Il Teatro in lutto: è morto Luca Ronconi.

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E’ ancora in scena lo spettacolo Lehman Trilogy con la sua regia al Piccolo Teatro di Milano e ieri sera tutti gli attori tra cui Fabrizio Gifuni e Massimo Popolizio hanno reso un sentito omaggio al regista scomparso sabato sera all’età di 82 anni. Il secolo Novecento nel teatro forse potrebbe chiamarsi, con qualche forzatura, il Secolo Ronconi. Firmatario del famoso Manifesto di Ivrea del 1967 che segna la data dell’inizio del teatro di ricerca in Italia, in quanto ripudiò gli spazi borghesi dei teatri istituzionali e relative tematiche, con buon dieci anni di ritardo rispetto agli USA ha firmato molti spettacoli che possono essere definiti spettacoli-faro. Le baccanti al Fabbricone di Prato, l’Orestea o l’Orlando Furioso riscritto da Sanguineti, costruito come mansion medioveali in piazza (e ricreato a Palazzo Farnese a Caprarola per la regia televisiva con Mariangela Melato) o il mirabile esempio di “drammaturgia dello spazio” de Gli ultimi giorni dell’umanità da Kraus in cui reinventò il Lingotto di Torino poco prima della sua chiusura. Ai titoli di teatro dovremmo aggiungere quelli della lirica che lui firmò, da Ritorno a Reims al Barbiere di Rossini Dopo aver diretto le principali istituzioni teatrali nazionali, tra cui la Biennale di Venezia, gli Stabili di Torino e Roma firma gli allestimenti per le Olimpiadi invernali torinesi nel 2006, e gli elenchi sarebbero infiniti, anzi INFINITIES, come il titolo di un suo spettacolo basato sulla teoria del matematico John D. Barrow. Rai5 intanto lo omaggia riproponendo Lolita da Nabokov e ancora forte è l’eco dei suoi spettacoli legati alla drammaturgia contemporanea: Lehman’s trilogy dal testo di Stefano Massini sul più grande fallimento nella storia delle bancarotte mondiali o Il panico e La modestia dalla drammaturgia dell’argentino Rafael Spregelburd. La resa spaziale del testo, l’incredibile forza anche visiva dei suoi spettacoli, la riconosciuta bravura degli attori della “scuderia ronconiana”  lo renderanno l’indimenticabile e indiscusso interprete del nostro tempo.

Ho avuto la fortuna di assistere negli ultimi anni come uditrice esterna ad alcuni suoi momenti di insegnamento per gli attori della Scuola per attori di Santa Cristina in Umbria, in un edificio immerso nel verde per lui costruito da Gae Aulenti. Da quelle lezioni nacque un bellissimo Pirandello (Sei personaggi in cerca d’autore). E infine assistetti un pomeriggio a Venezia alla lezione per il Master class collegato alla Biennale di Venezia, l’anno in cui gli fu conferito il Leone d’oro. Scoprii in quell’agosto infuocato in Laguna, il Ronconi attore, il Ronconi autore, il Ronconi scenografo. Ho visto i suoi spettacoli al Festival dei due mondi a Spoleto, al Piccolo, allo Stabile di Torino, ma non era il mio autore preferito così come questi spazi teatrali appena elencati non sono mai stati quelli che prediligevo; il teatro che seguo con passione e ostinazione è distante dal “sistema Ronconi” : è quello indipendente, quello che spesso è esente da contributi pubblici, e che si deve porre, come forse mai doveva farlo Ronconi, il problema di come reperire i soldi per la scenografia, per gli attori, per un tecnico luci. Ronconi rappresenta comunque per tutti, la tradizione della ricerca teatrale, una ricerca che ha segnato la storia, ma che è andata anche in altre direzioni.

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