Una nota di Marco Grondacci sulla vicenda di Piazza Verdi

LA SPEZIA– Riguardo alla sentenza del Consiglio di Stato su Piazza Verdi, pubblichiamo una nota del giurista Marco Grondacci, che, assieme agli avvocati Daniele Granara (per i V.A.S), Piera Sommovigo (per Legambiente) e Rino Tortorelli (per Italia Nostra) ha curato l’aspetto legale dell’intera vicenda.

Sulla sentenza.

La sentenza del Consiglio di Stato su Piazza Verdi è contraddittoria rispetto:
1. agli atti prodotti all’interno del contenzioso iniziato ormai dal 2013;
2. rispetto a alla ordinanza cautelare dello scorso luglio;

 3. rispetto alla normativa sull’oggetto del contendere.

Faccio tre esempi:
non è vero che la Sovrintendenza non poteva, ex articolo 28 del Codice dei Beni Culturali, sospendere il cantiere nel giugno 2013 perché l’articolo 28 riconosce questo potere, ma il Consiglio di Stato lo ha bellamente ignorato;
mentre nella ordinanza cautelare dello scorso luglio il consiglio di stato sosteneva la distinzione tra autorizzazione al progetto e verifica dell’interesse culturale della piazza,nella sentenza di merito cambia totalmente parere affermando che con la autorizzazione la verifica non serviva più.
Il Consiglio di Stato nelle sentenza prima sostiene che la verifica dell’interesse culturale è competenza esclusiva della Soprintendenza e poi però entra nel merito sconfinando indebitamente nei poteri della Soprintendenza.

Sui ritardi 
Peraltro sui ritardi in questa vicenda c’è anche una grossa responsabilità del Comune. Infatti, comunque la si pensi su questa vicenda sia dal punto di vista giuridico che del progetto contestato, è agli atti che:
1. Se l’Amministrazione Comunale avesse avviato fin dalla autorizzazione della Soprintendenza (poi revocata) del novembre 2012, la procedura di verifica dell’interesse culturale, il Ministero e i suoi organi periferici regionali non avrebbero avuto argomento legali per sospendere il cantiere nel giugno 2013.
2. Se il Comune era sicuro della legittimità del suo operato avrebbe dovuto impugnare subito al TAR la sospensione del giugno 2013, chiedendo subito la sospensiva ed evitando nelle more di aprire il cantiere. Sarebbero bastate poche settimane.
3. Se la Direttrice delle Istituzioni Culturali non avesse sbagliato clamorosamente la data di piantumazione del filare dei pini, la Soprintendenza non avrebbe avuto molti argomenti per poter contestare il progetto e l’iter della sua elaborazione/approvazione e quindi non avrebbe potuto utilizzare questo come argomento fondante per la revoca della prima autorizzazione del novembre 2012.
Questi sono tutti ritardi che erano evitabili. Non mi si venga a dire che erano evitabili anche i ritardi prodotti dai ricorsi delle associazioni ambientaliste. A parte il fatto che gli ambientalisti hanno usato l’arma del ricorso solo in Consiglio di Stato, la questione è ben altra.
I ritardi del Comune sono stati dovuti ad errori tecnico amministrativi di amministratori e politici. I “ritardi” degli ambientalisti non sono ritardi, ma esercizio di diritti costituzionali. Non a caso la Unione Europea ha approvato da tempo una Direttiva che riconosce e promuove proprio il diritto all’accesso alla giustizia per tutelare ambiente,
salute, territorio e paesaggio… o vogliamo arrivare al punto di eliminare il diritto dei cittadini di ricorrere alle vie legali per tutelare ambiente e salute? È questo che volete signori Amministratori? È questo che vuole il Sindaco di Spezia?
Quindi  tutti ( e sottolineo tutti: politici, avvocati, tecnici, burocrati, giornalisti, cittadini e liberi pensatori) coloro che nei prossimi giorni tireranno fuori la questione dei ritardi prodotti dai ricorsi non dimentichino cosa c’è scritto nella Convenzione sottoscritta dalla UE sulla informazione, partecipazione e accesso alla giustizia da parte del pubblico: “le procedure che disciplinano i ricorsi giurisdizionali nazionali contro le decisioni in materia ambientale …. devono offrire rimedi adeguati ed effettivi, ivi compresi, eventualmente, provvedimenti ingiuntivi, e devono essere obiettive eque e rapide e non eccessivamente onerose”. (Paragrafo 4 articolo 9 Convenzione di Aarhus).

Sugli aspetti politico-amministrativi della vicenda.

Ma comunque la si pensi questa vicenda ha per l’ennesima volta dimostrato come nel nostro territorio le istruttorie che portano alle decisioni pubbliche sono svolte in modo confuso, superficiale e spesso contra legem. Questo aspetto viene completamente sottovalutato da tutti. Io da anni sostengo che invece andrebbe affrontato con rigore a
partire dalla formazione e dalla cultura della burocrazia pubblica, dal ruolo di indirizzo dei politici, dal ruolo dei cittadini attivi.
D’altronde a questa classe politica il modo in cui si decide non interessa minimamente eppure sta lì uno dei vulnus principali alla democrazia rappresentativa almeno per chi ha ancora a cuore la democrazia! Ma non certo per la cultura paramafiosa che alberga nel nostro territorio.

(Marco Grondacci)

Per approfondire: notedimarcogrondacci

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