e cruenta guerra dall’altra parte del mondo, nel Vietnam, un altro mezzo milione si radunava a Woodstock, stato di New York. Era l’agosto del 1969 e quell’evento è passato alla storia come Tre giorni di pace, amore e musica. In realtà, i giorni furono quattro, ce ne volle uno supplementare per smaltire quella folla immensa. Immaginate una cittadina di campagna presa d’assalto da auto, moto e da centinaia di quella che è considerata un’icona hippie, ossia il furgone Volkswagen. Pur senza i mezzi per comunicare in uso tra i giovani d’oggi, il tam-tam si diffuse per tutti gli States, una sorta di chiamata alle armi di senso opposto a quello al quale risposero molti, troppi loro connazionali. E’ in questo contesto storico e sociale che va analizzato e compreso uno degli eventi di costume tra i piu’ famosi e celebrati, ancora vivo, dopo alcune generazioni, nel complesso immaginario giovanile. Quando si pensa alla cultura hippie, vengono alla mente degli stereotipi ancora oggi duri a morire. Giovani capelloni che strimpellano chitarre fumando di tutto e con il medaglione con il simbolo della pace appeso al collo. In quegli anni la gioventù americana era perlopiù spaccata in due ed i ceti sociali di provenienza non costituivano un fattore determinante. Molte ragazze e ragazzi di buona famiglia abbracciarono quel modello di vita che aspirava alla pace, alla libertà dei costumi, alla fratellanza. Di converso, tra le fila di chi sterminava i Vietcong spesso e volentieri si trovavano giovani sottoproletari disposti a tutto ed in cerca di effimera gloria. Un fattore accomunò, in seguito, molte di queste persone. Da una parte giovani devastati dall’Lsd, disillusi da un mondo che non erano riusciti a cambiare, senza punti di riferimento. Dall’altra, giovani ossessionati e tormentati dagli incubi di una guerra logorante e cruda come poche se ne ricordano. Mentre nei villaggi  vietnamiti donne e bambini morivano a grappoli bruciati dalla diossina e dal napalm, a Woodstock si registrarono “solo” due decessi, uno per overdose e l’altro per un banale incidente. Il giorno di ferragosto ebbe inizio il Festival, il programma prevedeva gruppi e cantanti folk. La star di quel giorno fu la già famosa Joan Baez, donna-simbolo dell’impegno per i diritti civili, interprete di pietre miliari nell’ambito della canzone di protesta. Era al sesto mese di gravidanza e con il marito in prigione perché obiettore di coscienza, ma non poteva mancare all’appuntamento. Altri mostri sacri di quella prima giornata furono Richie Havens ed Arlo Guthrie. Intanto continuavano ad arrivare migliaia di giovani alla spicciolata, tutto il circondario era invaso da colonne di auto e raggiungere la destinazione era un’impresa nell’impresa.
La prima notte vide un fiorire di tende, fuochi improvvisati, con il fumo dei falò che si mischiava a quello della gran quantità di cannabis consumata.
Il secondo giorno vide salire il livello musicale con la presenza di gruppi che hanno fatto la storia del rock tipo The Who, i Grateful Dead, i Jefferson Airplane, i Creedence Clearwater Revival ed inoltre Santana e Janis Joplin. Si trattava di un cast a dir poco stellare, qualcosa di impensabile fino a quel momento. Furono persino invitati i Beatles, ma gli organizzatori non accettarono la proposta di John Lennon di far partecipare anche il gruppo della moglie, la  Plastic Ono Band. Altri mostri sacri rinunciarono per svariati motivi tipo i Doors a causa dell’inaffidabilità di Jim Morrison che si trovava in una delle tante fasi turbolente della sua breve carriera.
Già a questo punto, il viaggio era valso la pena ma chi ebbe la fortuna di vivere quello straordinario evento, poté ascoltare, il terzo giorno, un giovane Joe Cocker, i Ten Years After, Crosby-Stills-Nash & Young ed un incredibile Jimi Hendrix. La performance di quest’ultimo, passò alla storia, tra le altre cose, per la celeberrima versione dell’inno nazionale americano suonato con la chitarra distorta, in modo rabbioso, con un suono lancinante, in segno di protesta per la guerra del Vietnam e per le disuguaglianze sociali presenti nel Paese.

Il Festival di Woodstock è stato celebrato in diversi film e documentari, fu l’apoteosi del movimento hippie, si svolse in modo festoso e pacifico. Ancora oggi, in alcune località rurali degli Usa si possono trovare piccole comunità di ormai attempati hippies che hanno portato avanti, coerentemente, gli ideali di una stagione breve ma intensa. Dopo Woodstock, le proteste e le marce pacifiche continuarono tra le crescenti repressioni da parte dell’ordine costituito. A seguito dell’uso delle armi da parte della Guardia Nazionale in un paio di università, i Quicksilver Messenger Service cantavano: “Ci fate crescere di numero se continuate a spararci”. I grandi raduni giovanili erano un momento di aggregazione e di impegno politico, la musica era un mero valore aggiunto. Oggi assistiamo ai rave-party dove l’unico scopo è stordirsi e non pensare e gli stadi si riempiono di folle che vogliono semplicemente ascoltare musica. La voglia di cambiare il mondo è rimasta tra le buone intenzioni.

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